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LA LOTTA CONTRO LA MAFIA!

dalcieloallaterra

 

LA LOTTA CONTRO LA MAFIA!

LA LOTTA CONTRO UNA DELLE TESTE DEL MOSTRO, DELL'IDRA, DELL'ANTICRISTO!
NON UNA DIVAGAZIONE, UNA DISTRAZIONE, UN ALLONTANAMENTO DALLA NOSTRA MISSIONE. NON È UNA TENTAZIONE.
LA LOTTA CONTRO LA MAFIA, LA RESISTENZA CONTRO I TIRANNI, I MALFATTORI, I GUERRAFONDAI, GLI SPECULATORI CHE VIVONO SULLA PELLE UMANA È UN MANDATO CHE ABBIAMO RICEVUTO DAL CIELO, DALLA VERGINE SANTISSIMA E DAL SUO SANTO FIGLIO IL CRISTO.
LA NOSTRA FEDE CI IMPONE DI AGIRE E DI ESSERE COSÌ COME SIAMO: ASSETATI DI GIUSTIZIA.
ABBIAMO VESTITO L'ABITO FRESCO E TRASPARENTE DEL GIORNALISMO INDIPENDENTE PER FAR SÌ CHE LE ANIME DELLA GENTE CHE CERCA LA VERITÀ NON VENGANO INQUINATE DAL PARTITISMO O DA UNA QUALSIASI CORRENTE RELIGIOSA, POLITICA, ECONOMICA E MILITARE. SIAMO SOLIDALI E APPOGGIAMO I GIUSTI, GLI EREDI DEI MARTIRI DELLA VERITÀ CHE HANNO DATO LA LORO VITA PER LA GIUSTA CAUSA.
LA LOTTA CONTRO LA MAFIA, VI ABBIAMO DETTO E RIPETUTO PIÙ VOLTE, È PARTE FONDAMENTALE DEL TRIPODE SUL QUALE POGGIA L'ESPERIENZA SPIRITUALE, MISTICA E MESSIANICA CHE MI HA FOLGORATO NEL LONTANO 2 SETTEMBRE 1989.
GLI AMICI E FRATELLI CHE ACCOMPAGNANO L'UMANO CAMMINO DELLO SCRIVENTE, SONO I PURI, I GIUSTI, GLI ASSETATI DI GIUSTIZIA E GLI AFFAMATI D'AMORE.
LORENZO BALDO È UNO DI QUESTI.
LEGGETE ATTENTAMENTE LA SUA CRONACA DALLA TRINCEA DI PALERMO.

DAL CIELO ALLA TERRA

S.Elpidio a Mare, 25 luglio 2009
Giorgio Bongiovanni
Stigmatizzato

 

RESISTENZA E VERITÀ
La lunga marcia di Salvatore Borsellino

Palermo, città che ti penetra dentro scuotendoti fino alle tue radici per metterti alla prova.
Città di sangue, di martiri, di macellai pronti a uccidere chiunque ostacoli il passo di Cosa Nostra. Città di insospettabili colletti bianchi che si incontrano con quegli stessi macellai e che insieme a loro decidono la vita e la morte rimanendo impuniti nell'ombra.
Palermo, città della lotta, della resistenza e del riscatto.
Gli occhi chiari di Salvatore Borsellino scrutano il cielo, dietro di lui un fiume di persone con le agende rosse in mano lo segue sulla strada che sale verso il Castello Utveggio. Il suo grido “Resistenza!” echeggia sul Monte Pellegrino lungo i 5 km del percorso. L'immagine resta scolpita nella mente e nel cuore in questo 17° anniversario della strage di via D'Amelio.
Rivedo le immagini dei telegiornali di quel 19 luglio 1992 che mostravano una via di Palermo sfregiata come Baghdad dopo un attacco kamikaze, pezzi di cadaveri sparsi sul suolo coperti pietosamente da lenzuoli insanguinati.
Quel 19 luglio, alle ore 16.58, un'autobomba aveva fatto saltare in aria il giudice Paolo Borsellino e i suoi 5 agenti di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina.

17 anni dopo è Salvatore, il fratello di Paolo, a calpestare quel luogo profanato dall'orrore, con tutta la sua rabbia e la sua sete di giustizia.
Lo osservo e lo rivedo come nel replay di un film dove il finale è già noto. E come dentro un film ecco che compaiono gli interpreti principali e le comparse.
Ma è dall'inizio che questa storia va raccontata.
Nei giorni che precedono l'arrivo di Giorgio a Palermo è un susseguirsi di impegni. Incontri in procura, contatti con il comitato di Salvatore Borsellino principale organizzatore degli eventi di quest'anno e soprattutto contatti con la facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Palermo che ci ha concesso l'utilizzo dell'atrio per la conferenza che, come ogni anno, organizziamo in memoria di Paolo Borsellino.
Giornate intense, segnate da un caldo africano, a tratti interrotto da rapidi acquazzoni.
Una parte della redazione di ANTIMAFIADuemila mi raggiunge a Palermo mercoledì 15 luglio. Insieme ad Anna, Francesco, Maria, Emanuele e Silvia si prosegue senza sosta il lavoro organizzativo.
Due giorni dopo Giorgio arriva a Palermo insieme a Sonia, Giovanni, Mara, Elisabetta e Davide, con loro c'è anche il resto della redazione di ANTIMAFIADuemila e una parte dell'associazione Falcone e Borsellino: Marco, Aaron, Monica, Dora, Samuele, Roberto Senigagliesi, Fabio Maggiore, Federica, Daniele e Lara insieme a Vanessa e Georgina De Huertos e ad Antonella Morelli che si è aggregata da Bari. Nell'arco della serata ci raggiunge Oscar Torres, figlio di Leoncio, venuto appositamente dalla Spagna per vivere con noi queste giornate.
Giorgio è segnato dalla stanchezza, due giorni prima è rientrato dal Sudamerica, la sofferenza è evidente, ma la luce che emana va oltre ogni umana condizione.
Ceniamo sulla terrazza della casa di Giovanni e Meri, nostri cari amici e fratelli di Palermo, l'aria è abbastanza fresca. Mille pensieri affollano la testa di ognuno di noi.
Fin dall'inizio sapevamo che l'anniversario della strage di via D'Amelio di quest'anno sarebbe stato molto particolare. E ora siamo lì pronti a viverlo.
Giorgio è molto concentrato, mentre parla misura accuratamente le parole nella speranza che i nostri spiriti acquisiscano sempre di più quella consapevolezza necessaria per rafforzare la nostra fede ed affrontare ogni difficoltà. Dopo aver definito alcuni dettagli organizzativi ci salutiamo dandoci appuntamento all'indomani.

Sabato 18 luglio 2009
La giornata operativa inizia alle 8,30 del mattino quando Monica, Samuele, Vanesa ed io arriviamo in via D'Amelio. Abbiamo appuntamento con Antonio, il cameraman ingaggiato a Palermo per le riprese video del documentario legato ad ANTIMAFIADuemila progettato dal nostro fratello uruguayano Georges Almendras. Una brutta polmonite ha bloccato Almendras in Uruguay, ma la realizzazione di questo documentario prosegue ugualmente. Dopo qualche minuto ci raggiunge Salvatore Borsellino. Ci abbracciamo felici di rivederci.
Il giorno prima, alle 3 del pomeriggio, sotto un sole cocente, lo stesso Salvatore aveva già fatto le prove della marcia di 5 km da via d'Amelio a Castello Utveggio per testarne la tempistica. La stanchezza alle gambe non intacca minimamente lo spirito indomito di questo guerriero.
La marcia delle agende rosse organizzata da Salvatore per quello stesso pomeriggio rappresenta un punto cardine di questo anniversario. Castello Utveggio domina Palermo dal Monte Pellegrino ad un'altezza di 346 mt sul livello del mare.
Alcune indagini legate alla strage di via D'Amelio ipotizzano che il pulsante del telecomando che ha fatto esplodere la bomba possa essere stato premuto proprio da quel castello all'interno del quale c'era una sede distaccata dei servizi segreti civili. Da quell'osservatorio la visuale su via D'Amelio è perfetta e chiunque avesse premuto il telecomando non avrebbe rischiato di subire l'onda d'urto della bomba.
Attualmente nel castello vi è la sede del CERISDI, una scuola manageriale presieduta dal prof. Adelfio Elio Cardinale, marito dell'ex magistrato Anna Maria Palma, Pubblico Ministero nei primi processi per la strage di via D'Amelio.
L'agenda rossa rappresenta invece quell'agenda di colore rosso di Paolo Borsellino misteriosamente scomparsa dalla borsa del magistrato poco dopo lo scoppio della bomba. In quell'agenda il giudice Borsellino scriveva i suoi appunti più riservati, soprattutto dopo la strage di Capaci nella quale erano morti il suo amico e fratello Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i 3 agenti di scorta.
In quelle pagine molti magistrati e investigatori ritengono che vi potessero essere elementi importantissimi su quella famigerata “trattativa” tra mafia e Stato, messa in atto per far cessare le bombe (di cui parlano anche alcune sentenze per le stragi del '92 e del '93), nei confronti della quale Paolo Borsellino si sarebbe messo di ostacolo e che di fatto ne avrebbe decretato la condanna a morte.
Salvatore Borsellino è consapevole del significato simbolico di una marcia da via D'Amelio fino al Castello Utveggio con centinaia di persone che con il braccio alzato mostrano un'agenda rossa. E' come se un intero popolo chiedesse di sapere che fine ha fatto l'agenda rossa di Paolo Borsellino.
Una vera e propria richiesta di verità.
Soprattutto ora che le indagini sul carabiniere Giovanni Arcangioli ripreso dalle telecamere in via D'Amelio mentre si allontana dalle macchine in fiamme con in mano la valigetta di Paolo Borsellino sono state chiuse da una vergognosa sentenza di proscioglimento emessa lo scorso mese di febbraio dalla Corte di Cassazione. Ed è nei confronti di questo muro di gomma che Salvatore si scaglia con tutte le sue forze.
Il cielo su via D'Amelio diventa sempre più cupo. Nubi dense si gonfiano rapidamente rendendo l'atmosfera del momento ulteriormente surreale. Un vento insidioso ci impedisce di realizzare l'intervista davanti all'ulivo piantato esattamente dove 17 anni fa c'era il cratere lasciato dalla bomba. Cerchiamo un posto un po' più riparato mentre alcune gocce di pioggia si intercalano a sprazzi di sole. Alla fine ci sistemiamo dietro l'angolo di via D'Amelio.
Monica comincia a leggere le domande e Salvatore risponde senza risparmiarsi ripercorrendo 17 anni di vita. Anni di dolore, di impotenza, di annichilimento, fino ad arrivare a quella rabbia e a quella sete di giustizia che anima ogni sua azione. Salvatore ringrazia con forza Giorgio per il suo lavoro e per aver saputo creare una “comunità di guerrieri”, ed è alla domanda sulla fede che comincia a emozionarsi particolarmente: “Io conoscevo Paolo da ragazzo – spiega Salvatore mentre la sua voce si incrina –  noi avevamo avuto un'educazione cattolica, però eravamo piuttosto dal punto di vista della fede come purtroppo tanti italiani. Quello di cui io mi accorsi nei 3 giorni che trascorsi sulla bara di Paolo dopo il suo assassinio... e me ne accorsi dai discorsi della gente, dai suoi amici che con me venivano a parlare di Paolo, era che Paolo aveva avuto un'evoluzione incredibile nel corso degli anni in cui eravamo stati lontani”.
“Paolo, forse per la vicinanza della morte che era sempre accanto a lui, aveva acquistato una fede incredibile, una fede così forte che io, addirittura attraverso Paolo già morto, attraverso l'amore delle persone che venivano a parlarmi di lui e che mi parlavano di questa sua fede di questo suo amore, ebbi qualcosa di cui oggi trovo addirittura delle difficoltà a parlare... io ebbi quasi  un'illuminazione... riuscii a capire quello che veramente può essere Dio... cioè come Dio sia l'amore universale che è dentro ciascuno di noi, che però ha una sua vita diversa da quella che è la nostra vita... una vita che è all'interno di tutti noi, una vita distinta da noi...”.
“Questa fede che sono riuscito ad avere in quei giorni oggi non ce l'ho più come allora e ce l'ho come il ricordo di qualcosa che sono riuscito a vedere... che oggi non vedo più... mi trovo oggi nella condizione di chi ha visto il sole e poi è diventato cieco... ha visto le stelle e poi è diventato cieco... e questa cosa deve raccontarla ad un'altra persona... e quindi non riesco a parlarne...”. “Capisco che questo è il motivo per cui Giorgio, che ha avuto un'esperienza mistica... di questa esperienza non mi ha ancora parlato... mi ha detto che un giorno me ne parlerà, però siccome è una persona che riesce a separare in maniera eccezionale quella che è la sua esperienza mistica, quella che probabilmente gli dà la forza, da quello che è il suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata... non ha voluto o non ha saputo ancora parlarmene... e io posso capirlo perché io stesso di queste cose non riesco a parlarne...”.
A quel punto l'emozione ha il sopravvento e con le lacrime che gli rigano il volto Salvatore termina quel grido liberatorio che sempre più assomiglia  ad una  preghiera.
Lo abbracciamo cercando di calmare la foga del suo spirito, ma è come cercare di trattenere il corso di un fiume che sta per esplodere in una cascata. Dopo essersi ripreso continua il suo lavoro rispondendo alle telefonate dei suoi ragazzi che reclamano una sua direttiva o un suo parere. Ci salutiamo dandoci appuntamento nel pomeriggio per la marcia.
Ci mettiamo in macchina verso la casa di Letizia Battaglia. Letizia è una fotografa tra le più famose e premiate al mondo. Ma è innanzitutto una nostra amica. Da quando esiste ANTIMAFIADuemila ci ha aiutato regalandoci le sue preziosissime fotografie di mafia, ci ha ospitati a casa sua in questi 9 anni e soprattutto ci ha donato il suo amore e la sua voglia di lottare.
Letizia ha vissuto gli anni della “mattanza” di Palermo. Quasi un ventennio, tra gli anni '70 e i primi anni '90 con decine di morti ogni giorno per le strade della città. Lei era lì, con la sua macchina fotografica, unica donna tra i tanti fotografi uomini che sgomitavano per scattare le foto. Dopo la strage di via D'Amelio Letizia ha deciso di non fotografare più. Tanto era l'orrore che avevano visto i suoi occhi in tutti quegli anni.
Arriviamo nel suo appartamento al penultimo piano di un palazzo liberty. Letizia ci accoglie con tanto affetto e ci chiede subito di capire il taglio che avrà questo documentario. Sistemiamo le luci mentre lei si accende un'ennesima sigaretta. Ad ogni domanda che le si pone Letizia si concentra, è come se stesse rivivendo il lungometraggio della sua vita.
Soffre ripensando ai martiri che ha visto cadere nella guerra contro la mafia. E' un dolore fisico che attraversa il suo essere. Socchiude gli occhi e fa un cenno con la mano di interrompere le domande. Silenzio. Poi riprende alzando la voce quando parla dei politici collusi: Andreotti, Dell'Utri, Cuffaro, Berlusconi. E' tanta la sua rabbia quando riflette sulla decadenza e sull'imbarbarimento del popolo italiano. “Io non sono pessimista... io sono disperata!” grida Letizia mentre guarda fisso negli occhi Monica.
Da una parte assistiamo a tutta la disillusione di una donna che alla soglia dei 75 anni ha visto crollare le ideologie e le speranze nelle quali credeva. Dall'altra però veniamo investiti dall'ultimo sospiro di chi non vuole gettare la spugna e si impone di cercare comunque una forma di resistenza. Resistenza... Questa parola continua a martellare in testa anche dopo che ci abbracciamo con Letizia.
In un attimo arrivano le 3 del pomeriggio e già siamo di ritorno in via D'Amelio. Lentamente la strada si riempie di persone. Uomini, donne, ragazzi, bambini, intere famiglie venute da tutta Italia in risposta alla chiamata di Salvatore Borsellino. Tra questi anche il gruppo dei nostri fratelli di Pordenone, capitanati da Domenico e Carla, giunti qualche ora prima insieme ad una parte del gruppo di Bari tra i quali Licia, Kavus e Annamaria. C'è anche il gruppo di Catania con Saro, Enzo, Angelo, Valeria, Grey, Giorgio,Giusy e tutti gli altri insieme ad Annamaria da Varese ed una parte del gruppo di Palermo: Giovanni,  Sergio, Giuseppe e Casimiro.
Centinaia di agende rosse si ergono verso il cielo. Giorgio abbraccia forte Salvatore quasi a infondergli ulteriore forza.  Il corteo è pronto per partire. Salvatore in testa grida: “Resistenzaaa!!”. Da lontano il castello Utveggio sembra quasi temere l'arrivo dei partecipanti. La polizia controlla a distanza tutta la situazione. Durante il tragitto il grido più frequente che si alza di bocca in bocca è quello di: “Paolo vive!”. Ma c'è anche il coro di: “Fuori la mafia dallo Stato” che non accenna a smettere.
Dopo circa un'ora si arriva davanti a questo castello terminato nel 1933 e intitolato in onore del cavaliere Michele Utveggio. Il colpo d'occhio è notevole, centinaia di manifestanti si apprestano ad un assalto pacifico a quella che a tutti gli effetti può essere definita come una fortezza inespugnabile.
Sul piazzale davanti al castello Salvatore torna a parlare al megafono. Chiede di poter accedere all'osservatorio situato dall'altro lato da cui si vede perfettamente via D'Amelio. I responsabili del castello acconsentono che solamente una trentina di persone munite di telecamera accedano all'osservatorio. Antonio, il nostro cameraman, è uno di questi.
Alcuni minuti dopo Salvatore invita tutti a scendere verso via D'Amelio. Con passo accelerato Salvatore avanza senza guardarsi indietro e in poco più di mezzora siamo arrivati all'ingresso del cammino. Ci salutiamo e andiamo a preparaci per la nostra conferenza.
Un'ora prima dell'orario di inizio previsto l'atrio della facoltà di Giurisprudenza si riempie velocemente. Sono oltre 700 le persone che attendono l'apertura del convegno “I mandanti impuniti – Il tempo della verità sulle stragi di Stato”.
Nel frattempo intervistiamo Vincenzo Agostino, il padre dell'agente di polizia Antonino Agostino, ucciso insieme a sua moglie Ida Castellucci, in stato di gravidanza, il 5 agosto del 1989. Vincenzo Agostino è un uomo imponente, dallo sguardo fiero, che ha deciso di non tagliarsi più la barba fino a quando non saprà la verità sull'omicidio del figlio e della nuora e fino a quando non avrà giustizia. La sofferenza e la rabbia di quest'uomo si stagliano nell'aria, in ogni parola che pronuncia.
E' il dolore di un padre a cui viene ucciso un figlio. Un dolore per cui non esiste rassegnazione. Giorgio lo abbraccia e gli promette che avrà giustizia e che quella lunga barba verrà tagliata.
Seduto in prima fila c'è Antonino Di Matteo, il magistrato che negli anni '90 è stato Pubblico Ministero in alcuni processi per la strage di via D'Amelio e che ora, insieme al giudice Antonio Ingroia, conduce le indagini delicatissime sui mandanti esterni delle stragi di Falcone e Borsellino. Il Preside della facoltà di Giurisprudenza, Giuseppe Verde, introduce la serata. Anna Petrozzi, caporedattrice di ANTIMAFIADuemila e soprattutto sorella in questa battaglia, modera il dibattito in maniera impeccabile presentando in anteprima il nuovo ANTIMAFIADuemila.
Ed è Rita Borsellino, sorella di Paolo e Salvatore, attualmente eurodeputato, ad aprire la serata. “La memoria di Paolo è ancora viva – dichiara la Borsellino – ma soprattutto è viva la reazione di chi non si rassegna al silenzio e alla negazione della verità. Perché solo la verità è giustizia”. “Non volevo mancare a questo appuntamento – prosegue Rita – che da tanti anni produce un dibattito vero, forte e serio in cui senza mezzi termini, con parole di verità si parla di ciò che è accaduto 17 anni fa e di ciò che man mano si va sviluppando”.
Subito dopo è la volta di Giorgio. Si alza in piedi e con voce ferma legge le recenti dichiarazioni del Procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, relative all'agenda rossa di Borsellino: . Il direttore di ANTIMAFIADuemila invita poi il sen. Giuseppe Lumia a fare chiarezza sui rapporti tra la loggia massonica P2 e la politica per poi insistere sul nodo della questione: “nel momento in cui si farà chiarezza sui mandanti occulti potremo capire chi comanda veramente in Italia. I mandanti delle stragi sono ancora al potere nel nostro Paese”.
Giorgio invita quindi a leggere profondamente i giornali che parlano dell'inchiesta delicatissima che la procura di Palermo sta svolgendo su mafia e Stato. “Voglio invitare tutta la cittadinanza a sostenere la Procura di Palermo e in particolare Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che hanno nelle mani queste importanti indagini. Non li dobbiamo lasciare soli. Dobbiamo stare vicino ai magistrati onesti affinché non li uccidano come è successo a Borsellino e Falcone”. Per poi concludere con l'appello finale: “Dobbiamo difendere i magistrati liberi che non sono appoggiati da alcun potere politico. Quando sentirete che attaccheranno Ingroia e Di Matteo sappiate che c’è un tentativo di isolarli. Noi dobbiamo riunirci e sostenerli”. Applausi scroscianti interrompono più volte l'intervento di Giorgio, così come i relatori che si susseguono.
“Sono convinto che certe verità scomode, soprattutto quella di via D’Amelio, non vengono fuori da sole e neanche per il merito di questo o di quel magistrato – esordisce il Procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia – certe verità si possono raggiungere insieme. Occorre che la collettività chieda a tutte le istituzioni di fare il proprio dovere”.
“Io parto da lontano – continua Ingroia - e dico che l’America di Obama non è quella di Bush. E’ l’America che ha prodotto Obama al posto di Bush. Se sta cambiamo qualcosa in quella che era l’America guerrafondaia, allora vuole dire che nel mondo intero qualcosa sta cambiando sul serio”. C’è una voglia di legalità che sta contagiando tutto il mondo”. “Anche l’Italia che è diventata negli ultimi anni la patria dell’impunità e dell’immunità potrà diventare un giorno la patria della legalità”.
La gente continua ad applaudire, mentre Salvatore Borsellino afferra il microfono e inizia a gridare. “Perché non si è potuto arrivare alla fase dibattimentale del processo sulla sottrazione dell’agenda rossa di Paolo nonostante esistano prove filmate? Come è possibile che il processo sia stato fermato in fase di udienza preliminare?”. “Io non darò tregua – sottolinea con forza Salvatore – a chi si nasconde dietro a delle bugie e dice che non ricorda di avere incontrato Paolo come l’allora Ministro dell’Interno Nicola Mancino”.
Salvatore Borsellino ricorda quindi le parole di suo fratello prima di morire:  . “Ed era un’altra rispetto alla mafia che possiamo pensare – spiega Salvatore – Paolo si riferiva alle commistioni della criminalità organizzata con gli apparati dello Stato”. “Mio fratello è stato ucciso perché si è messo di traverso alla scellerata trattativa tra lo Stato e la mafia. Fin dai primi anni dopo l’attentato si diceva che la strage di via D’Amelio era anomala. Riina stesso aveva  tranquillizzato chi all’interno di Cosa Nostra nutriva dubbi sul compiere quell’attentato dicendo che doveva fare un favore a qualcuno”.
Mentre Salvatore parla il “comitato cittadino 19 luglio 2009” è dietro di lui con le agende rosse sollevate in alto. In silenzio. Prima di concludere il suo intervento Salvatore lancia un appello accorato: “Domani ci riapproprieremo di via D’Amelio. Vi assicuro che lo abbiamo già fatto oggi con tutte le persone che sono venute da ogni parte d’Italia a darci forza per chiedere verità sulla sparizione dell’agenda rossa. Domani nessun politico si presenterà a deporre corone pronunciando discorsi vuoti!”.
La rivoluzione di Salvatore Borsellino è esattamente questa. Per troppi anni in via D'Amelio, in occasione dell'anniversario dell'omicidio di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta, si sono susseguiti diversi politici, alcuni dei quali legati indissolubilmente ai mafiosi stragisti, venuti a deporre corone di fiori per poi riprendere i peggiori affari sul sangue dei giusti.
A questo scempio Salvatore quest'anno ha detto no. E chiamando all'adunata giovani e meno giovani da tutta Italia ha voluto riprendersi simbolicamente via D'Amelio.
“Sono passati 17 anni dalla morte di Paolo – prosegue Salvatore nella parte finale del suo intervento – e io ancora non ho potuto seppellire mio fratello. Non lo potrò fare fino a quando non sarà fatta giustizia e non ci sarà verità sulle stragi”. “17 anni fa abbiamo rifiutato i funerali di Stato perché credevamo che Paolo fosse stato ostacolato e non protetto a sufficienza. Ci fu allora una folla di gente che si scagliò contro i politici presenti. Oggi dovremmo cacciare via dal parlamento chi occupa quel posto indegnamente ed offende la democrazia del nostro Paese!!”.
L'emozione di tutti i presenti è palpabile mentre l'applauso sembra non finire mai. L'ex magistrato Luigi de Magistris, trasferito dal suo ufficio per aver osato investigare sulle commistioni politico mafiose del nostro Paese, europarlamentare eletto con oltre 400.000 voti, prende successivamente la parola. “Al parlamento Europeo – esordisce de Magistris – abbiamo introdotto come priorità il contrasto al crimine organizzato e alle mafie facendo capire che la criminalità organizzata non è solo un problema italiano”.
“La mafia – continua il deputato dell’Italia dei Valori – è penetrata all’interno del tessuto politico istituzionale del nostro Paese, così come in quello economico e non è più possibile distinguere dove comincia l’economia illegale e finisce quella legale. Stiamo cercando di far capire questo agli altri Paesi dell’Europa altrimenti la criminalità mangerà anche loro così come ha mangiato l’Italia”.
“Noi dobbiamo far capire all’estero che cosa sta accadendo nel nostro Paese e che si sta definitivamente consolidando il disegno piduista.
Quando si parla di mafia nel modo in cui ci stiamo occupando stasera – aggiunge l'ex magistrato – mi rendo conto che purtroppo la politica e le istituzioni del nostro Paese non sono affatto mature.
E non dimentichiamoci che quando si parla di collusioni di mafia all’interno delle istituzioni non si può non parlare di magistratura collusa. Questo mi preoccupa perché ho visto utilizzare in maniera a mio avviso illegittima il potere disciplinare da parte della magistratura ordinaria”.
“Per quanto mi riguarda – conclude de Magistris – io non voglio un partito pro giudici. Io voglio una politica che sia vicino ai giudici di cui stiamo parlando stasera, una politica che non manifesti debolezze di fronte a magistrati collusi che ancora risiedono in posti chiave delle istituzioni repubblicane”.
L'applauso prosegue incessantemente e apre la strada all'ultimo intervento della serata. E' il senatore Giuseppe Lumia a sottolineare l'appoggio prezioso ricevuto in questi anni da ANTIMAFIADuemila.
Lumia spiega che probabilmente “la trattativa tra mafia e Stato non ha avuto inizio dopo la strage Borsellino” in quanto “è ipotizzabile che la trattativa abbia avuto inizio dopo la famosa sentenza della Cassazione nel gennaio 1992 (quella che rendeva definitive le condanne ai mafiosi del primo grande maxi processo alla mafia)”.
“Forse la verità – conclude il senatore – è che la trattativa sia parte di qualcosa che c'è sempre stato e che non si è mai interrotto e non ha deposto le armi. E' rapporto di connivenza tra mafia e Stato”.
E sull'onda delle parole di Giuseppe Lumia si chiude quello che a tutti gli effetti rappresenta un incontro memorabile. La gente defluisce lentamente mentre insieme ai relatori e a tutti i nostri amici e fratelli ci apprestiamo per andare a cena.

Domenica 19 luglio 2009
Alle 8 del mattino siamo già in via D'Amelio, i ragazzi del gruppo di Salvatore stanno finendo di sistemare il palco e le attrezzature tecniche per le riprese video da mandare su Internet in streaming. Salvatore arriva poco dopo, con lo sguardo controlla ogni cosa per poi guardare in alto verso il Castello Utveggio. Ecco che nuovamente via D'Amelio si riempie di persone con le agende rosse in mano.
Mancano i palermitani, in mezzo ai partecipanti provenienti dal resto d'Italia sono la netta minoranza. Una ragazza dal palco grida tutto il suo sdegno per l'assenza dei lenzuoli bianchi, simbolo di lotta alla mafia, sui balconi dei palazzi di via D'Amelio.
Poco dopo interviene Rita Borsellino che, pur menzionando le uova lanciate come forma di protesta da qualche balcone di quella via lo scorso anno, spezza una lancia in favore dei suoi coinquilini ricordando che qualche anno prima Silvio Berlusconi era rimasto giù in strada a parlarle al citofono in quanto lei non lo aveva fatto salire in casa per evitare passerelle politiche.
Parte la diretta web, altre piazze d'Italia si collegano con Palermo. Intervengono giornalisti, intellettuali, magistrati, ognuno porta la sua testimonianza. Ricevo una telefonata da Giorgio, con il respiro trattenuto mi dice di aver sanguinato da poco, ma che una volta riprese le forze ci raggiungerà lì. Resto un attimo in silenzio e penso al significato di quel momento.
Salgo anch'io sul palco, mi appello a unire le forze nella lotta alla mafia affinchè diventi una nostra causa di vita, così come nella parte avversaria la mafia è una causa di vita per boss mafiosi del calibro di Matteo Messina Denaro.
Il sole cocente illumina questa strada e tutti i cartelli appoggiati sui muri. Cartelli con scritte di rabbia. Su un'inferriata è appoggiata la ricostruzione di una lapide con la foto del mafioso assassino Vittorio Mangano, definito dallo stesso Silvio Berlusconi e dal senatore Marcello dell'Utri (condannato in I° grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa) un “eroe”; a fianco della lapide la scritta: “I vostri fiori metteteli sulle tombe dei vostri eroi”.
Dopo una breve pausa per il pranzo si ritorna al presidio. Verso le ore 15.00 riprendono gli interventi in diretta da via D'Amelio e in collegamento con le altre piazze d'Italia. Interviene anche Sonia Alfano, figlia del giornalista Beppe Alfano, assassinato dalla mafia l'8 gennaio 1993. Anche in lei tanta rabbia e sete di giustizia.
Il giornalista Marco Travaglio interviene in collegamento ricordando l'importanza in questo anniversario di “dire la verità”.
Dopodichè è la volta di Giorgio, sale sul palco con grande emozione e la lezione di coraggio e di grande umiltà che lascia in ognuno di noi è un segno tangibile della sua essenza. “La verità fa molto male – sottolinea Giorgio – ma come ha detto un grande maestro come Gesù Cristo la verità fa anche liberi. E allora la verità è che chi ha ucciso Paolo Borsellino e la sua scorta ancora oggi comanda in Italia! E' potente... e non sono solamente i politici a partire dal presidente Berlusconi, ma anche tutte quelle forze occulte che danno forza a questo potere, i grandi poteri occulti, le massonerie deviate, i servizi segreti che qui in via D'Amelio penso abbiano azionato il telecomando che ha fatto saltare in aria i ragazzi e il giudice Borsellino! Queste verità vanno dette. Perché questi esseri meravigliosi che secondo noi credenti ci guardano dal Cielo vogliono che la gente sappia la verità, perché la gente si deve risvegliare in modo che questo Paese possa finalmente risorgere! In modo che la nostra terra amatissima possa risorgere e possa diventare libera!”.
L'emozione rapisce Giorgio che a stento trattiene le lacrime: “Salvatore... io non sono degno di stare in questo palco... sono onorato di esserlo... noi facciamo un piccolo lavoro.. vogliamo ascoltarti... seguire la tua forza, la tua giustizia... speriamo di aiutare te e tutti gli altri che come te vogliono giustizia... Penso che Paolo è un nostro fratello... noi abbiamo bisogno di lui, della sua forza.. affinchè lui ci faccia arrivare all'Essere Supremo. La vera storia di Paolo Borsellino sarà scritta forse tra 100 o 200 anni... allora sapremo chi realmente ha rappresentato nel senso supremo questo grande personaggio come Falcone e tutte le vittime della mafia... Io mi emoziono quando sento parlare Sonia Alfano, Rita Borsellino e tutti quelli che hanno avuto una tragedia nella loro famiglia... e quindi ovviamente anche Salvatore... grazie Salvatore...”.
“Ma io insisto – conclude Giorgio con forza tornando a parlare delle inchieste sui mandanti esterni delle stragi – questa indagine delicatissima è in mano ai procuratori Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, quindi sosteniamoli, non lasciamoli soli perché la mafia uccide quando vengono isolati i giudici! Nel momento in cui la grande informazione, le televisioni, i grandi potenti cercano di limitare il lavoro della procura di Palermo e quella di Caltanissetta diretta da Sergio Lari che sta indagando sui mandanti esterni noi dobbiamo ribellarci, scendere nelle strade e sostenerli! Ricordatevi i nomi di questi magistrati, se ve lo dico c'è un motivo e lo potete leggere nella nostra rivista... loro possono fare luce alla verità sulle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese... dal sangue di Falcone e Borsellino è nata la seconda Repubblica... questa gente ancora comanda e noi la dobbiamo cacciare via con la verità!”.
Un applauso scrosciante accompagna Giorgio mentre scende lentamente dal palco. Subito dopo è la volta di Gioacchino Genchi, l'investigatore della Polizia di Stato che per primo ha seguito le indagini sulle stragi di Falcone e Borsellino che portavano a piste esterne alla mafia (nella strage di Capaci si occupò tra l'altro del computer manomesso di Giovanni Falcone, mentre per la strage di via D'Amelio si occupò tra l'altro dei misteri del Castello Utveggio e del ruolo dei servizi segreti deviati all'interno della strage). Genchi è un uomo di Stato che ha pagato un prezzo altissimo per non aver guardato in faccia a nessuno: trasferito, delegittimato, isolato, sospeso dal servizio, anche e soprattutto per aver lavorato negli ultimi anni al fianco di Luigi de Magistris quando quest'ultimo era ancora un magistrato.
Il grido Di Gioacchino Genchi si espande per tutta via D'Amelio, si rivolge ai ragazzi li sprona a non smettere mai di cercare la verità e la giustizia. A un certo punto l'affondo va nei confronti della Corte di Cassazione e qui Gioacchino chiede a gran voce che si faccia luce “su tutti gli inciuci che i potenti e gli avvocati dei potenti sono riusciti a fare comprando giudici, cancellieri e sentenze, a danno di poliziotti, di magistrati, di carabinieri che sono morti perché si tentasse di affermare giustizia in questa maledetta Italia!!”.
La gente non smette di applaudire fino alle 16,58 quando scatta il minuto di silenzio. E' il minuto esatto nel quale 17 anni fa la bomba esplose in via D'Amelio. Ora però non vola una mosca. Le telecamere di diverse emittenti riprendono il silenzio di un popolo che chiede verità e giustizia. Salvatore è come sospeso tra due dimensioni. Giorgio e alcuni di noi siamo a pochi passi da lui. Tutto è immobile.
Centinaia di braccia alzate con un'agenda stretta tra le mani si protraggono verso l'alto quasi a sigillare un contatto tra Cielo e Terra. Il tempo si è fermato. “A quale Dio, si chiede Palermo offriamo le lacrime e il patto – è la voce della scrittrice palermitana Marilena Monti a ridestarci da quel limbo mentre legge la sua poesia - a quale celeste sovrano chiediamo conto e ragione se Paolo è in croce, con gli altri, i ragazzi quotidiani soldati trafitti...”.
Molti piangono, la poesia prosegue fino alla promessa finale di Marilena Monti che alzando lo sguardo dal libro verso l'orizzonte recita: “Ti giuro, Giudice Paolo dagli occhi di miele e mestizia, che noi ti faremo giustizia!...”. Esplode un applauso liberatorio che unisce tutti i presenti.
Tra questi c'è anche il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, la gente lo applaude e fa il tifo per lui. Lari con grande umiltà prende in mano un'agenda rossa, ringrazia, stringe le mani e dopo alcuni minuti torna insieme alla moglie verso la sua macchina blindata. Giorgio è esausto, sfibrato  per le tante ore in cui è rimasto in piedi, abbraccia Salvatore e si avvia verso la macchina.
Poco dopo si forma nuovamente il corteo pronto a partire da via D'Amelio per dirigersi nel cuore di Palermo, verso Piazza Magione, in quei luoghi dove Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno vissuto. Salvatore è in testa allo striscione “Via D'Amelio: Strage di Stato”, è come un pugile sul ring, cosciente di non potersi fermarsi un attimo.
Parte il corteo. Si attraversa una parte della città passando davanti al carcere dell'Ucciardone. Tra quelle mura avevano soggiornato i peggiori criminali di Cosa Nostra, prima di essere trasferiti in blocco nelle supercarceri di Pianosa e dell'Asinara dopo la strage di via D'Amelio.
A un certo punto ci si infila nei vicoli del quartiere della Kalsa. Si arriva in via Vetriera, là dove era nato Paolo Borsellino e dove la sua famiglia aveva la storica farmacia. Dalle case la gente ci osserva, alcuni con evidenti segni di disapprovazione. Ma le grida del corteo infrangono il silenzio umido di quei vicoli. Infine si arriva a Piazza Magione.
Salvatore non ha più voce. E' stravolto ma ha ancora quella carica di adrenalina che lo tiene in piedi. Le persone si sparpagliano per la piazza, il testimone di giustizia Pino Masciari prende il microfono e racconta il suo calvario di imprenditore che vive sotto scorta, lontano dal suo paese, dopo essere stato testimone di accusa in importanti processi di 'Ndrangheta.
Salvatore si appresta ad andare all'apertura della fiaccolata in memoria di Paolo Borsellino organizzata ogni anno dal gruppo di Azione Giovani. Lo rivediamo un'ora dopo mentre si disseta in attesa della parte conclusiva della giornata.
Sul palco Marco Bertelli, tra i principali organizzatori, chiama per gli ultimi interventi. L'attore Giuseppe La Licata legge un testo scritto da Paolo Borsellino sull'importanza del rispetto delle regole, di seguito è Rita Borsellino a salire per un excursus storico sul significato di esserci oggi, a distanza di 17 anni.
Subito dopo Salvatore con un filo invisibile di voce torna a scuotere i cuori dei presenti: “Io sento il battere dei vostri cuori, li ho sentiti in questi giorni e nel momento che ci siamo conosciuti... ho tanta rabbia per non riuscire a parlare in questa piazza, ma ho anche tanta felicità per vedere quanti di voi sono venuti qui a combattere con me questa battaglia di giustizia... vi prego.... io non ho la voce per gridare... fatelo voi per me... RESISTENZA!!!!!”.
Ed ecco che la piazza prende tutto il fiato che ha in gola e grida, alza la voce e sovrasta lo stesso Salvatore. “RESISTENZA!!!” è il grido di tutti i presenti. La commozione di Salvatore si fonde nella sua passione.
Una volta ripresosi racconta la storia del collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, colui che qualche tempo prima del 19 luglio 1992 avrebbe dovuto uccidere Paolo Borsellino, poi l'ordine viene posticipato alla strage di Capaci e, una volta pentito, Vincenzo diventa una sorta di figlio spirituale del giudice. E' Valentina, una ragazza del comitato 19 luglio 2009, a leggere la lettera di Lucia, una delle quattro figlie di Vincenzo Calcara. Sono parole dirette, senza sconti per nessuno, un vero riscatto morale per chi come Vincenzo sa quale è l'unico modo per riscattarsi per il male commesso.
Gli applausi si intervallano e preparano il terreno per l'ultimo intervento. Questa volta è Cristina a leggere un testo di Antonino Caponnetto, ideatore del pool antimafia, quasi un padre spirituale per Falcone e Borsellino, scomparso nel 2002. “Io seguito a pensare a loro – scriveva Caponnetto riferendosi a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – come persone vive!”. La gente è ora in silenzio, come se quelle parole si unissero al grido di Salvatore per saldarsi dentro ognuno dei partecipanti.

Lunedì 20 luglio 2009
Davanti all'ingresso di Palazzo di giustizia decine di manifestanti con le agende rosse in mano sono venute per solidarizzare con i magistrati schiacciati dalle leggi contro la giustizia ideate e realizzate da un governo colluso come quello attuale. Salvatore Borsellino è in prima fila.
A un certo punto dall'ingresso secondario esce Antonio Ingroia, i ragazzi esplodono in un tifo da stadio. Salvatore lo abbraccia a lungo. Con un sorriso disarmante Ingroia ringrazia tutti e si avvia verso l'aula di giustizia dove lo aspetta un'udienza del processo contro il generale dei carabinieri Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, due protagonisti dei misteri che ruotano attorno alla “trattativa” tra mafia e Stato.
Insieme ad Anna, Maria e al nostro cameraman seguiamo Ingroia con il quale abbiamo appuntamento per un'intervista da inserire nel documentario di Georges Almendras. Poco dopo nei corridoi della procura ci raggiunge Giorgio, è ancora visibilmente stanco, ma il suo passo è tutt'altro che indeciso.
In attesa dell'arrivo di Antonio Ingroia, Giorgio ed io entriamo dal giudice Roberto Scarpinato, noto Pubblico Ministero del processo contro l'ex primo ministro Giulio Andreotti, per chiedergli un'analisi sugli ultimi eventi. Scarpinato ci accoglie con grande disponibilità mentre rilegge con grande intelligenza ogni avvenimento dandogli una collocazione storica e soprattutto dimostrando come “tutto sia collegato”.
Al termine del colloquio usciamo dal suo ufficio, Ingroia non è ancora arrivato, Anna, Maria e il cameraman attendono insieme ad alcuni nostri colleghi. Giorgio decide quindi di raggiungere Salvatore che sta andando via in quanto il presidio davanti a palazzo di giustizia è terminato.
Lo raggiungiamo al bar davanti il tribunale. Salvatore è sempre senza voce, ma la carica di questi giorni lo anima come non mai. Giorgio gli dà un'ulteriore dose di forza. Prima di salutarci Salvatore mette le sue braccia su Giorgio e su di me quasi a unirci in un piccolo cerchio. Dietro di noi il traffico di Palermo impazza. Ma è come se un'altra volta il tempo si fermasse.
Salvatore ci guarda nel profondo del nostro animo. Sorride. Gli occhi brillano di commozione. Ma la fierezza del suo sguardo è sempre quella di un guerriero. Ci abbracciamo.
Poco dopo Francesco arriva in macchina a prendere Giorgio, Salvatore si incammina da solo e io torno in tribunale. Anna ha finito da poco l'intervista ad Ingroia. E' tempo di rientrare.
Dopo pranzo ci vediamo in una sala per una piccola riunione operativa con i fratelli e amici di tutta la Sicilia prima di rientrare a casa.
Giorgio spiega l'implicazione spirituale della lotta alla mafia, il significato dello smascheramento del volto dell'Anticristo di cui la Madre Celeste gli aveva parlato a Fatima il 2 settembre 1989, rimarcando l'importanza della scelta di operare stabilmente in Sicilia.
In ogni sua parola è racchiuso l'atto di amore più alto che ogni uomo può compiere su questa terra: dare la vita per i propri amici, per i propri fratelli.
Un atto d'amore al quale abbiamo già assistito 2000 anni fa attraverso il sacrificio di Gesù Cristo e che ora ritroviamo in un suo strumento cosciente, uomo tra gli uomini.
Ed è nel nome del Maestro, in attesa del suo ritorno e nel nome di tutti i Giusti che si sono avvicendati per renderci liberi che dobbiamo onorare questo debito. Lottando per la giustizia. Gioiosamente, come diceva Paolo Borsellino, con coraggio e determinazione, senza arretrare mai.
Con la consapevolezza di avere una grande responsabilità nei confronti di chi ci ha preceduto e che ci chiede di continuare a combattere per liberare questa Terra con la Verità.

Lorenzo Baldo
Sant'Elpidio a Mare 24 luglio 2009

Per tutti gli approfondimenti e per la galleria di immagini:
  www.antimafiaduemila.com
www.19luglio1992.com

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S. Borsellino, G. Bongiovanni  e Il sen. Giuseppe Lumia in Via D’Amelio

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L'arrivo delle agende rosse davanti a Castello Utveggio

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S. Borsellino, G. Bongiovanni  e Il sen. Giuseppe Lumia in Via D’Amelio

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Giorgio in Via D'Amelio

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La conferenza “I mandanti impuniti”

 

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