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NUCLEARE: OBAMA FA MAXI-INVESTIMENTO.STANZIATI 8 mld PERr "ENERGIA PULITA"
Dopo trent'anni di stop nella costruzione di centrali nucleari, Obama dà nuovo impulso a questo settore energetico. Il presidente Usa ha annunciato un prestito di 8,3 miliardi di dollari da investire nella costruzione di due nuovi reattori nucleari. L'iniziativa, ha precisato Obama, darà lavoro permanente a 800 persone. Secondo il leader della Casa Bianca, è "solo l'inizio" degli sforzi per sviluppare tecnologie energetiche "sicure e pulite".
I due nuovi reattori nucleari verrano costruiti nella centrale di Burke, in Georgia. Obama ha aggiunto che "l'energia nucleare resta la nostra più grande fonte di carburante che non produce emissioni inquinanti. Per cui per raggiungere i nostri crescenti bisogni energetici - ha sottolineato - e prevenire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico dobbiamo aumentare il ricorso all'atomo".
Obama ha osservato che con l'energia prodotta da un impianto atomico, rispetto a quella di una centrale a carbone, si riduce l'inquinamento da carbone di 16 milioni di tonnellate ogni anno. "E' come fermare 3,5 milioni di macchine e i loro scarichi". "Abbiamo fatto il più grande investimento in energia pulita della storia, che creerà più di 700mila nuovi posti di lavoro in tutta l'America", ha detto il presidente parlando in una centrale elettrica nel Maryland.
http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo474160.shtml
CILE: UN'ALTRA SCOSSA DI TERREMOTO
05 Marzo 2010
CONCEPCION - La terra trema ancora in Cile. Un sisma di magnitudo 6,3 della scala Richter e' stato registrato questa mattina a Concepcion, la seconda citta' del Paese, devastata dalla scossa di magnitudo 8,8 di sabato scorso. (RCD)
TERREMOTI: SCOSSA 6,4 A TAIWAN
Undici feriti, lievi danni materiali
(ANSA) - ROMA, 4 MAR - Un sisma di magnitudo 6,4 e' stato rilevato a Taiwan. Lo riferisce il Servizio geologico statunitense (Usgs).Il sisma si e' prodotto a 35 km di profondita' e ha provocato il ferimento di 11 persone e limitati danni materiali. La scossa ha avuto il suo epicentro sulle montagne nei pressi di Kaohsiung, sud dell'isola, ed e' stato avvertito con forza nella capitale Taipei. Le linee dei treni superveloci che collegano la capitale al sud dell'isola sono state bloccate.
ONDA ANOMALA SU NAVE DA CROCIERA PAURA NEL MEDITERRANEO, DUE MORTI
Spagna, vittime un italiano e un tedesco. Passeggeri terrorizzati
La vetrata del salone, a quell´ora affollato di gente, è andata in frantumi, le schegge hanno colpito i turisti
MASSIMO MINELLA
GENOVA - Una tempesta d´acqua e raffiche di vento a più di cento chilometri all´ora nel cuore del Golfo del Leone, al largo delle coste spagnole. Poi, all´improvviso, un muro d´acqua che si alza fino a otto metri e travolge la prua della "Louis Majesty", nave da crociera cipriota della Louis Cruise Lines, diretta a Genova al termine di una crociera nel Mediterraneo Occidentale. L´impatto è devastante, i vetri di uno dei saloni della nave vanno in frantumi, l´acqua invade il ponte e travolge ogni cosa, anche un mobile in legno che a sua volta, come un tragico domino, si abbatte contro un turista italiano, Giuseppe Neri, informatico genovese di 52 anni. Per Neri l´impatto è letale, ma anche un altro turista tedesco, che si era avvicinato alla vetrata per scattare alcune fotografie, viene travolto e ucciso. Due morti, e una mezza dozzina di feriti, è il bilancio di una tragedia che sorprende e inquieta, perché a causare la fine dei due croceristi è un´onda anomala, fenomeno davvero fuori dall´ordinario dentro al Mediterraneo. Incredibile anche la coincidenza tragica che, in una manciata di giorni, ha colpito il mondo delle crociere nel Mediterraneo: la scorsa settimana, infatti, una raffica di vento ha spinto con violenza la "Costa Europa" contro la banchina del porto di Sharm El Sheik, provocando uno squarcio nella fiancata costato la vita a tre marittimi.
Ieri, l´onda anomala nel Golfo del Leone, che con la sua furia ha travolto e ucciso due croceristi. La nave, 40mila tonnellate di stazza, allungata di una trentina di metri dieci anni fa, battente bandiera maltese, aveva lasciato il porto di Cartagena, nel sud est della Spagna, diretta a Barcellona. Le pessime condizioni del mare, però, rendevano difficoltoso l´attracco nella città catalana e a quel punto il comandante ha scelto di puntare direttamente verso Genova, destinazione finale della crociera. Al largo del Capo di Bagur, in Costa Brava, però, la situazione è precipitata quando un´onda alta più otto metri si è abbattuta sulla prua della "Louis Majesty", mandando in frantumi la vetrata di uno dei saloni. «Ho sentito la gente che urlava e poi ho visto l´acqua uscire da un salone del quinto piano a prua, dove stavano dando gli annunci per lo sbarco a Genova a un gruppo di sloveni. Nel momento in cui sono entrato per vedere cosa succedeva, una finestra si è letteralmente spezzata e l´acqua ha travolto tutti» commenta Ervino Curtis, triestino di 63 anni, uno dei 1500 passeggeri della nave che avrebbe dovuto concludere la sua crociera oggi a mezzogiorno a Genova e che invece ha trovato riparo nel porto di Barcellona.
«All´inizio è stato il caos - racconta ancora Curtis - l´acqua ha iniziato a scendere dai ponti, le cabine erano invase, la gente per paura si è messa anche i giubbetti salvagente. Vicino a me c´era una donna che non riusciva a trovare il marito. Era la moglie di Giuseppe Neri, l´uomo che è morto. Per un´ora e mezza lei e il figlio non hanno saputo nulla».
Dopo il devastante impatto con l´onda anomala, il comandante della nave cipriota ha fatto rotta per Barcellona. I passeggeri in arrivo al porto di Genova per iniziare la loro crociera verranno invece ospitati negli alberghi cittadini. «Lo scalo di Genova è stato annullato - conferma il direttore generale delle Stazioni Marittime Edoardo Monzani - Stiamo cercando di avvisare tutte le persone, ma molte sono già in arrivo e verranno comunque ospitate in attesa del rientro della nave». «Daremo tutta l´assistenza possibile ai passeggeri - conferma Eugenio Kielland, l´agente marittimo che rappresenta la compagnia cipriota nel porto di Genova - Sia a quelli fermi a Barcellona che a quelli in arrivo a Genova».
LA REPUBBLICA 4 MARZO 2010
LE TEMPERATURE SONO PRECIPITATE ALL´IMPROVVISO, ALMENO CINQUANTA LE IMBARCAZIONI RIMASTE BLOCCATE
Il Baltico è una morsa di ghiaccio in trappola traghetti e passeggeri
Prigionieri del mare i ferry e navi da crociera tra Stoccolma e Helsinki
NICOLA LOMBARDOZZI
dal nostro corrispondente
Mosca - Il mare si è chiuso all´improvviso. Il ghiaccio che se ne stava ad almeno tre metri dalle navi è arrivato in pochi secondi addosso agli scafi bloccandoli di colpo. Si è sentito un urto violento, poi le eliche che giravano a vuoto. Davanti ai timonieri solo una immensa lastra bianca senza fine. Una vera trappola di ghiaccio che ha beffato ogni previsione meteo e che ha trasformato in un incubo ieri sera la crociera di migliaia di persone in viaggio tra la Svezia e la Finlandia. Il maltempo peggiore mai registrato sul Baltico negli ultimi quindici anni ha incastrato per ore più di cinquanta imbarcazioni all´altezza delle isole Aland, proprio nella zona centrale e più ventosa del golfo di Botnia, a metà strada tra Stoccolma ed Helsinki.
Nella piccola flotta prigioniera del gelo anche sei grandi traghetti in servizio di linea tra le due capitali con il loro carico di passeggeri, auto e tir. Spettacolare ma non subito efficace l´operazione salvataggio della Marina svedese che ha inviato tre rompighiaccio a tentare di fare da apripista alle imbarcazioni. Ma al gelo improvviso, con la temperatura precipitata in pochi minuti da quattro a quindici gradi sotto zero, sì è aggiunto un vento fortissimo che ha complicato le cose sia ai soccorritori che ai comandanti delle navi costretti a navigare a vista tra enormi lastre di ghiaccio che si spostavano a velocità incontrollabile urtando con violenza le fiancate delle navi. Momenti di panico al largo di Uppsala quando i due traghetti gemelli della svedese Viking Line, la "Isabella" e la "Amorella" sono stati liberati contemporaneamente e hanno finito per urtarsi tra loro. In due imbarcavano 2630 persone più un centinaio di marinai. I due comandanti hanno dovuto così continuare a seguire la loro rotta con le vistose ammaccature sulle fiancate confidando di non aver falle a bordo. È andata peggio al centinaio di passeggeri del traghetto estone "Regal Star". Dopo due ore di tentativi il rompighiaccio ha dovuto desistere. Sono state prese precauzioni per mettere in sicurezza la nave e si è deciso di lasciarla nella sua prigione di ghiaccio fino alle luci dell´alba di oggi. Situazione meno caotica ma ugualmente grave per altri mercantili estoni, svedesi e finlandesi diretti verso la Finlandia.
Navigare d´inverno nel golfo di Botnia è normalmente una cosa difficile per equipaggi esperti. Bisogna vigilare, anche a vista e non solo con i radar di bordo, la superficie dell´acqua per evitare le lastre di ghiaccio che da quelle parti non mancano mai. Ma il calo della temperatura e il vento hanno fatto scattare la trappola. Più o meno in simultanea ai timonieri delle cinquanta navi è apparsa la scena terrificante del ghiaccio che si saldava davanti alle prue intrappolando completamente le imbarcazioni. Unica cosa da fare |fermare la marcia lasciando i motori al minimo e attendere i soccorritori.
(ha collaborato Vincenzo Lanza)
LA REPUBBLICA 5 MARZO 2010
TERREMOTI: FILIPPINE, SCOSSA 6,1
Non si hanno al momento notizie di danni
02 marzo, 09:44
(ANSA) - MANILA, 2 MAR - Un terremoto di magnitudo 6,1 ha colpito la regione piu' settentrionale delle Filippine, ma non ci sono notizie di danni. Lo ha reso noto l'istituto sismologico nazionale. Il sisma e' stato avvertito nelle province di Cagayan e Isabela intorno alle 10:51 ora locale (le 3:51 in Italia).
SALE LA DISOCCUPAZIONE USA, CADONO LE BORSE
Rapporto shock da J.P. Morgan: quest´anno l´Asia consumerà più dell´America
Stati Uniti, le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono aumentate di 23.000 unità
FEDERICO RAMPINI
NEW YORK - Fiacchi gli acquisti di beni durevoli, di nuovo in salita la disoccupazione: un´altra infornata di dati sull´economia americana ha gettato dubbi sulla solidità della ripresa, ha spinto in ribasso le Borse, ma ha paradossalmente sostenuto il dollaro. E un clamoroso sorpasso conferma che solo l´Asia sembra in grado di assumere il ruolo di locomotiva della crescita mondiale. Secondo i calcoli della J.P. Morgan, per la prima volta nella storia quest´anno i consumatori dei paesi emergenti spenderanno più dei loro omologhi americani. Le spese delle famiglie nelle nazioni emergenti peseranno per il 34% dei consumi globali; mentre i consumatori americani rappresenteranno soltanto il 27% del totale. Vent´anni fa i consumatori americani pesavano per il 30% di tutte le spese mondiali mentre quelli dei paesi emergenti appena il 23%. Il nuovo ruolo dell´Asia non riguarda solo Cina e India ma anche economie più piccole, che erano state colpite pesantemente dalla recessione e ora rimbalzano a una velocità considerevole. La Thailandia ha avuto una crescita del 15,3% nell´ultimo trimestre 2009, il Pil di Taiwan è aumentato del 18%. I paesi dalla crescita più vigorosa – Malesia, Taiwan, Singapore – sono tutti economicamente dei "satelliti" del mercato cinese. Le vendite di auto in Malesia sono cresciute del 33% a gennaio. In India sono aumentate ancora di più, del 50%. Perfino la più matura e la meno dinamica delle economie asiatiche, il Giappone, comincia a beneficiare dell´effetto traino della Cina. A gennaio l´export made in Japan è salito dell´80% rispetto allo stesso mese del 2009, tutto per merito del mercato cinese che ha ormai superato quello americano come sbocco principale dell´industria nipponica. E´ dall´America invece che ieri sono usciti dati particolarmente deludenti. A gennaio le vendite di beni durevoli sono cresciute del 3%. Ma è un dato "truccato" dall´improvvisa concentrazione in quel mese di una serie di ordinativi di jet per passeggeri, che hanno fatto salire del 129% le vendite dell´aviazione commerciale. Se si escludono i due settori più volatili – aerei e armamenti – il settore dei beni durevoli in realtà è arretrato del 2,9%. E´ una battuta d´arresto significativa perché coinvolge elettrodomestici, computer, automobili. Un segnale della stessa natura è venuto dal mercato del lavoro. Le nuove richieste di sussidi di disoccupazione nell´ultima settimana sono aumentate di 23.000 unità, salendo a 496.000. E´ il livello più alto degli ultimi tre mesi. Un dato decisamente peggiore rispetto alle attese. Segnala la possibilità che la recente schiarita sull´occupazione sia stata effimera. Beni durevoli e disoccupazione hanno pesato su Wall Street dove gli indici azionari hanno chiuso tutti al ribasso. Di riflesso si è rafforzato il dollaro, secondo un automatismo ormai collaudato: quando aumenta il pessimismo, la moneta americana torna ad essere percepita dagli investitori come un rifugio di relativa sicurezza. Ieri l´euro è sceso fino a 1,349 dollari prima di chiudere a quota 1,352 che rappresenta il minimo dal maggio 2009.
LA REPUBBLICA 26 FEBBRAIO 2010
SUDAN, L’ONU TEME CENTINAIA DI MORTI IN DARFUR
L’organizzazione internazionale parla di 140 morti durante gli scontri tra l’esercito sudanese e le truppe ribelli, il governo di Khartoum smentisce
L'Onu stima tra le 140 e le 400 vittime negli scontri di questi ultimi giorni in Darfur. Fonti delle Nazioni Unite sostengono che centinaia di civili siano morti nei combattimenti fra l'esercito sudanese e le forze ribelli. Un portavoce delle forze regolari di Khartoum ha smentito che in questi giorni siano avvenuti scontri tra i soldati e i guerriglieri dell'Esercito di liberazione del Sudan (Sla) di Abdel Wahed.
Il presidente sudanese Al Bashir aveva annunciato mercoledì scorso un nuovo patto fra il governo e parte dei ribelli, che includeva in particolare la scarcerazione di 57 persone, nell'ambito dell'accordo di pace con un altro gruppo dissidente, il Movimento per la giustizia ed uguaglianza (Jem). Gli accordi di Doha prevedono un accordo di pace definitivo con il Jem entro il 15 marzo. Tuttavia lo Sla e gli altri movimenti ribelli hanno sempre respinto le trattative, chiedendo un patto sulla sicurezza della regione, prima dell'inizio dei colloqui.
1-3-10 Peace Reporter
FRANCIA, CATTURATO IL CAPO MILITARE DELL´ETA
Nel 1997 Ibon Gogeaskoetxea aveva tentato di uccidere Re Juan Carlos
GIAMPIERO MARTINOTTI
dal nostro corrispondente
PARIGI - Si chiama Ibon Gogeaskoetxea Arronategui, e dietro questo nome impronunciabile si nasconde il più alto responsabile dell´Eta, l´uomo che nel 1997 aveva tentato di uccidere re Juan Carlos. Gogeaskoetxea è stato arrestato ieri mattina insieme ad altri due membri dell´organizzazione indipendentista basca a Cahan, un paesino dell´Orne, nella Bassa Normandia. Un colpo durissimo per il gruppo terrorista, assicura il ministro degli Interni spagnolo, Alfredo Rubalcapa, che corona i 32 arresti compiuti in appena due mesi, dovuti alla raddoppiata vigilanza delle forze dell´ordine iberiche, che sospettano l´Eta di voler compiere un attentato spettacolare durante la presidenza spagnola dell´Ue.
In meno di diciotto mesi, la polizia francese è riuscita ad arrestare i quattro successivi capi dell´organizzazione terrorista. Insieme a Gogeaskoetxea, 54 anni, sono stati fermati due dirigenti clandestini, che secondo gli inquirenti erano venuti dalla Spagna per ricevere istruzioni in vista di azioni militari.
Due personaggi pericolosi: Bernat Aginagalde, 26 anni, è sospettato di aver ucciso il socialista basco Isaias Carrasco e l´imprenditore Uria Mendizabal; Gregorio Jimenez, 55 anni, è accusato di aver voluto uccidere nel 2001 il premier José Maria Aznar colpendo con un missile il suo aereo. Nella casa abitata dal capo dell´Eta i poliziotti hanno ritrovato tre pistole, una modesta quantità di esplosivi, documenti falsi, 6 mila euro in contanti e materiale informatico. I tre sono stati traditi da un´auto rubata in gennaio che circolava con una targa falsificata e segnalata proprio davanti alla casa di Gogeaskoetxea.
L´antiterrorismo spagnolo non ha dubbi: Gogeaskoetxea guidava l´apparato militare dell´Eta con l´aiuto del fratello minore, Eneko. Secondo Rubalcapa, l´uomo era «il massimo responsabile» dell´organizzazione, visto che al suo interno i militari hanno ormai preso il sopravvento sui politici. Il suo successore sarà scelto nel gruppo di dirigenti sopravvissuti agli arresti degli ultimi anni: fra di loro si trova anche una donna, Iratxe Sorzabal, madre di un bambino.
Considerato come un gruppo terroristico dall´Unione europea, l´Eta è stato già colpito all´inizio di febbraio in Portogallo con un´importante operazione che ha permesso il sequestro di 800 chili di esplosivo ed altri prodotti necessari per la costruzione di ordigni. Secondo la polizia spagnola, le autorità portoghesi avevano «evitato l´installazione di una base logistica dell´Eta». Ma tutte queste operazioni, ha detto ieri Rubalcapa, «non ci mettono al riparo da un attentato».
Gogeaskopetxea aveva fatto parte del commando che nel 1997 tentò di uccidere Juan Carlos di Borbone durante l´inaugurazione del Guggenheim a Bilbao. I terroristi avevano imbottito tre fioriere con granate anti-carro e mine anti-uomo che avrebbero dovuto esplodere al momento del passaggio del re. Furono intercettati e un poliziotto perse la vita durante uno scontro a fuoco, ucciso probabilmente dal fratello minore di Gogeaskopetxea.
LA REPUBBLICA 1 MARZO 2010
SPAGNA, GIUDICE ACCUSA IL VENEZUELA DI AVER COLLABORATO CON ETA E FARC
Eloy Velasco, un giudice della Audencia Nacional, in una ordinanza accusa il governo venezuelano di aver in qualche modo cooperato con Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e indipendentisti baschi dell'Eta.
Sei presunti membri dell'Eta e altri otto militanti Farc sono stati incriminati. Secondo gli inquirenti la formazione armata basca avrebbe ricevuto richieste d'aiuto dalle Farc per portare a termine un attentato contro il presidente Alvaro Uribe, l'ex presidente Pastrana, l'ambasciatrice colombiana in Spagna dal 2002 al 2008 Noemi Sanin e l'ex sindaco di Bogotà Antanas Mockus. A conferma delle proprie dichiarazioni il giudice cita dati che indicherebbero "la cooperazione governativa nella collaborazione illecita".
Velasco ha fatto sapere che nel marzo e nel settembre del 2000 due membri delle Farc sarebbero arrivati in Spagna per chiedere aiuto agli aderenti Eta per l'ex presidente colombiano Pastrana. Figura di spicco dell'inchiesta sarebbe Arturo Cubillas Fontan, marito della direttrice generale del Gabinetto della Presdenza della Repubblica del Venezuela, Goizeber Odriozola Lataillade, che in passato ha occupato all'interno del governo venezuelano un incarico di prestigio all'interno dell'Oficina de Administracion y Servicios del ministero dell'Agricoltura. Cubillas sarebbe stato, sempre secondo Velasco, il responsabile dell'Eta per le relazioni con le Farc.
1-3-10 Peace Reporter
NUCLEARE, LA SIRIA DICE NO AGLI USA. "NE HA DIRITTO PER USO PACIFICO"
DAMASCO - "L'Iran ha il diritto di proseguire il suo programma di arricchimento dell'uranio" perché "gli scopi che si propone sono pacifici". Il presidente siriano Bashar al Assad sceglie, al termine di un incontro tenutosi con il presidente iraniano a Damasco, di sostenere la linea inaugurata dal suo omologo: Mahmud Ahmadinejad. Nei giorni scorsi Washington aveva esortato Damasco a prendere le distanze dalle iniziative di Teheran.
LA REPUBBLICA.IT
DUBAI, I KILLER DEL MOSSAD ERANO 26
Partiti da Roma e Milano alcuni degli agenti che uccisero l´uomo di Hamas
Individuati altri quindici passaporti europei falsi usati dai membri del commando
Resta da chiarire perché il gruppo di fuoco fosse composto da così tante persone
ALBERTO STABILE
dal nostro corrispondente
Gerusalemme - La polizia di Dubai ha identificato altre 15 persone sospettate di aver preso parte all´omicidio di Mahmud al Mabhuh, il dirigente di Hamas ucciso il 19 gennaio in un albergo di lusso del piccolo emirato, portando a 26 il numero complessivo delle persone coinvolte nel delitto. Al centro delle indagini su mandati ed esecutori resta il Mossad, ma alla luce delle nuove rivelazioni, ammesso che i sospetti degli inquirenti siano fondati, resta da capire come mai il potente servizio segreto israeliano abbia deciso di mobilitare un così alto numero di agenti per uccidere una persona sola e disarmata.
Il precedente capitolo di questo giallo che non sembra ancora concluso ci aveva consegnato le foto e i passaporti manipolati di undici persone: sei inglesi, tre irlandesi un francese e un tedesco. Secondo le autorità di Polizia di Dubai, avevano fatto parte della squadra incaricata di assassinare al Mabhuh, un capo militare del Movimento islamico cui da anni i servizi israeliani davano la caccia, responsabile del traffico d´armi che dall´Iran arrivano a Gaza.
La pubblicazione delle foto e dei nomi degli undici sospettati aveva portato alla scoperta più sensazionale. E cioè che l´identità di alcuni di loro corrispondeva a quella di altrettanti cittadini israeliani emigrati in Israele in epoche diverse e per questo muniti di doppio passaporto. Persone la cui identità era stata rubata e clonata sui passaporti di alcuni degli assassini.
Ora la polizia di Dubai, «grazie all´aiuto amichevole» di alcuni paesi ha aggiunto altri 15 nomi alla lista dei killer: sei con passaporti britannici, tre irlandesi, tre francesi e tre australiani. Le modalità seguite per confezionare queste 15 nuove identità sembrano analoghe alle precedenti. Infatti, c´è già un cittadino israeliano, Adam Marcus Korman, nato in Australia nel ‘75 ma emigrato in Israele sin da bambino, che ha visto il suo nome sulla lista dei nuovi ricercati diffusa da un sito ma non si è riconosciuto nella foto corrispondente. Ed ha subito protestato.
Assieme ai nomi dei 15 la polizia di Dubai ha reso noti altri dettagli. Il gruppo sarebbe giunto a Dubai proveniente da diverse città, tra cui Roma e Milano. Compiuto il delitto la «squadra» si sarebbe dispersa in molte direzioni. In particolare, una coppia di finti australiani sarebbe partita in nave con destinazione l´Iran. Proprio il temutissimo Iran.
Ma per quanto accuratamente addestrati, anche a far fronte agli inevitabili errori e contrattempi, gli uomini e le donne del commando, si sono lasciati dietro una «traccia elettronica» che oggi ha permesso la loro «esposizione» anche se non si può parlare di una vera identificazione. Nel caso di Michael Bodenheimer, poi, la traccia era ben visibile da tempo. Nell´estate del 2009, infatti, un uomo in possesso di passaporto israeliano si è presentato al consolato tedesco di Colonia chiedendo un passaporto tedesco che, a suo dire, gli spettava essendo figlio di una coppia di ebrei tedeschi sfuggiti ai nazisti. Alle autorità tedesche l´uomo presenta tutti i documenti necessari, compreso il certificato di matrimonio dei genitori. Solo che il vero Michael Bodenheimer è un rabbino che vive nella cittadina ultraortodossa di Bnei Barak.
LA REPUBBLICA 25 FEBBRAIO 2010
GHEDDAFI: "JIHAD CONTRO LA SVIZZERA".
Appello alla guerra santa per il referendum sui minareti
Il ministro Maroni avverte: "Le scelte di Berna mettono a rischio il trattato di Schengen"
GIAMPAOLO CADALANU
ROMA - Guerra santa contro la Svizzera, colpevole di voler vietare la costruzione dei minareti: il colonnello Gheddafi alza ancora i toni dello scontro contro la Confederazione elvetica, «infedele e apostata, che distrugge le case di Allah», chiamando addirittura alla jihad. Dopo l´incidente dei giorni scorsi, con l´"assedio" della polizia all´ambasciata svizzera di Tripoli, il leader libico ha colto l´occasione di una cerimonia per il Mouloud, la commemorazione della nascita di Maometto, a Bengasi, e non ha resistito alla tentazione di porsi come avanguardia islamica con accenti fondamentalisti. «Ogni musulmano nel mondo che abbia a che fare con la Svizzera è un infedele», ha detto Gheddafi, «è contro l´islam, contro il profeta Maometto, contro il Corano». Per il leader libico, quella jhad «non è terrorismo».
Ha trovato un uditorio ben disposto: migliaia di persone hanno applaudito ai suoi proclami, eccitate dall´idea di lottare contro «chi distrugge moschee e minareti». In realtà l´"oltraggio all´islam" è in un divieto: il 29 novembre scorso, 57 elettori svizzeri su cento avevano sbarrato la casella del "sì" alla proposta, avanzata dalla destra populista, di fermare la costruzione per nuovi minareti, oltre ai quattro già esistenti sul territorio della Confederazione.
La nuova linea oltranzista del colonnello è arrivata fino alle minacce: «Se la Svizzera fosse stato un Paese confinante, le avremmo dichiarato guerra», ha detto Gheddafi, paragonando poi le restrizioni svizzere alle famigerate vignette blasfeme, «che raffigurano in modo orrendo le immagini del Profeta». Visto però che muovere le forze armate della Jamahirya attraverso il Mediterraneo non è facile, Gheddafi ha scelto di colpire nel portafoglio: «Boicottate la Svizzera, i suoi prodotti, gli aerei, le navi, le ambasciate», ha incitato.
L´antipatia del colonnello per la Svizzera non è nuova: risale già all´estate del 2008, quando suo figlio Hannibal era stato fermato a Ginevra dopo una denuncia di maltrattamenti da parte dei domestici. Ma stavolta la prima vittima della guerra santa rischia di essere, prima ancora dei prodotti elvetici, il ministro italiano dell´Interno Roberto Maroni, che appena poche ore prima dell´uscita di Gheddafi aveva raccomandato ai partner di non irritare gli amici di Tripoli. Maroni stava cercando di alleggerire la tensione con l´Europa, innescata dalla decisione libica di vietare l´ingresso sul suo territorio a cittadini di paesi dell´area Schengen, proprio in rappresaglia contro la politica anti-islamica di Berna. A Bruxelles il ministro cercava di spiegare ai colleghi europei le perplessità italiane sulla "lista nera" compilata proprio dalla Svizzera per l´area di Schengen, un elenco che contiene i nomi di 189 cittadini e dirigenti libici, compreso quello di Gheddafi.
Il motivo della preoccupazione di Maroni è palese: se passasse l´utilizzo degli accordi per risolvere questioni bilaterali, argomentava il ministro, «sarebbe la fine di Schengen». «Non credo sia giusto che uno strumento di cooperazione internazionale sia utilizzato per forzare su questioni bilaterali», aveva detto Maroni ai partner, aggiungendo in modo più esplicito: «Non possiamo permettere che tensioni portino al deterioramento dell´ottimo rapporto che l´Italia ha con la Libia». L´articolo 96 del Trattato, ricordava il ministro, «dice che la lista nera deve contenere nomi che mettano seriamente ed effettivamente a rischio la sicurezza nazionale».
Ma il titolare del Viminale vede anche un problema tutto italiano: se i rapporti con Tripoli si complicano, in pericolo c´è l´Accordo di amicizia e partenariato dell´agosto 2008 che accanto a quella del leader libico porta la firma di Silvio Berlusconi. Insomma, ammette Maroni, il timore è che Tripoli «allenti i controlli alle frontiere». Secondo l´intesa di due anni fa, duramente contestata da Amnesty International, la Libia si impegna a frenare la partenza dei migranti verso l´Italia, anche a costo di una repressione molto dura. «Anche alla luce di questa vicenda» dice il portavoce di Amnesty Riccardo Noury, «ci auguriamo che il governo riconsideri l´accordo con un paese che viola abitualmente i diritti umani».
LA REPUBBLICA 26 FEBBRAIO 2010
SENZA GLI USA
I 32 paesi dell'America latina riuniti nel summit di Cancun, Messico, hanno alzato la testa. Per la prima volta dopo secoli di soggezione, hanno deciso di creare un organismo sovranazionale escludento Stati Uniti e Canada
I 32 paesi dell'America latina riuniti nel summit di Cancun, Messico, hanno alzato la testa. Per la prima volta dopo secoli di soggezione, hanno deciso di creare un organismo sovranazionale americano, escludendo a tutti gli effetti l'America del Nord, Stati Uniti e Canada. Si tratterà di un blocco alternativa all'ormai logora Osa, Organizzazione stati americani, da 50 anni il principale forum per le questioni regionali, capeggiato e soggiogato in tutto a Washington.
Il summit di due giorni nella cittadina balneare affacciata sull'Atlantico aveva vari temi in agenda, come il dramma haitiano e l'aggressione britannica alle Malvinas/Falkland da dove da alcuni giorni la Corona inglese sta tentando di estrapolare petrolio, ma quello di una nuova unione latinoamericana che escludesse la Casa Bianca e i canadesi era il leit motiv. E mentre presidenti vicini alla politica Usa si affrettano a precisare che il nuovo organismo "non tenta di rimpiazzare l'Osa, la quale resta un'organizzazione permanente con le sue specifiche funzioni", come spiega il neo presidente cileno Sebastian Pinera, altri leader, certamente agli antipodi della Casa Bianca come il cubano Raul Castro, hanno subito definito la nuova Unione quale storico passo verso "la costituzione di un'organizzazione regionale puramente latinoamericana e caraibica". E visto che dal 1962 l'isola dei Castro è stata sospesa dall'Osa per essere la spina socialista nel fianco del capitalismo a stelle e striscie, il suo plauso è comprensibile. Stesse note per Hugo Chavez, il capo di stato venezuelano, che inneggia all'inizio della fine della colonizzazione statunitense della regione.
E sulla stessa riga è l'Ecuador di Rafael Correa, che ribadisce come la necessità di un'unione regionale nuova sia partita proprio da Quito, nel marzo del 2008, subito dopo aver subito il bombardamento illegale da parte della forza aerea colombiana in cerca di guerriglieri delle Farc in territorio ecuadoriano. Il presidente Correa da allora non ha mai smesso di sottolineare a gran voce come fosse necessario un organismo che potesse risolvere i conflitti latinoamericani attraverso la negoziazione politica e diplomatica.
Entusiasmo è arrivato anche dal colosso Brasile, che anzi si è espresso a favore di una comunione di mercati, che rafforzino l'economia latinoamericana.
Da parte sua, gli Stati Uniti non sembrano per ora battere ciglio. Una delle voci del Dipartimento di Stato, Arturo Valenzuela, ha precisato che non vede come un problema questa nuova entità, che "mai andrà a sostituire l'Osa". Proposito che i paesi ostici agli Usa quali anche la Bolivia e il Paraguay mettono per adesso da parte, preferendo intanto consolidare questo storico passo in avanti verso l'integrazione regionale. Il nuovo organismo, infatti, intanto andrà sicuramente a rimpiazzare il Gruppo di Rio e la Comunità del Caribe, nei termini e nei modi che ancora devono essere definiti. L'unico elemento concreto per adesso è la prima riunione dell'ente, che Evo Morales, presidente boliviano, ha proposto per il luglio 2011, a Caracas dove già si sarebbe tenuta la riunione del Gruppo di Rio.
L'unione dei paesi in intenti e propositi è quanto è uscito dal summit di Cancun, dunque, che si è anche pronunciato in favore dell'Argentina e contro la Gran Bretagna nella questione Malvinas-Falkland, per usare entrambi i nomi, che in sé racchiudono un passato di diatribe ancora lontane dall'essere sanate. Buenos Aires è furiosa per l'inizio delle trivellazioni volute da Londra, in un territorio che dista dalla costa argentina soltanto 450 chilometri. Si tratta di una provocazione che riporta alla memoria la guerra per queste isole scoppiata nel 1982, quando gli argentini decisero di invaderle e scacciare la corona da un territorio che considera naturalmente e storicamente suo. E in questo ha il sostegno della regione, che si è espressa all'unanimità per rifiutare le esplorazioni petrolifere britanniche.
Nell'agenda anche l'Honduras di Porfirio Lobo, il presidente uscito da elezioni non valide perché nate in un paese piegato da un golpe militare, e che alcuni paesi vicini agli Usa, che hanno orchestrato il reintegro del paese alla normalità nonostante tutto e legittimando il colpo di stato e i suoi fautori, vorrebbero riconoscere.
Infine, è stato deciso un piano a lungo termine di aiuti per la devastata Haiti.
Durante il summit, nonostante i buoni propositi, non sono certo mancati gli scontri fra capi di stato tanto differenti e lontani nella visione e negli intenti. Come Hugo Chavez e il colombiano Alvaro Uribe. Le due delegazioni non hanno mancato occasione per attaccarsi a vicenda su questioni di confine e su dissapori vecchi di anni e lungi dall'essere risolti. Bogotà ha accusato Caracas di aver imposto un embargo ad alcune ditte esportatrici colombiane quale rappresaglia alla installazione delle sette basi statunitensi in Colombia e alla vicinanza fraterna con Washington. Chavez non ha tardato a rispondere paragonando quel bloqueo con quello che da un cinquantennio la Casa Bianca impone a Cuba. E il botta e risposta è durato all'infinito, inquinando anche la cena che i capi di stato avevano organizzato e dedicato esclusivamente a Haiti.
Stella Spinelli
http://it.peacereporter.net/articolo/20401/Senza+gli+Usa
DA MODELLA A CAPO DEI NARCOTRAFFICANTI
Una gang di modelli e indossatrici che regolarmente trasportano cocaina dal Sudamerica in Europa
Angie Sanselmente Valencia (da Lanacion.com)MILANO - Da modella di biancheria intima a capo di un'organizzazione internazionale di droga. È ancora latitante la bellissima trentenne Angie Sanselmente Valencia che secondo la stampa argentina sarebbe a capo di una gang di modelli e d’indossatrici che quotidianamente trasportano cocaina dal Sudamerica in Europa.
MANDATO DI CATTURA - La ragazza descritta dal quotidiano La Nacion come «una bellezza dalla pelle scura, con gli occhi marroni, i capelli castani e un sorriso fatale» è nata in Colombia nel maggio del 1979 e sulla sua testa pende un mandato di cattura internazionale. Valencia avrebbe cominciato la sua attività illegale dopo aver sposato un noto boss della droga messicano conosciuto con il soprannome di «Il mostro». Ma l'anno scorso, dopo aver appreso i segreti del mestiere, avrebbe lasciato il criminale e avrebbe organizzato la sua gang di narcotrafficanti.
ADDIO ALLE PASSERELLE - In passato Valencia ha vinto diversi concorsi di bellezza e nel 2000 è stata incoronata Regina del Caffè in Colombia. Solo recentemente ha scelto di abbandonare il mondo delle passerelle per dedicarsi completamente agli affari illeciti. Il suo quartier generale sarebbe in Messico e il business del suo gruppo criminale è andato a gonfie vele fino allo scorso 13 dicembre, quando la polizia ha arrestato nell'aeroporto di Buenos Aires una ragazza del clan con 55 chili di cocaina. La ventunenne ha confessato alla polizia argentina che ogni giorno a turno uno dei membri del clan viaggiava su un aereo intercontinentale trasportando una valigetta piena di cocaina. Il viaggio era retribuito con 5 mila dollari. Grazie alle confessioni della ventunenne, altri tre membri della gang sono stati arrestati a Buenos Aires, mentre una coppia di ragazzi per non finire in galera si è gettata dal balcone di un palazzo che si trova nel quartiere di Belgrano, sempre nella capitale argentina.
LATITANZA - La «mula» (termine usato per identificare i corrieri della droga) ha rivelato anche che il suo capo gli aveva assicurato che nessuno l'avrebbe controllata in aeroporto. Adesso la polizia argentina sta indagando sui legami tra la gang e alcune persone che lavorano nello scalo internazionale bonarense. La leader della gang ancora una volta ha dimostrato di essere molto astuta ed è riuscita a evitare l'arresto. Ospite di un hotel a quattro stelle di Buenos Aires, la trentenne ha saputo in anteprima del blitz della polizia e ha fatto perdere le sue tracce. Secondo gli inquirenti si troverebbe ancora in Argentina e la polizia assicura che la sua latitanza non durerà a lungo.
Francesco Tortora
24 febbraio 2010 – Corriere della Sera
DOPO L’ULTIMO SCANDALO, IN GERMANIA, RATZINGER CORRE AI RIPARI: TRASPARENZA E RIGORE
di Marco Politi
È il cancro nascosto nel corpo della Chiesa. Migliaia e migliaia di casi di pedofilia, un rosario di violenze dal Brasile agli Usa, dall’Australia, all’Irlanda. L’Italia, con 80 casi segnalati, non è immune. L’ultimo scandalo è scoppiato in Germania, dove si parla di circa 120 vittime abusate tra gli anni 70 e 80 in un prestigioso liceo di gesuiti a Berlino e poi in altri istituti di Amburgo, Hannover, Gottinga, Hildesheim e nel famoso collegio Aloisius di Bad Godesberg. Il presidente della conferenza episcopale tedesca, monsignor Robert Zoellitsch, si è detto “sconvolto” e ha rivolto le scuse della Chiesa ai giovani rimasti vittime di un “crimine ripugnante”. Ma, cosa più importante, il prelato ha preannunciato che la Chiesa denuncerà alla magistratura i colpevoli. L’orrendo rituale è ovunque lo stesso: un lento gioco di seduzione da parte del religioso che finisce per soggiogare la vittima, quando non scatta l’aggressione improvvisa. Un abuso di fiducia – oltrechedelcorpopredato–compiuto da chi al riparo dell’abito sacro avrebbe dovuto proteggere e anzi “elevare spiritualmente” i minori affidatigli. A Bad Godesberg s’è ripetuto quanto accaduto altrove. Chi è stato violentato dal sacerdote-educatore e chi ne è diventato il giocattolo, chi è stato costretto a masturbarsi sotto gli occhi di un religioso e chi spinto ad accarezzarlo per dargli eccitazione. Con danni psicologici indelebili. Il bubbone è veramente scoppiato, quando negli Usa sono state lanciate azioni collettive di risarcimento. La diocesi di Boston ha versato 85 milioni di dollari a oltre 500 vittime. Quella di Los Angeles ha pagato 660 milioni di dollari per un numero altrettanto elevato. Nei processi di Boston, chiusi con un patteggiamento nel 2003, era emersa l’altra dimensione della grande vergogna: la tendenza dei vescovi (a Boston il cardinale Law) a spostare di parrocchia in parrocchia i preti colpevoli, sperando che si quietassero. Tipico il caso del reverendo John Geoghan, responsabile di un centinaio di abusi compiuti durante le sue trasferte e poi finito strangolato in carcere da un altro detenuto. Ancor oggi troppi vescovi, che non sono intervenuti con determinazione, restano al loro posto. Il cardinal Law ha lasciato Boston, ma ora presiede a Roma alla basilica di Santa Maria Maggiore: uno scandalo per molti cattolici Usa. La svolta ai vertici della Chiesa cattolica avviene sul volgere del millennio. I vescovi statunitensi scelgono la linea della tolleranza zero e papa Wojtyla leva la sua voce contro i preti “traditori”. È il momento in cui si incrina la metodologia di assoluta “segretezza” (durante i procedimenti ecclesiastici e persino dopo l’individuazione dei colpevoli) propugnata da un documento dell’ex Sant’Uffizio risalente al 1962. Il testo, Crimen Sollicitationis, esige il segreto totale – pena la scomunica – dalle autorità ecclesiastiche implicate nei procedimenti e, ancora peggio, il “perpetuo riserbo” anche dopo l’eventuale sentenza. È un sistema che penalizza le vittime, costrette a umilianti attese solo per farsi ascoltare.
Il vento cambia nel 2001 con un nuovo documento elaborato dall’allora cardinale Ratzinger. La Santa Sede sposta i tempi della prescrizione decennale, facendola scattare (in modo più garanti-sta) non dal momento del crimine, ma dalla maggiore età della vittima. Ogni fatto va poi segnalato immediatamente alla Congregazione per la dottrina della fede, mentre l’indicazione che viene dal Vaticano è di allontanare subito i sospetti dal contatto con l’ambiente giovanile. Ratzinger è stato accusato in passato d’avere gestito burocraticamente la linea della “segretezza”, derivante dal documento Crimen Sollicitationis. Certo è che da pontefice Benedetto XVI ha iniziato sistematicamente un mutamentodistrategia,tendendo a maggiore trasparenza, maggiore attenzione alle vittime, maggiore rigore e – ciò che rappresenta una rivoluzione rispetto al passato – esortando le autorità ecclesiastiche a deferire alla magistratura i colpevoli. Poco dopo la sua elezione ha dato l’esempio, decretando che il capo dei Legionari di Cristo, il padre Maciel (accusato di ripetuti abusi, ma il cui dossier era stato insabbiato per anni) fosse costretto a ritirarsi in una “vita di penitenza, rinunciando a ogni ministero pubblico”. Nei suoi viaggi negliUsaeinAustralianel2008s’è incontrato con rappresentanze di vittime e ha dettato il percorso da seguire. “Mi vergogno”, ha detto recandosi in America. E a più riprese ha chiarito che per i preti pedofili “non c’è posto nella Chiesa”. Nei fatti si sono ancora verificate nel passato recente molte resistenze, in vari paesi, a intervenire immediatamente e senza remore contro i preti-predatori. In Irlanda il rapporto del giudice Yvonne Murphy ha accusato ben 4 vescovi di avere negletto la “protezione di bambini indifesi" anteponendo la “reputazione della Chiesa”. Con casi raccapriccianti: come quel prete che ha ammesso di avere abusato di cento bambini e un altro che approfittava di un minore diverso ogni due settimane. Ecco perché la Lettera che Benedetto XVI trasmetterà fra breve all’episcopato d’Irlanda avrà il carattere di un documento d’indirizzo per laChiesauniversale.Ilprimotesto solenne sulla pedofilia di un pontefice dell’era contemporanea.
IL FATTO QUOTIDIANO 25 FEBBRAIO 2010
IMPRENDITORE OSPITA I ROM NEL GIARDINO DELL’AZIENDA: «ERO POVERO COME LORO»
Tonin, 100 dipendenti, da 1o anni ospita quattro famiglie nomadi affianco al suo capannone: vivevo in una baracca
Il mobiliere Gianni Tonin, imprenditore di San Giorgio in Bosco (Padova), con una delle quattro famiglie rom che ha ospitato all’interno del recinto della sua fabbrica (Gobbi)
SAN GIORGIO IN BOSCO (Padova) - L'imprenditore «zingaro». E cacciatore di storie. Da dieci anni ospita quattro famiglie di rom all'esterno del suo capannone: ha comprato le roulotte e ha dato loro la residenza, così i bambini possono andare a scuola. Ma c'è molto di più da raccontare. E' una storia che comincia nel Veneto contadino, quando al posto dei capannoni c'era solo terra. E di un camion in cui si cucinavano gli spaghetti in corsa pur di arrivare in tempo all'apertura dei mercati. Oltre il muro di Berlino, a Est. Nel palazzo-capannone, sede dell'azienda con le pareti vetrate, si apre un porta nel corridoio e senza filtri si entra nel laboratorio delle decorazioni. C'è un mobile bianco in legno massiccio, placcato con fogli dorati: «Questo va in Russia».
La roulotte comprata da Tonin accanto al capannone (Gobbi) Incontriamo Gianni Tonin nel cuore del suo impero a San Giorgio in Bosco dove il mobilificio sforna mobili di design da quando ha inventato il marchio di famiglia. Un suo tavolo, per dire, è finito in una delle edizioni del Grande fratello. Lui, nell'impeccabile gessato, entra in fabbrica e prende un caffè con gli operai dalla macchinetta. Intasca un numero di telefono ricevuto da una decoratrice romena, che gli chiede: «Gianni chiami tu?». All'esterno, oltre i capannoni hi-tech ultimati quattro anni fa, lasciati i suv aziendali nel piazzale, c'è un altro capannone dove risiedono - regolarmente iscritte all'anagrafe - quattro famiglie rom. Sono originari della Romania e sono diventati negli anni italiani a tutti gli effetti. Vivono in un camper e altre roulotte: ci sono dei servizi igienici, la corrente e l'antenna Tv. Hanno scelto di restare erranti per tutta la vita. Il riscaldamento lo forniscono le bombole del gas e il conto lo salda «Toni ».
E' il soprannome dell'imprenditore diventato re degli zingari in casa propria. Ed è lì nell'accampamento con il falò ai piedi dei capannoni, che c'è il cuore del suo regno. Si siede nel camper a bere un caffè e ad ascoltare le storie accendendosi l'ennesima sigaretta. Accade in un Veneto dove in quasi tutti i comuni vige il divieto di stazionamento e ci sono sbarre nei parcheggi. Con un ghigno, Gianni Tonin ricorda quando ha pagato tutte le multe e ospitato nel piazzale le quattro famiglie: «Così imparano a mandarli via». «Ogni giorno c'era un polverone di denunce e io sono un maestro dei "disastri" - racconta con ironica schiettezza -Ho fatto prendere a tutti e sei la residenza, così ho risolto il problema e i bambini possono andare a scuola: ogni settimana ciascuno riceve ottanta euro, hanno la corrente il bagno esterno e il riscaldamento». E perché lo fa? «Se lo domandano in molti: io voglio sentire le storie del mondo. E visto che posso, faccio qualcosa». Dà un'altra possibilità. E' nella carovana, oltre la soglia del suo ufficio, che ricorda come è nato tutto. Risale a quando c'erano solo i campi dove adesso sorge la zona industriale. Tonin all'epoca, non era «nemmeno un contadino». «Con i miei genitori vivevamo in una baracca "abusiva", perché chiamarla casa… Era in mezzo alle terre dei contadini, rubavo le uova e le galline per mangiare. L'acqua la bollivamo per berla, la prendevamoa valle dopo che era passata dai maiali: perché non ci volevano dare niente nelle fattorie».
Il re del mobile si stiracchia sulla poltrona di design, distende le gambe e si scioglie un poco a ritrovarsi bambino. «Io e i miei ridevamo e cantavamo sempre, avevamo la fede: poveri i ricchi!». Racconta e arriva fino all'incidente che lo ha fatto diventare imprenditore quando, a vent'anni, faceva il camionista. In un viaggio gli capitò di restare intrappolato sotto la motrice del camion mentre si scapicollava per le strade della Polonia, Cecoslovacchia (allora) e Romania. Ai tempi del muro di Berlino. «Ero specializzato nel cucinare gli spaghetti in camion mentre correvamo: il ritardo al mercato ci sarebbe costato una penale - dice sorridendo - Passavamo le frontiere dell'Urss in silenzio tra carri armati e mitra, i militari guardavano sotto il camion con gli specchi: avevamo sempre un po' di burro di contrabbando». E via con le discese in folle per lanciare il camion oltre i cento all'ora. Una di quelle volte, il suo amico si scontrò vicino a un ponte. Lui dormiva in cuccetta: «Mi sono ritrovato con il letto incastrato sotto la motrice che sprofondava nel fango, l'olio del motore mi bruciava il petto e il peso mi stritolava: mi hanno salvato dei camionisti di passaggio che erano di Tombolo (Padova)».
Dopo essere tornato dalla Romania in treno con sette vertebre fuori posto, ha iniziato a vendere scarpiere a domicilio. Da qui nasce l'impero Tonin. Prima ne ha assunto uno, poi due fino ad oggi con oltre cento di dipendenti: italiani, turchi, romeni, brasiliani. Il capomastro è il primo romeno che Tonin ha aiutato e ce ne sono stati molti altri. Ancora, perché? «Mi ricordo la fame dei popoli che ho incontrato nei miei viaggi - racconta - Una ventina di anni fa sono tornato in Romania e in un bar di notte - va a nozze con le periferie - a Baia Mare ho conosciuto Beni, uno di lì, che parla italiano e con lui ho ricostruito un villaggio di zingari». É fatto così. Un giorno poco prima di Natale gli hanno raccontato di romeni che vivevano in un bosco, fuori San Giorgio, nel suo paese. Non poteva lasciarsi sfuggire quel mistero. «Sono arrivato in Bmw con cappello e cappotto nero: pensavano fossi un poliziotto invece li ho invitati tutti a casa per il pranzo di Natale - ride senza prendere fiato - E’ stato il più bel pranzo di Natale che ricordi ». Gianni Tonin ha molte altre storie da raccontare. Storie. Dell'imprenditore che sogna di tornare zingaro almeno per una volta, ancora a bordo della sua carovana.
Martino Galliolo
25 febbraio 2010 – Corriere della Sera
IL CONTINENTE "GIALLO": 800 MILA CINESI VIVONO E LAVORANO IN AFRICA
Il nuovo colonialismo si chiama "land grabbing". E Ue, Usa, altri paesi asiatici importano materie prime preziose, dai minerali al petrolio
PRAIA (CAPO VERDE) - Cresce nel continente africano il fenomeno del "land grabbing", cioè "dell'accaparramento di terreni, miniere, risorse energetiche, spesso tramite accordi segreti stipulati tra acquirenti e autorità di governo locali". Ben 800 mila cinesi vivono e lavorano in Africa, avendo acquistato oltre 2 milioni di ettari di terreni e detenendo ormai il monopolio del rame in Zambia, controllando anche il commercio di petrolio in Sudan e Angola, e del legname in Mozambico. Ad affermarlo è Roberto Bisogno, economista, che ha lavorato a lungo presso l'Isae (Istituto studi analisi economiche), intervenuto alla settimana di studio promossa dal Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes.
Il colonialismo sembra tutt'altro che acqua passata, secondo l'analisi di Bisogno, convinto che il commercio estero con l'Africa ne sia ancora profondamente impregnato. "Il continente esporta materie prime in cambio di prodotti industriali e manufatti", ha riferito, spiegando che a detenere i rapporti con i paesi industrializzati sono prevalentemente Sudafrica, Algeria, Angola e Nigeria. Ben poca cosa, però, visto che complessivamente il commercio estero dei paesi africani "rappresenta solo il 3% del volume totale degli scambi mondiali ed è rivolto soprattutto a paesi dell'Unione europea, Stati Uniti e paesi asiatici".
Eppure l'Africa è il continente più ricco di risorse minerarie che, "se fossero completamente sfruttate, sarebbero in grado di liberare molti paesi dalla miseria e dal sottosviluppo - ha aggiunto l'economista -. Si può dire che il futuro dell'economia africana sia legato allo sfruttamento delle sue miniere, dal momento che nel suo territorio è presente la gamma di minerali più ampia del mondo". Tuttavia "la proprietà dei maggiori e più redditizi giacimenti è in prevalenza controllata da società straniere". Basti pensare che il continente detiene l'80% della produzione mondiale di diamanti, il 70% di cobalto, il 50% di oro. (lab)
http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=19315
UN 2009 D´ORO PER LE CASSEFORTI DEI BERLUSCONI
Liquidità per 1,1 miliardi nelle holding di famiglia. Al premier cedola da 120 milioni
Per la gestione delle disponibilità confermata la Banca Arner ma non Morgan Stanley
ETTORE LIVINI
MILANO - Il riassetto dell´impero di Arcore è ancora tutto da definire. Silvio Berlusconi e i suoi cinque figli, però, festeggiano tutti assieme un altro anno d´oro per le casseforti di casa. La crisi economica ha solo sfiorato i portafogli della dinastia del Cavaliere: Fininvest continua a distribuire profitti, la liquidità è impegnata con giudizio e le sette holding di famiglia hanno chiuso i conti al 30 settembre 2009 con 219 milioni di utili, poco meno dei 252 dell´anno precedente.
Quanto basta per mettersi in tasca l´argent de poche necessario a mantenere il tenore di vita in attesa della quadratura del cerchio sull´eredità: il Cavaliere si è staccato a fine gennaio una supercedola da 120 milioni. Barbara, Eleonora e Luigi, i tre figli di Veronica Lario, si sono premiati con un aumento del dividendo – il loro "emolumento" annuale – da 1,4 a 10 milioni a testa. Mentre Marina e Piersilvio, un po´ più formiche, hanno deciso di lasciare in società parte dei loro utili: la presidente di Fininvest ha incassato 7 milioni parcheggiandone altrettanti nelle riserve della sua Holding quarta. E pure Piersilvio – forse soddisfatto dello stipendio da 1,4 milioni l´anno che gli paga Mediaset – ha messo fieno in cascina, rafforzando il patrimonio della Holding quinta con i suoi 15,7 milioni di profitti.
La lunga militanza politica del capo-famiglia, dunque, non ha penalizzato il tesoro del Biscione. Anzi. Nel ´94, l´anno della discesa in campo del premier, nelle casse delle società che controllano il suo impero c´erano "solo" (si fa per dire) 162 milioni di liquidità. Oggi il patrimonio – grazie a Mediaset & C. – si è decuplicato a 1,1 miliardi con zero debiti. Nelle quattro holding che fanno capo direttamente al presidente del consiglio ci sono 623 milioni di cassa pronti all´uso. Piersilvio ha messo da parte 197 milioni in contanti, Marina 78. E persino i tre rampolli più giovani, pur entrati più tardi nella stanza dei bottoni, hanno già messo assieme una scorta di 210 milioni di risparmi da utilizzare, nel caso, per i tempi più bui. Cifre che naturalmente non tengono conto né del valore delle quote nelle controllate (qualcosa come 4 miliardi tra tv, Mondadori, Mediolanum e Mediobanca) né della collezione di ville e palazzi in portafoglio al Cavaliere.
Dopo il 2009 migliore del previsto, però, il 2010 non si preannuncia brillantissimo. Mondadori non ha distribuito la cedola, Mediaset e Mediolanum l´hanno tagliata. La liquidità in portafoglio a Fininvest (un altro miliardo cash, tanto per gradire) è stata sostanzialmente congelata con la fideiussione da 806 milioni presentata a fronte del risarcimento da 750 milioni sancito in primo grado dal Tribunale di Milano a favore di Cir (editore de La Repubblica) nell´ambito del processo per il Lodo Mondadori.
La dinastia di Arcore, non a caso, ha preferito la strada della prudenza, non toccando il patrimonio di famiglia. Le uniche novità sostanziali negli ultimi 12 mesi sono la decisione di Marina e Piersilvio di revocare il mandato a Morgan Stanley per la gestione di parte della loro liquidità (prosegue invece lo storico rapporto con la svizzera Banca Arner) e l´acquisto di un piccolo pacchetto di azioni Mediaset – valore poco più di due milioni – da parte della primogenita. Barbara, Eleonora e Pierluigi continuano invece a investire nel settore immobiliare tramite la loro Bel, cui hanno girati prestiti per 36 milioni impiegati in un palazzo a due passi dal Duomo di Milano. Poco più di un milione invece è stato speso per entrare nel Fondo Sator di Matteo Arpe e quasi 5 per una polizza con Intesa Vita.
LA REPUBBLICA 25 FEBBRAIO 2010
GRECIA CONTO DELLA CRISI
Sciopero generale: tutti in piazza ad Atene per chiedere che a pagare i costi del crack non siano i cittadini
Una settimana davvero difficile per la Grecia. Oggi lo sciopero generale segna il punto di mezzo di sette giorni gravati da numeri che pesano come pietre: Atene deve rifinanziare 53 miliardi di euro da qui a fine anno, 20 dei quali entro aprile.
Cifre da capogiro. Secondo il settimanale tedesco Der Spiegel, i paesi dell'Unione Europea sono pronti a stanziare 20-25 miliardi di euro per le casse greche, ma anche questa resta per il momento una delle tante voci che si rincorrono in questi giorni tra la penisola ellenica e Bruxelles. Le singole quote dovrebbero essere calcolate in base al capitale di ogni membro Ue nella Banca Centrale Europea (Bce). Il portavoce del ministero tedesco delle Finanze, Martin Kreienbaum, si è affrettato a smentire il varo di qualsiasi piano di salvataggio. Un tira e molla che ha fatto perdere la pazienza al ministro greco delle Finanze George Papacostantinou, che a margine di un vertice del partito Pasok al governo ha dichiarato: "Se avessimo chiesto aiuto al Fondo Monetario Internazionale (Fmi) avremmo dovuto fare gli stessi sacrifici che ci chiede l'Ue, ma ci sarebbero in cassa già 30 miliardi di euro". Polemiche a parte le certezze sono poche, mentre i cittadini greci sono sempre più preoccupati di dover pagare di tasca loro gli affari d'oro degli speculatori e dei politici incompetenti o collusi. Che non godrebbero della fiducia necessaria per far digerire all'opinione pubblica l'applicazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona, che prevede la recessione unilaterale di uno stato membro dal mercato comune dell'euro, per un ritorno alla dracma (moneta nazionale greca) da svalutare.
Si attende anche il piano del governo greco per il bond decennale, per un valore di 3-5 miliardi di euro, come hanno fatto Portogallo e Spagna, che l'esecutivo di Atene dovrebbe lanciare entro la fine di questa settimana. Certo che, dopo le denunce sul ruolo avuto dalle grandi banche d'affari nella speculazione che ha generato la asfissia dell'economia greca, fa un certo effetto leggere che il neo direttore della gestione del debito è tale Spyros Christodoulou. Nel suo curriculum spiccano i periodi trascorsi a lavorare per Goldman Sachs e JPMorgan.
Resta l'opzione Cina. Pechino, che ha già rilevato per 35 anni la gestione dello strategico porto del Pireo, tra mille contestazioni di portuali e addetti ai lavori, avrebbe la liquidità per aiutare subito Atene. Solo che chiede una fetta della quota di azioni della maggiore banca greca. Un po' troppo, almeno per segnare una differenza con il precedente governo conservatore di Costas Karamanlis, per il quale ora i socialisti chiedono una commissione d'inchiesta parlamentare che giudichi la gestione del suo esecutivo e il ruolo che hanno avuto enti come la Goldman Sachs nella falsificazione dei bilanci di Stato. Al di là delle colpe di Karamanlis, la Grecia è a un bivio.
Da un lato sarà dura recuperare la perdita di credibilità della politica greca agli occhi dei cittadini, con drammatiche conseguenze sulla rilevanza del gettito fiscale, dall'altra c'è la costante erosione della competitività delle aziende greche sul mercato europeo, un trend che non sarà facile invertire.
Fermo restando un cono d'ombra che, nel Paese, è rappresentato dalla corruzione, che ha dilapidato i 37,4 miliardi di euro che la Grecia ha ricevuto dall'Ue dal 1981 a oggi.
Rabbia in piazza. Nell'attesa degli sviluppi e, si spera, delle soluzioni, oggi scendono in piazza i lavoratori greci. Aerei, treni, trasporti urbani, scuole, uffici pubblici e imprese private chiuderanno i battenti, per urlare in piazza tutta la loro rabbia. Anche i giornalisti hanno aderito, rendendo credibile una sorta di blocco totale della vita del Paese. Lo scorso 10 febbraio avevano già scioperato il Pame (sindacato vicino all'area comunista), ma oggi scendono in campo anche il Gsee (sindacato del settore privato) e Adedy (sindacato della funzione pubblica). Ieri, mentre circa 200 sindacalisti del Pame bloccavano l'ingresso della Borsa, una delegazione tecnica di esperti del Fmi, della Bce e della Commissione europea si trovava ad Atene per incontrare Georges Zanias, presidente del Consiglio degli esperti greci nominato dal ministero delle Finanze ellenico. Obiettivo la riduzione di quattro punti il deficit pubblico greco entro l'anno. La domanda è: come? "La plutocrazia deve pagare la crisi", recitava lo striscione portato dai dimostranti ieri davanti alla Borsa. A quanto sembra, come dimostra lo sciopero generale di oggi, i cittadini greci sanno di chi è la colpa. E non vogliono pagare il conto.
Christian Elia
- Peace Reporter
RICICLAGGIO, 56 ARRESTI BUFERA SU FASTWEB E TELECOM SPARKLE
Inchiesta su riciclaggio, 56 arresti. Ricercato Silvio Scaglia, ex ad e fondatore di Fastweb
24 febbraio, 09:47
(di Margherita Nanetti)
ROMA - Bufera giudiziaria, con forte calo dei titoli in borsa, su 'Fastweb' e 'Telecom Sparkle' (controllata Telecom Italia) le societa' di telecomunicazioni per le quali e' stato chiesto il commissariamento dalla Procura di Roma nell'ambito di una inchiesta su un un maxiriciclaggio per circa due miliardi di euro condotta dalla Direzione antimafia della capitale insieme con il Ros e la Guardia di Finanza.
''Una delle frodi piu' colossali mai poste in essere nella storia nazionale'', l'ha definita il gip Aldo Morgigni. Cinquantadue le ordinanze di custodia cautelare in carcere, e quattro agli arresti domiciliari, con l'accusa di associazione per delinquere. Ricercato Silvio Scaglia, fondatore di 'Fastweb' ed ex amministratore delegato della societa'; indagato l'attuale amministratore delegato Stefano Parisi, implicati altri funzionari di vertice delle due societa' di tlc nei confronti delle quali la magistratura sta preparando un sequestro - per crediti da Iva illecitamente rimborsata - pari a 340 milioni di euro. Indagato Riccardo Ruggiero, presidente del Cda di Telecom Sparkle all' epoca dei fatti, arrestato l' ex amministratore delegato Stefano Mazzitelli. Ma il gip chiama in causa anche i vertici di Telecom Italia per la ''solare evidenza delle loro responsabilita' ''. E' stato chiesto l'arresto anche per il senatore Nicola Di Girolamo (Pdl): l' ipotesi e' che la sua elezione all' estero sia avvenuta grazie all' intervento della criminalita' organizzata. ''Si e' trattato di una strage della legalita' - ha commentato il procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso che ha partecipato alla conferenza stampa degli inquirenti - in una ''commistione di tanti campi: la criminalita' organizzata, la politica, gli affari e l'economia''. Gia' scattati a Milano i primi sequestri nei confronti di Fastweb per oltre 38,5 milioni di euro. E, sempre nel capoluogo lombardo, sono stati arrestati tre manager del gruppo fondato da Scaglia. Complessivamente la megatruffa, ordita da societa' vuote che vendevano servizi telefonici inesistenti con la ''compiacenza'' delle due societa' di tlc, ha procurato allo Stato un danno di 365 milioni di euro. Nell'indagine, che ruota attorno a un sodalizio criminale diretto dall'imprenditore romano Gennaro Mokbel - con trascorsi vicini all'estrema destra eversiva e amicizie nella banda della Magliana - e' emerso il coinvolgimento della 'ndrangheta per brogli elettorali a vantaggio Di Girolamo, eletto nel 2008 dagli italiani all'estero. Per l' arresto del senatore, avvocato e stretto collaboratore di Mokbel, serve il permesso dalla Giunta per le elezioni che lo aveva gia' negato nel settembre 2008, per precedenti irregolarita' riscontrate nella sua elezione. Gli arresti hanno avuto l'effetto di un terremoto in Piazza Affari per i titoli delle societa' coinvolte nell' inchiesta : Fastweb (3.500 dipendenti e oltre 8 mila persone che lavorano per l'azienda) ha perso, in chiusura, il 7,56% a 15,05, un calo comunque meno accentuato rispetto agli scivoloni superiori al 10% accusati nell'ultima parte della seduta. Vorticosi gli scambi: nella giornata e' passato di mano un milione di azioni, contro una media quotidiana dell'ultimo mese di Borsa di 57mila 'pezzi'. Meno pesanti le conseguenze su Telecom Italia, interessata dalla vicenda giudiziaria con la controllata 'Sparkle', che ha chiuso in calo del 2,87% a 1,083 euro in una giornata che ha visto perdere due punti percentuali tutte le quotazioni di tlc. Sia Fastweb sia Telecom hanno detto di essere parte lesa in questa truffa galattica - che si e' snodata in vari paesi, dentro e fuori dall'Europa con passaggi a Singapore, Dubai e vari paradisi fiscali - e di non aver piu' nulla a che fare con i manager implicati nella vicenda. Scaglia, che e' all' estero per lavoro, ha fatto sapere tramite i suoi legali di essere pronto all' interrogatorio e di essere estraneo a qualunque reato. Per l' intreccio di operazioni fraudolente, commesse tra il 2003 e il 2006, e' stato arrestato anche Luca Berriola, un maggiore della Guardia di Finanza che voleva far rientrare capitali del 'gruppo' Mokbel utilizzando false fatture dell'imprenditore campano Vito Tommasino. Secondo il gip, non si puo' non valutare ''l' eccezionale entità del danno arrecato allo Stato, la sistematicità delle condotte, la loro protrazione negli anni e la qualità di primari operatori di borsa e mercato di Fastweb e Telecom Italia Sparkle''. L'inchiesta e' stata coordinata da Giancarlo Capaldo e seguita dai sostituti Giovanni Bombardieri, Giovanni Di Leo e Francesca Passaniti. Tra gli arrestati, anche nomi ''di primo piano della vita politica e giudiziaria romana'': tra questi l' avvocato Paolo Colosimo, gia' coinvolto nelle indagini sul crac dell' imprenditore Danilo Coppola, e il broker Marco Toseroni, che avrebbe svolto molte operazioni fittizie di compravendita di servizi di interconnessione telefonica con societa' di comodo all' estero per ''ripulire e reinvestire centinaia di migliaia di euro''. ''Stanno cercando di mettermi sulla croce. E' roba da fantascienza. Sono trasecolato. Mi sento paracadutato in territorio di guerra. Mi sento nel frullatore'' ha commentato Nicola Di Girolamo, che per domani ha preannunciato una conferenza stampa, alle accuse che lo chiamano in causa per riciclaggio e violazione della legge elettorale. Secondo gli inquirenti, il senatore insieme con Mokbel avrebbe partecipato, a Capo Rizzuto, a incontri con uomini della cosca 'Arena' che gli avrebbero riempito con il suo nome le schede bianche degli italiani all'estero, soprattutto a Stoccarda.
PETROLIO D`AFRICA,LA MAPPA DELLOSFRUTTAMENTO
La Elf, per affermarsi in Africa, ha dietro di sé una consolidata esperienza sulle tecniche di corruzione. Pur di non perdere i propri privilegi e spesso avallata dal governo centrale, l’Azienda di Stato francese ha ricorso a tutti i metodi possibili dal colpo di Stato, ai finanziamenti illeciti, dal sostegno delle dittature più estreme al supporto economico alle milizie irregolari. Tutto per proteggere un unico tesoro, il petrolio.
di Romina Arena
Il Congo è quarto produttore mondiale di petrolio su cui monopolizza il colosso francese degli idrocarburi ELF Aquitaine.Nel 1997 la guerra civile del Congo-Brazzaville tra le forze fedeli a Pascal Lissouba, democraticamente eletto, e Denis Sassou Nguesso ha causato la morte di 10.000 civili e la fuga dalle proprie abitazioni di altri 800.000 congolesi.
Tuttavia, quel dramma non fu quasi per niente affrontato dai servizi internazionali di informazione. Si è pensato, probabilmente, ad un ennesimo conflitto civile tra fazioni rivali più avvezze ai mortai che alle urne elettorali. In Africa, di questi scontri, si è perso il conto.
Dopo sei mesi di combattimento i ribelli Cobra, sostenitori di Nguesso, spalleggiati dalle truppe provenienti dal vicino Angola, riuscirono a scardinare la resistenza delle forze regolari, costringendo Lissouba all’esilio. Dietro di sé il Presidente lasciò una serie di riforme economiche fallimentari ed un forte debito contratto per l’acquisto delle armi necessarie ad arginare le truppe ribelli.
Per capire le ragioni profonde del rovesciamento di Lissouba e del deflagrare della guerra civile non basta soffermarsi agli antagonismi politici così violenti che spesso sono solo utili a nascondere motivi di fondo ancora più osceni.
Un quadro più nitido di quella situazione si ha se si guarda alle risorse naturali del Congo-Brazzaville e agli interessi che vi gravitano attorno. Il Paese è quarto produttore mondiale di petrolio su cui monopolizza il colosso francese degli idrocarburi ELF Aquitaine.
Il tentativo di Lissouba di negoziare un accordo quadro pari a 300 milioni di Dollari con la società americana Occidental Petroleun (Oxy) aveva minacciato di intralciare il dominio incontrastato della ELF sul territorio.
Pascal Lissouba, ex-Presidente del Congo eletto democraticamente ma non per questo esente da colpe. Dal suo esilio, Lissouba citò la ELF presso un tribunale di Parigi sostenendo che la società francese avesse finanziato il golpe e pagato a Nguesso 200 milioni di dollari attraverso banche e finanziarie vicine all’azienda: la Siba (Lussemburgo), la Belgolaise di Bruxelles (Belgio), la Elf Trading (Ginevra, Svizzera) e la French Intercontinental Bank (Parigi, Francia), considerata la banca interna della Elf (oltre a Parigi, la FIBA ha soltanto altre due filiali: Libreville e Brazzaville).
Lo stesso Lissouba, però, non esce totalmente immacolato dalla vicenda.
Egli stesso ha ammesso di aver ricevuto denaro dalla Elf per condurre la sua campagna elettorale e di aver usufruito della consulenza dei consulenti dell’azienda.
Non solo, esistono prove inconfutabili dell’intermediazione della Fiba per l’acquisto di quegli armamenti di cui sopra, per un valore di circa 60 milioni di dollari. Come si legge dal sito ufficiale del Centre for public integrity la Elf avrebbe concesso il prestito per la copertura delle spese assicurandolo alla futura produzione di petrolio del Paese.
La situazione che si è andata creando in Congo Brazzaville, ad ogni modo, passa anche per le responsabilità di Lissouba che fin dalla sua elezione, nel 1992 ha agito in modo da creare conflitto tra le varie compagnie petrolifere presenti nel Paese nella speranza di incanalare una consistente parte dei loro profitti nelle sue tasche.
L’accordo con la Occidental Petroleum (OXY), e l’invito esteso ad altri giganti degli idrocarburi, la Exxon e la British Dutch Shell, ad entrare nel mercato congolese ha urtato ovviamente, la Elf, fino ad allora padrone incontrastato dell’attività estrattiva nel Paese.
Lissouba ha ammesso di aver ricevuto denaro dalla Elf per condurre la sua campagna elettorale e di aver usufruito della consulenza dei consulenti dell’azienda.La fortuna della compagnia francese, tra l’altro, si era fortemente consolidata con la precedente presidenza di Nguesso: era quindi chiaro che questi sarebbe stato sostenuto con ogni mezzo affinché ritornasse al potere.
Per Lissouba vincere non è stato necessariamente sinomino di affermazione degli strumenti democratici, da anni spariti dal contesto politico congolese. Di più, ha significato l’innescarsi di quella guerra civile in cui non solo la Elf sostenne vivamente Nguesso, ma nella quale vi prese parte l’Angola e, segretamente, anche il Gabon.
Sostenere il “proprio” candidato, paventando la rottura degli equilibri politici, precipitando nelle guerre civili, ricorrendo ai colpi di stato e finanziando le milizie irregolari, è una pratica piuttosto in voga in seno alla Elf, che non disdegna di scendere a patti con le dittature più estreme pur di preservare intatti i propri interessi.
È successo in Congo come è successo anche in Ciad dove, assieme alla Exxon, alla Banca Mondiale ed alla Cina ci si è accordati con la dittatura di Deby per il raddoppio delle estrazioni petrolifere.
Dalle indagini che si sono sviluppate intorno alla Elf e che hanno coinvolto anche la Presidenza della Repubblica francese, ovvero Mitterrand, è emersa una fitta rete di finanziamenti e connessioni.
Il denaro della Elf che, va ricordato, è un’azienda di Stato, era utilizzato dalla Francia per comprare l’influenza ed i contatti necessari in Africa, facendolo passare attraverso conti bancari depositati in Svizzera e diretti in Camerun, in Gabon dove Omar Bongo, stretto parente di Nguesso, perpetra ininterrottamente una dittatura dal 1967 fino alla sua morte, nel 2009, in Angola.
La guerra civile ha causato la morte di 10.000 civili e la fuga dalle proprie abitazioni di altri 800.000 congolesi. Nel 2003, a proposito delle connessioni con l’Angola, l’ex eurodeputato francese Yves Verwaerde, attivo lobbista a favore degli argomenti del leader angolano dell’opposizione, Jonas Savimbi, ha ammesso di essere stato avvicinato da Alfred Sirven “general affair manager” della Elf, affinché aprisse una strada che portasse all’Unita, i ribelli sostenitori di Savimbi: una strada aperta con circa 2 milioni di Dollari, parte dei quali finiti nelle tasche di Savimbi, parte in una villa ad Ibiza per Verwaerde.
Dal Corriere della sera riportiamo questa dichiarazione fatta da alcune fonti della Elf: “Ebbene si' , oltre alle royalties al governo, noi versiamo un 'pizzo' anche a Savimbi”. Un fatto, diremmo, del tutto normale quando la collocazione geografica è l’Africa.
Il potere del denaro, attratto dalle grandi ricchezze di quel territorio, unite a politici corrotti e senza scrupoli ed alla facilità con cui si innescano i conflitti che a loro volta creano vaste aree economicamente appetibili (armi, acqua, diamanti, petrolio), rendono il continente una polveriera sempre pronta ad esplodere ed al contempo il fulcro di ogni traffico illecito, perché lì tutto fa economia, dallo smaltimento dei rifiuti tossici, al traffico di armi, alla sperimentazione dei farmaci. Dove la vita costa molto poco, è proprio lì che gli sciacalli si saziano.
19-2-10 Peace Reporter
CUBA! DI PAOLO MENCHI
Pubblicato il 22 Febbraio 2010
L'HAVANA - Arrivi a L'Havana la sera tardi e dalla scarsa illuminazione della città ti accorgi immediatamente delle difficoltà che sta attraversando il Paese. Persino il Capitolio, uno dei simboli della città vecchia, è quasi al buio, solo qualche piccola luce per farcelo intravedere, in attesa di visitarlo la mattina successiva.
La mancanza di risorse è facilmente riscontrabile dallo stato di abbandono e fatiscenza in cui si trovano molti edifici, ma i cubani non sembrano intristiti dalla situazione, la musica locale è una colonna sonora che ci accompagna continuamente e la gioia di vivere, grazie anche al clima e al carattere, sembra non mancare.
Se ancora non sai bene come funzionano le cose per un turista a Cuba non ti devi preoccupare, ci penseranno i jineteros a spiegartelo, e ad offrirti vari servizi.
I Jineteros sono ragazzi che ti si avvicinano chiedendoti di dove sei e, guarda caso, avranno sempre qualche amico o parente che vive in Italia, così è più facile che lo straniero ti stia a sentire e si lasci accompagnare in un locale o un ristorante che provvederà a riconoscere al cubano una commissione, oltre a qualche moneta ed un mojito che il turista gli offrirà.
Per molti cubani che vivono nelle zone più turistiche questo è un modo per arrotondare lo stipendio ed in certi casi può diventare un vero e proprio lavoro.
A Cuba esistono due monete ufficiali, una utilizzata solo dai cubani (il peso), l'altra è invece destinata prevalentemente ai turisti (Il Cubano convertibile o CUC) il cui cambio è di circa 0,80 contro dollaro e 1,20 contro euro. Per acquistare un CUC sono necessari 24 pesos.
I cubani sono molto orgogliosi e ad ogni contatto con gli stranieri non mancano di vantarsi del fatto che la violenza a Cuba non è un problema e che sanità ed istruzione non solo sono all'avanguardia, ma sono anche completamente gratuite.
La vicinanza con la nazione simbolo del consumismo ed il contatto quotidiano con i turisti rendono però gran parte della popolazione scontenta di una vita in cui sono garantiti quasi esclusivamente i bisogni essenziali, in parte anche per colpa dell'embargo americano che dura da quasi cinquant'anni.
Lo stipendio viene pagato in pesos e garantisce un sufficiente potere di acquisto solo dove si può utilizzare tale moneta. Per esempio per acquistare saponi o shampoo è necessario andare dove si usano i Cuc. Il problema è che se si cambia tutto lo stipendio nella moneta "turistica" si ottengono in media dai 15 ai 20 cuc (dai 13 ai 17 euro).
Salvo rari casi il sistema è accettato come un male necessario, ma la maggior parte delle persone sono convinte che espatriando andrebbero a vivere meglio, anche se mancano le controprove.
Il loro termine di confronto è il turista che con una cena spende più di quanto loro guadagnino in un mese.
Ma andrebbero tenuti in considerazione molti altri parametri, non tutti economici, che sarebbe troppo lungo esaminare in questa sede, oltre che di difficile valutazione.
Una delle colpe maggiore dell'attuale sistema consiste nella "spersonalizzazione" dell'individuo che confluisce nello Stato e non gli permette di distinguersi e di emergere dalla massa anche qualora fosse estremamente motivato a farlo.
Forse per questa ragione non è un problema assistere alle partite del tanto amato baseball alle dieci di mattina evitando di andare al lavoro, tanto il padrone è sempre lo Stato.
Pur con tutti i problemi e le critiche che si possono fare alla politica castrista, non dobbiamo dimenticare che ancora non è stato individuato il modello ideale di Stato, perché se è vero che il socialismo del vecchio blocco sovietico è fallito, altrettanto vero è che il capitalismo, ed in particolare il liberismo sfrenato, non hanno vinto, come ha dimostrato la crisi economica internazionale.
Forse la domanda che dovremmo farci è se, terminando il regime dei fratelli Castro e incamminandosi verso la democrazia, i cubani andrebbero a stare meglio.
Certo non dobbiamo teorizzare uno stato che possa assomigliare alle vecchie democrazie europee o agli Stati Uniti ma lo dovremmo pensare simile ai vicini stati della Repubblica Dominicana o di altre nazioni del centroamerica che sono riconosciute come democratiche anche dagli Usa e dove si svolgono "libere" elezioni.
Poi se andiamo a focalizzare l'attenzione su quello che avviene negli stati "democratici" del centro e sud America, rileviamo una violenza inaudita che mette in pericolo anche la vita dei turisti, tasso di mortalità infantile alto, analfabetismo ed ampie sacche della popolazione che vivono in stato di povertà assoluta dove è un problema soddisfare anche i bisogni primari, cui fa da contraltare una piccola percentuale che si divide anche il 70-80% della ricchezza. Sì, questa democrazia è veramente bella.
E' probabile che con la morte di Fidel Castro a Cuba non sarà più possibile difendere l'attuale regime e che, oltre che a libere elezioni, forse assisteremo ad un ritorno delle multinazionali con conseguente perdono da parte degli Usa che diverranno uno dei principali partner commerciali. Ma, dopo un periodo di euforia determinato dalle nuove libertà, sicuramente molti degli attuali scontenti rimpiangeranno il vecchio sistema.
Quando i cubani saranno affrancati dal regime castrista saremo tutti più felici perché loro potranno andare a votare e potranno esprimere liberamente le loro opinioni; poi, se dovranno pagarsi (se potranno farlo) l'assicurazione per curarsi o se non potranno far studiare i propri figli, non sarà un problema. L'importante è la democrazia!
Clarissa.it
“I NARCO-IMPERI ALLA CONQUISTA DEL MONDO”
Il documento sarà presentato oggi a Vienna
Cocaina, riciclaggio e furti informatici. Rapporto all’Osce: “Senza leggi per difenderci”
FLAVIA AMABILE
ROMA. Come sopravvivono paesi quali l’Afghanistan o la Guinea? Vendendo droga. E quanto rende il traffico di cocaina pura? Più o meno il 4 mila per cento mentre per le sostanze oppiacee si arriva anche al 14 mila per cento. Sono cifre enormi, le ha calcolate Carlo Vizzini, senatore, Rappresentante speciale contro la criminalità organizzata transnazionale. Oggi sarà a Vienna per parlare durante la sessione invernale dell’Assemblea Parlamentare dell’Osce e nella sua relazione disegnerà un quadro fosco dello strapotere e delle ramificazioni dei traffici illegali in tutto il mondo.
E ricorderà che, a rendere più semplice la vita dei criminali sono alcuni fattori. Innanzitutto la mole dei guadagni: il narcotraffico muove ogni anno 1000-1500 miliardi di dollari, vale a dire «il 2-3% dell’intero prodotto nazionale lordo mondiale, precisa Vizzini nella sua relazione, sottolineando anche che si tratta di «stime per difetto». Un potere economico immenso, insomma. «Con questi introiti - spiega il rapporto - imprese nate in maniera illegale schiacciano inesorabilmente ogni concorrente, oggi alle prese con difficoltà congiunturali, strutturali e microeconomiche che partono proprio dalla difficoltà di reperire finanziamenti sul mercato bancario e finanziario».
Insomma, se avete mai avuto dubbi sul perché alcune attività aprano e chiudano nel giro di poco tempo mentre per le persone normali mettere in piedi anche un piccolissimo negozio può richiedere mesi, una riposta è proprio nella parole del senatore Vizzini.
Difficile combattere gli imperi criminali - prosegue la relazione - anche perché «oggi un abile tecnico riesce a lavare una somma di denaro sino a 80 volte in 24 ore». E, quindi se a mezzanotte, su una certa quantità di soldi sono ancora chiare le tracce dei traffici illegali da cui arrivano, allo scadere della mezzanotte della sera successiva quei soldi sono passati attraverso ottanta giri di mano che hanno cancellato ogni peccato originario. Puliti. Seguendo tecniche di hackeraggio sofisticatissime in modo da rendere del tutto anonimo ogni passaggio».
Una macchina del riciclaggio perfetta e Stati impotenti perché «non si riesce a definire una legislazione comune». In Italia, ad esempio, ricorda il senatore Vizzini, l’autoriciclaggio non è reato. Mancano gli strumenti per incastrare i criminali. I giudici possono richiedere accertamenti bancari, ad esempio, ma hanno bisogno di «un’ingente documentazione» per ottenere il via libera. E non sempre ci riescono. Quando ci si trova di fronte a una società off-shore spesso «non si hanno i mezzi giuridici». E, infine, si creano quelli che Vizzini definisce «metodi di interposizione legale», degli schermi che rendono «difficile» capire chi sia il vero titolare dei soldi investiti.
Altrettanto pericolosa e potente è la criminalità informatica, ricorda la relazione. Le varie forme di hackeraggio usate anche per pulire il denaro sporco ma anche al furto di dati e informazioni di carattere personale, hanno un fatturato di circa 75 miliardi di euro, «cifra che supera di gran lunga il Pil di tantissimi Paesi e prossimo al fatturato dell’industria della droga».
Per combattere un nemico così potente e organizzato c’è un’unica soluzione, ricorderà oggi Vizzini ai Paesi dell’Osce: unirsi, adottando protocolli d’intesa e leggi comuni.
www.lastampa.it/amabile
LA STAMPA 18 FEBBRAIO 2010
HAITI, IL GIAPPONE: LA TERRA TREMA DI PIÙ?
Haiti, il Giappone qualche giorno fa, ed ora il Cile. La Terra trema di più? Gli scienziati registrano e guardano disarmati la violenza improvvisa della Terra senza la capacità di cogliere qualche segno.
Ci sono aree a rischio ben note, punti critici da sorvegliare con maggior attenzione come le coste cilene e la nostra Penisola ma al massimo la scienza esprime delle probabilità che si infrangono sul muro della mancanza di conoscenze. Solo agli inizi del Novecento il berlinese Alfred Lothar Wegener raccontava in un libro la formazione di oceani e continenti e soltanto alla fine degli anni Sessanta (due anni prima la conquista della Luna) il canadese John Tuzo Wilson presentava il primo modello teorico della deriva dei continenti e Dan McKenzie dell'Università di Cambridge spiegava sulla rivista Nature la «tettonica a placche». Da quelle parole di quarant'anni fa si è iniziato a decifrare con maggior coscienza gli scontri perennemente in corso fra le zolle in cui è separata la crosta terrestre cercando indizi sullo scatenarsi dei terremoti. È una titanica fatica perché finora solo la fantascienza di Giulio Verne ha compiuto un viaggio al centro della Terra per scoprirne la natura e cogliere le manifestazioni che l'uomo subisce abitando in superficie.
La sismologia non è una scienza esatta, e la difesa dai terremoti rimane una meta lontana da raggiungere. Da decenni si tentano le vie più diverse al fine di sciogliere gli impenetrabili misteri che sempre avvolgono imovimenti interni del pianeta. In California i geologi dell'US Geological Survey e di numerose università scavano un pozzo fino a dieci chilometri di profondità per raccogliere indizi sugli spostamenti della faglia di San Andreas e scoprire in anticipo il manifestarsi del Big One, il super-terremoto da tempo atteso.
I fisici russi sostenevano di riuscire a raccogliere dallo spazio la presenza di particelle atomiche capaci di segnalare l'imminenza di un sisma. Ma finora la tecnologia non ha fornito risposte attendibili sia a terra (ricordate le emissioni del gas radon?) che nello spazio. Rimane alla base un grave limite di conoscenza scientifica. Da anni negli Stati Uniti e in Giappone si cerca di disegnare un modello teorico globale della Terra capace di mostrare ciò che accade nelle viscere, nel suo cuore incandescente e soprattutto negli strati esterni, nella frizione continua tra il mantello e la crosta sulla quale viviamo. Ma, ancora una volta, pur disponendo di potenti supercomputer la capacità di calcolo è inadeguata per descrivere le mille forze in gioco. Sono i limiti dell'uomo che solo la ricerca può aiutare ad estendere.
Giovanni Caprara
28 febbraio 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
ARGENTINA: TEMONO CAMBIAMENTI CLIMATICI, UCCIDONO FIGLI E SI SUICIDANO
02 Marzo 2010 11:23 ESTERI
BUENOS AIRES - Avevano paura delle conseguenze dei cambiamenti climatici, per questo hanno sparato ai figli e poi si sono tolti la vita. L'incredibile vicenda arriva dall'Argentina, dalla citta' di Goya. Protagonisti una coppia di genitori di 56 e 23 anni, che hanno aperto il fuoco sulla figlioletta di sette mesi e sul fratellino di due anni, prima di rivolgere l'arma contro se stessi. Il bimbo e' morto sul colpo mentre la bambina e' sopravvissuta per tre giorni, prima che venisse dato l'allarme e la polizia intervenisse. (RCD)
GIAPPONE: TERREMOTO DI 6,9 GRADI AL LARGO DELLE COSTE
Okinawa, forte sisma scatta l´allarme tsunami
Molta paura tra la popolazione ma quasi nessun danno alle persone e alle cose. L´epicentro a una profondità di 10 chilometri
TOKYO - Una forte scossa di terremoto, di magnitudo 6.9, ha colpito le isole meridionali giapponesi Ryukyu poco dopo le 5.31 del mattino di sabato quando in Italia erano le 21.31. Nessun danno riportato a cose o persone. Dopo aver individuato l´epicentro del sisma a circa 83 chilometri al largo dell´Isola di Okinawa a una profondità di 10 chilometri, l´Agenzia meteorologica giapponese ha tuttavia diramato un "allerta tsunami" con onde alte fino a un metro per le Isole Amami, Tokara e Okinawa, raccomandando alla popolazione di Okinawa di allontanarsi dalla costa. Eventuali onde anomali però, segnalava il Centro Allerta Tsunami per il Pacifico, «non dovrebbero avere un impatto distruttivo».
Sul canale di commenti aperto sul sito della Cnn c´è stato chi però ha sdrammatizzato scrivendo «Okinawa non è Haiti. Niente di serio. Ci siamo solo svegliati con un po´ di paura» o «Se mia moglie non mi avesse svegliato, avrei continuato a dormire. Siamo a Okinawa... è normale». Ma c´è anche chi ha osservato: «Vivo a Okinawa e negli ultimi tre anni, questa è la prima volta che le scosse sono state così forte. Forse vivere all´ottavo piano non aiuta. Specialmente alle 5 e trenta di domenica mattina, però...».
LA REPUBBLICA 27 FEBBRAIO 2010
LA BUFERA XYNTHIA INVESTE L´EUROPA 45 MORTI IN FRANCIA, VANDEA DEVASTATA
Cedono le dighe, catastrofe nazionale. 52 le vittime in tutto il continente
Fra le più colpite le località turistiche de La Rochelle e La Faute-sur-mer Oggi arriva Sarkozy
GIAMPIERO MARTINOTTI
dal nostro corrispondente
PARIGI - Cinquantadue morti, di cui 45 in Francia, e un numero ancora imprecisato di dispersi, forse una trentina: la tempesta Xynthia ha investito con un´insolita brutalità il continente europeo, provocando danni e seminando panico, in particolare in Vandea, la regione più colpita. La congiunzione di venti fortissimi nel momento in cui si verificava un alto coefficiente di marea ha provocato, sulla costa atlantica, la rottura di molte dighe e la sommersione di villaggi e cittadine. Una situazione molto simile a quella del 1999, quando un terribile uragano investì l´Europa, provocando la morte di 92 persone. Oggi Nicolas Sarkozy visiterà le zone sinistrate e annuncerà le prime misure di solidarietà.
Le immagini arrivate da La Rochelle o La Faute-sur-Mer sono impressionanti. Località turistiche conosciutissime si sono trasformate in pochi minuti in un incubo per gli abitanti e i villeggianti (a Parigi le scuole sono in vacanza in questo periodo). Le dighe che proteggono gli abitati non hanno retto alla forza d´urto dell´oceano, l´acqua è salita a ritmi tali da non lasciar scampo a decine di persone. Altre si sono rifugiate sui tetti e sono state salvate dagli elicotteri della protezione civile.
Il ciclone Xynthia si è formato sull´Atlantico e ha investito dapprima il Portogallo (dove si segnalano alluvioni nella valle del Douro) e la Spagna (tre morti) per poi raggiungere la costa francese, dove quattro dipartimenti erano stati messi in stato di allerta «rosso» (il più alto) e tutto il nord del paese in allerta «arancione». Verso le quattro di ieri mattina raffiche di vento attorno ai 150 chilometri orari e onde alte tra i sei e gli otto metri hanno scatenato una bufera con pochi precedenti. Un milione di case sono rimaste senza elettricità, la gente ha cominciato a scappare, ma molti non ce l´hanno fatta. Un inferno durato due o tre ore che ha devastato la fascia centrale della costa atlantica, grosso modo nella zona compresa tra l´estuario della Loira e la Gironda. Al mattino, case ricoperte d´acqua fino ai tetti, strade impraticabili, il litorale irriconoscibile in alcuni punti.
Ritirandosi, le acque hanno lasciato scoperti i corpi di molte vittime. Altri sono morti nelle loro case, sorpresi nel sonno. Centinaia di senzatetto sono stati alloggiati in ricoveri di fortuna, nella sola Vandea sono stati segnalati una trentina di dispersi. I danni materiali non sono stati ancora valutati, ma sono gravi: oltre alle abitazioni sono state danneggiate le attrezzature portuali e le attività legate alla coltura delle ostriche.
La tempesta ha poi spazzato tutto il nord del paese (nella capitale, parchi e giardini sono rimasti chiusi per precauzione) e si è diretta verso Belgio e Germania, dove ci sono state alcune vittime, uccise dagli alberi sradicati dalla furia del vento. L´attività aeroportuale è stata notevolmente disturbata, con voli annullati e numerosi ritardi agli aeroporti di Parigi e Francoforte, i due principali scali dell´Europa continentale, il traffico ferroviario è andato in tilt in tutta la Francia occidentale.
Sarkozy ha subito chiesto misure di «solidarietà nazionale», mentre il primo ministro, François Fillon, ha riunito d´urgenza alcuni ministri e ha parlato di una «catastrofe nazionale». Ha avvertito che ci vorrà tempo per ristabilire l´elettricità in tutte le case ed ha annunciato un piano per rafforzare le dighe che proteggono il litorale e che hanno mostrato la loro debolezza di fronte a una bufera di questa intensità.
Fenomeni come quello di ieri sono rari ma non straordinari nei paesi nord-europei, ma la loro frequenza è aumentata negli ultimi anni, tanto che alcuni esperti attribuiscono il fenomeno ai mutamenti climatici.
LA REPUBBLICA 1 MARZO 2010
GRAN BRETAGNA, NUOVE PROVE SULLA PERICOLOSITÀ DEI TERMOVALORIZZATORI
Uno studio rileva alti tassi di mortalità infantile nei pressi di un inceneritore nel nord-est dell'Inghilterra
Nuove prove dalla Gran Bretagna sulla pericolosità dei termovalorizzatori per la salute umana.
Il sito della UK Health Research ha pubblicato uno studio sulla mortalità infantile nei distretti circostanti l'inceneritore di Kirklees, nella regione dello Yorkshire e Humber.
Dagli esiti della ricerca, consultabile sulla mappa della zona, è emerso che nei distretti posti sottovento rispetto all'inceneritore il livello di mortalità infantile è anormalmente alto, pari al 9,6 per mille, mentre nei distretti sopravento il tasso è circa dell'uno per mille.
Il termovalorizzatore di Kirklees produce energia dall'incenerimento di rifiuti solidi urbani.
12-2-10 Peace Reporter
GLI OGM SONO TRA NOI
di Tommaso Cerno
Entrano nei mangimi del 25 per cento degli animali allevati in Italia, quindi nel latte e nella carne. Passano le frontiere nei sacchi di soia e mais. Si nascondono nei prodotti, anche bio. E i consumatori sono senza difese
Invisibili. Nascosti. Ce n'è sugli scaffali dei supermarket. Protetti dalle concentrazioni minime che non obbligano a dichiararli sull'etichetta. O trasformati in proteine nei gelati del futuro, che non si sciolgono e non si congelano mai. Occultati fra farine e bevande di soia, le stesse che ogni giorno passano i confini schivando i controlli. E soprattutto serviti quotidianamente nelle stalle, dove il menù di mucche, maiali, polli e tacchini è sempre più Ogm: geneticamente modificato. Ogni anno negli allevamenti italiani si consumano quasi 4 milioni di tonnellate di soia transgenica, un quarto del fabbisogno totale. Stessa cosa vale per il mais, pur in percentuale minore. Numeri sconosciuti ai più, che circolano solo fra gli addetti ai lavori. Così come pochi sanno che con quegli stessi animali si producono anche i grandi marchi Dop del made in Italy: dal Parmigiano al Grana, fino al prosciutto di San Daniele. Senza bisogno di scriverlo da nessuna parte, senza l'obbligo di informare chi compra. È così che l'Ogm si diffonde, fa concorrenza all'agricoltura tradizionale, si infiltra nella nostra dieta. Sì, perché lo scontro che vede l'agguerrito ministro delle Politiche agricole Luca Zaia, schierato per il no alle colture biotech, riguarda solo il divieto di seminare mais e soia ottenuti in provetta. Ancora proibiti nei campi, ma già legali sulla tavola degli italiani.
Dalla stalla alla cucina È il pasto di Frankenstein, denuncia la Coldiretti. Vegetali col genoma modificato. Un rebus genetico difficile da decifrare, i cui effetti sulla salute non saranno chiari prima di molti anni. Nossignore, ribattono a Confagricoltura: quei prodotti sono l'ambrosia del Terzo millennio. Frutti high-tech e supernutrienti, piante che prevengono i tumori, proteine con proprietà farmaceutiche capaci di resistere a sbalzi climatici e parassiti. Alle ricerche americane che mostrano come gli Ogm facciano bene, il fronte dei contrari risponde con dossier che proverebbero i danni al fegato subiti dai bovini alimentati a quel modo. Mentre la polemica infuria, silenziose quelle tonnellate di mangime con Dna modificato entrano ogni giorno in Italia da Argentina, Brasile e Stati Uniti. Tutto secondo le regole, beninteso. La soia RR o il mais Mon 810 hanno i documenti a posto. Hanno superato i test dell'Efsa di Parma, l'autorità europea per la sicurezza alimentare, per cui possono varcare le frontiere. E finire nelle mangiatoie: dalle stalle produttrici del latte, ai prosciuttifici. Senza l'obbligo di esplicitarlo sulle etichette del prodotto finale. Eppure sono diventati il piatto forte delle 43 mila stalle italiane: incidono per il 10 per cento sulla dieta dei suini, addirittura il triplo per i bovini. Con un risparmio fra il 20 e il 30 per cento.
Messa così saranno presto una strada obbligata, se si vuole reggere alla concorrenza globale: "Senza questi mangimi l'Italia non sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno degli allevamenti", spiegano all'Anacer, l'associazione nazionale dei cerealisti che rappresenta un centinaio di importatori. Già oggi. E Nomisma prevede che nel 2013 andrà ancora peggio: il mais non Ogm calerà del 70 per cento. Vuol dire che ne circoleranno meno di 26 milioni di tonnellate, quando già adesso il doppio non basta. Inevitabile sarà l'aumento di prezzo di 4 euro ogni cento. "Produrre i mangimi convenzionali è costosissimo. Ecco perché l'Ogm è diventato indispensabile anche nelle filiere che producono Dop", dicono all'Assozoo, che riunisce i maggiori produttori italiani di mangimi.
Trovare soia non Ogm, poi, è quasi impossibile. "La produzione futura di uova e pollame biologici è a rischio", denuncia Martin Humphrey, portavoce di una fra le più importanti ditte di mangimistica: "Non credo che nel 2012 ci saranno più mangimi non Ogm. Bisogna che i consumatori lo sappiano".
Il falso Ogm-free
Dalla stalla al piatto il passo è breve. Anche se non sembra. Se fai un giro fra gli scaffali dei supermercati l'etichetta Ogm, in effetti, è molto rara. La si trova ogni tanto sull'olio di semi per friggere. E poco altro. Ma le cose non stanno proprio così. Le multinazionali commissionano sondaggi continui e sanno bene che l'80 per cento degli italiani si schiera ancora contro i cibi transgenici. Magari senza sapere bene di cosa si parli, visto che quattro adulti su dieci non conoscono nemmeno il significato della sigla. E così i brand mondiali preferiscono non rischiare e restare sotto soglia. Tanto, fino allo 0,9 per cento di concentrazione nelle merendine, nei crackers, nel lievito o nella panna di soia, come di ogni prodotto in vendita in Italia, sulla confezione non serve scrivere Ogm. Il limite è definito dai tecnici che spiegano come le macchine non riescono a identificare sostanze mutate sotto quella soglia, e aggiungono che durante i trasporti o nei magazzini un rischio minimo di contaminazione, di fatto, c'è e quello 0,9 mette al sicuro dal caso.
Ma a chi riempie il carrello della spesa, non basta evitare alimenti a base di mais e soia, perché l'ingrediente biotech può nascondersi nei derivati. Amido, semola, fruttosio, glucosio. Tutte sostanze che il consumatore non riconosce come a rischio. È la grande contraddizione denunciata da Confagricoltura: "Il sì o il no all'Ogm sono un falso problema. Il paradosso italiano prevede l'import e l'uso dei derivati di mais e soia transgenici, ma allo stesso tempo vieta ai produttori di accedere a queste innovazioni", ripete il presidente Federico Vecchioni. Al punto che in Italia è esploso il fenomeno opposto: sempre più spesso in etichetta compare il bollino 'Ogm free'. La prova, secondo il marketing, che si sta mangiando naturale. Ma non è sempre vero. "Dovrebbe essere possibile etichettare a quel modo solo a fronte di controlli precisi della filiera", spiega Franca Braga di Altroconsumo: "Che non sempre si fanno".
Questo sembra oggi il tema vero sul piatto: si fanno pochi controlli e il consumatore non sa se sta comprando alimenti modificati, in una qualche fase della loro produzione, o no. E le verifiche fatte dai tecnici del ministero della Salute, che mette in atto il piano di controllo sulla presenza di organismi geneticamente modificati negli alimenti, dimostrano che sostanze modificate negli alimenti in vendita in Italia ci sono, eccome. Nel potenziale paniere transgenico c'è un po' di tutto: l'amido di mais, presente nelle farine e nella pasta, le bevande di soia, i budini, le creme salate, i fiocchi di cereali, gli integratori dietetici. Perfino pane, latte, impasti per dolci e snack salati. Fino ai prodotti bio come il tofu, che spadroneggia nelle bioteche. Nel 2008 il ministero ha controllato un migliaio di alimenti e il 4,3 per cento risulta positivo al test: è vero che spesso l'Ogm presente è al di sotto della soglia dello 0,9, ma in molti obiettano che l'esistenza di un limite tecnico sotto il quale non si vede la mutazione non è garanzia che quella mutazione sia irrilevante.
Non solo: i furbetti del transgenico si moltiplicano quando i controlli si spostano alle frontiere. Sui Tir in ingresso, un campione di alimenti su 10 presentava tracce di Ogm. Tantissimi. Anche il ministero parla di "riscontro significativo", eppure i controlli restano insufficienti: solo 54 durante l'anno. "È per questo che chiediamo l'etichettatura completa dei prodotti su carni, formaggi e derivati. Il consumatore deve sapere tutto su ciò che acquista e mangia. È una mancanza grave di trasparenza", spiega ancora Altroconsumo: "I controlli sono difficili, lunghi e ancora troppo pochi per avere la certezza che quello che finisce in tavola sia davvero Ogm free". Le Asl ci stanno provando. Già nel triennio 2009-2011 si prevede di intensificare le verifiche, soprattutto alle ex dogane da cui proviene il grosso degli alimenti a rischio. Anche perché se in Italia produrre Ogm è vietato, in Europa siamo circondati: Spagna, Repubblica Ceca, Portogallo, Germania, Slovacchia, Romania e Polonia coltivano regolarmente mais transgenico. Migliaia di ettari, destinati ad aumentare negli anni.
Il vento del Nord
Doveva adeguarsi anche l'Italia e sdoganare l'agricoltura transgenica. La firma dell'accordo Stato-Regioni per definire i paletti era attesa a fine gennaio. Invece dal ministro Zaia è arrivato un altro rinvio. Troppi dubbi sulle linee guida per la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate. In altre parole non c'è accordo su come impedire che i semi transgenici contaminino i campi ancora al naturale. Così da Vivaro, un paesino alle porte di Pordenone, è partita la sfida al governo. La guida un contadino friulano, Silvano Dalla Libera, che ha spento il trattore e s'è rivolto al giudice. Ricorsi, controricorsi fino al Consiglio di Stato che gli ha dato ragione: è un suo diritto seminare mais Ogm e il ministero dovrà autorizzarlo entro il 19 aprile. Una bomba a orologeria per Zaia, in corsa per la poltrona di governatore del Veneto, che promette di impugnare la sentenza e fermare il contadino biotech pronto, invece, a seminare il primo campo Ogm al confine fra Veneto e Friuli. Con lui altri mille soci di Futuragra, forti di un sondaggio Demoskopea che dimostrerebbe come da quelle parti ben il 53 per cento degli agricoltori si dica pronto a seguire l'esempio: "Ho dovuto arrivare a 63 anni per farmi il primo campo transgenico. Negli Stati Uniti vidi con i miei occhi la soia Ogm già 20 anni fa e mi dissi: dove vogliamo andare con le nostre zappe?", racconta Dalla Libera che ha inviato una lettera aperta al premier Berlusconi. Il Friuli Venezia Giulia resta a guardare. L'ex governatore Riccardo Illy s'era detto favorevole nel 2005 all'avvio delle sperimentazioni, pronto a divorare una polenta transgenica alzando un calice di vino. Così farà anche il successore Renzo Tondo del Pdl: "Non vedo contraddizioni fra la tutela del prodotto locale e l'Ogm. Possono avere spazi e funzioni diversi. Da una parte coltiviamo l'alimento di qualità, dall'altra Ogm, magari per produrre energia alternativa. Zone separate, regole, rispetto reciproco". Il problema di Tondo non sarà tanto il vento elettorale, che soffia in poppa alla Lega contraria al suo progetto. Quanto la brezza di montagna. Perché dal campo di Silvano Dalla Libera i semi di mais Ogm voleranno dappertutto, dando avvio anche in Italia alla 'contaminazione' che Coldiretti denuncia come rischio globale. Basta farsi una cinquantina di chilometri verso il mare. A Fossalon, nella laguna di Grado, Massimo Santinelli coltiva soia biologica. È titolare della Biolab e da vent'anni commercia tofu nel Nord-est. "La mia soia è naturale al 100 per cento, effettuo controlli alla semina, durante il raccolto e sul prodotto finito. Se danno il via libera ai campi Ogm, non potrò più avere certezze. Chi risponderà dei danni?". Nessuno lo dice. Anche perché il rovescio della medaglia è che i contadini-tech sono pronti a fare altrettanto. E chiedere un risarcimento di 200 milioni di euro se lo stop agli Ogm rovinasse il loro raccolto: "La contaminazione? La subiremo noi, quando le piante robuste e perfette verranno contaminate da mais malato". Si annuncia battaglia. Anche perché Federconsumatori è pronta a ricompattare la coalizione anti-Ogm che già nel 2007 si mobilitò per indire un referendum.
Super-gelato artico
Ci aggiungi il super-gelato del futuro, che dall'estate scorsa può circolare nei 27 paesi della Ue e la zona grigia degli Ogm nascosti s'allarga ancora. Si chiama cono 'very strong', realizzato con un gene rubato a un pesce artico, capace di renderlo resistente alle temperature polari. Puoi metterlo in un frigo a bassissime temperature e resta cremoso. Eppure, sebbene la proteina Isp con cui si produce derivi da un lievito geneticamente modificato, l'etichetta Ogm non è obbligatoria: "È esonerato perché l'elemento transgenico usato per la produzione viene rimosso dal prodotto finale", denuncia la Fondazione diritti genetici. Non è considerato un ingrediente. Non c'è scritto da nessuna parte. Chi mangia non lo sa. E i casi sono sempre di più. n
L'ESPRESSO 12 FEBBRAIO 2010
TRACCE DI PENSIERO NELLO STATO VEGETATIVO
Una ricerca mostra la presenza di una minima attività cerebrale in persone entrate in coma dopo un trauma
Le tracce di attività rilevate nel cervello del paziente belga (Afp)MILANO - Per cinque anni, dopo un incidente d’auto, è rimasto privo di coscienza in un letto di ospedale a Liegi, in Belgio. Stato vegetativo permanente, secondo la diagnosi. Adesso, grazie a nuovi e sofisticati test, il suo cervello ha rivelato tracce di attività in risposta alle domande dei medici. Minime, ma che faranno discutere sul piano etico e già indicano la strada per una revisione dei criteri di classificazione del coma. Il paziente belga non è il solo che ha cominciato a comunicare con l’esterno, dopo avere passato anni in una condizione che «rappresenta una possibile evoluzione del coma ed è caratterizzata dalla ripresa della veglia, senza contenuto di coscienza e consapevolezza di sé e dell’ambiente circostante» (questa è la definizione di stato vegetativo che viene attualmente accettata ed è quella in cui si trovava Eluana Englaro).
IL CASO BELGA - Complessivamente sono stati studiati 54 pazienti e cinque di questi, come il ventinovenne belga, hanno mostrato la capacità di modulare l’attività cerebrale. I risultati della ricerca, condotti da un gruppo misto di esperti inglesi di Cambridge e belgi di Liegi, sono così interessanti che la loro pubblicazione è appena avvenuta sull’edizione online del New England Journal of Medicine e sono accessibili gratuitamente sul sito (cosa non abituale perché di solito l’accesso è a pagamento). I ricercatori hanno utilizzato, per studiare i pazienti, un sistema, messo a punto da Adrian M. Owen, neuroscienziato al Medical Reserach Council di Cambridge, che si avvale di un esame chiamato risonanza magnetica capace di visualizzare l’attività del cervello e hanno posto una serie di semplici domande ai pazienti del tipo «Hai un fratello?», «Sei mai stato a New York?», controllando se le risposte erano corrette secondo schemi piuttosto sofisticati.
AREE DEL CERVELLO - In particolare hanno chiesto al ragazzo belga di pensare di giocare a tennis o di stare in casa e hanno così visto che si «accendevano», rispettivamente, la corteccia motoria (quella appunto legata ai movimenti) e quella spaziale (che colloca una persona nello spazio). Non solo, ma hanno anche visto che il paziente poteva «scegliere» quale area accendere, mostrando quindi un pensiero cosciente. I ricercatori hanno evidenziato questi segnali di coscienza solo in pazienti giovani, che avevano subito un trauma cerebrale, spesso conseguente a incidenti e non in quelli, come l’americana Terry Schiavo, che invece erano andati in coma per una mancanza di ossigeno nel cervello conseguente ad arresto cardiaco.
Adriana Bazzi
abazzi@corriere.it
04 febbraio 2010
PLUTONE CAMBIA COLORE E DIVENTA PIÙ ROSSO
Per gli scienziati della Nasa il pianetino modifica la propria superficie molto più di tutti gli altri corpi celesti
MILANO - Il telescopio spaziale Hubble ha carpito nuove informazioni dell'ultimo e più discusso pianeta del sistema solare, Plutone: osservando le ultime immagini, gli astronomi americani hanno scoperto che il pianeta nano sta cambiando colore.
ROSSO INTENSO - Giusto in tempo per l'anniversario dalla nascita di Clyde Tombaugh (4 febbraio del 1906), l'astronomo statunitense conosciuto proprio per la scoperta di Plutone, gli scienziati della Nasa hanno pubblicato la mappa più dettagliata di sempre del lontano pianeta nano. Il prodotto di anni di lavoro mostra all'occhio del profano Plutone come un mondo chiazzato di bianco, arancione e marrone scuro. Oltre a ciò, sul pianeta la superficie ghiacciata si trasforma con le stagioni. Per gli astronomi si tratta di una vera e propria sorpresa: gli scatti evidenziano un corpo celeste che emana un colore rosso molto più intenso rispetto alle osservazioni dei decenni scorsi. Per i ricercatori della Nasa il pianetino modifica inoltre la propria superficie molto più di tutti gli altri corpi celesti del nostro sistema solare. Le ultime immagini di Plutone, dal 2006 declassato a pianeta nato dall'unione astronomica internazionale (IAU), sono state scattate tra il 2002 e il 2003. Marc Buie del Southwest Research Institute di Boulder, Colorado, e i suoi colleghi ci hanno impiegato quattro anni e una ventina di computer per ricavare dalle oltre 350 immagini di pochissimi pixel una mappa con una risoluzione relativamente alta.
Plutone cambia colore
NUOVE INFORMAZIONI - Confrontando la carta attuale con una risalente al 1994 gli scienziati evidenziano come la regione polare stia gradualmente schiarendo. Uno dei posti più lontani e freddi del sistema solare continua dunque a regalare emozioni e pone nuove domande: al più tardi nel 2015 la sonda New Horizons, lanciata quattro anni fa, passerà vicino al pianeta ed effettuerà ulteriori osservazioni geologiche. A bordo anche le ceneri dell'astronomo dell'Illinois che scoprì il nono pianeta del sistema solare il 18 febbraio del 1930.
Elmar Burchia
05 febbraio 2010
SPIRIT DIVENTA UNA PIATTAFORMA SCIENTIFICA STAZIONARIA
La NASA ha appena annunciato che il robottino Spirit non potrà essere liberato dalla trappola marziana. Ora il rover inizierà una seconda carriera come piattaforma scientifica stazionaria.
Dopo sei anni di esplorazioni senza precedenti del Pianeta Rosso, il rover della NASA, Spirit, non è più un robot semovibile: alla NASA l’hanno ribattezzato di nome e di fatto come Piattaforma Scientifica Stazionaria dopo che gli svariati tentativi nei mesi scorsi di liberarlo da una trappola di sabbia si sono rivelati infruttuosi.
Ora il compito principale del robot per le prossime settimane sarà quello di posizionarsi in modo tale da combattere i rigori dell’inverno marziano. Se riuscirà a sopravvivere, proseguirà in nuovi esperimenti scientifici stando nel suo sito di lavoro e da qui la sua missione potrà durare mesi se non anni.
“Spirit non è morto ma è solo entrato in un’altra fase della sua lunga vita” dice Doug McCuistion, direttore del programma NASA per l’Esplorazione Marziana..
L’ultimo percorso dello Spirit: questa vista da parte della camera di navigazione mostra le tracce lasciate dal rover, proprio perché viaggiava in retromarcia, trascinando la sua ruota bloccatasi nel 2006, fino al sito dove è fatalmente rimasto intrappolato nella sabbia morbida di Marte nella primavera del 2009.
“Lo scorso anno abbiamo confessato al mondo intero che i tentativi di liberare Spirit sarebbero risultati infruttuosi”, aggiunge McCuistion, “e sembra proprio che il sito attuale del rover sarà quello definitivo”.
Dieci mesi fa, mentre lo Spirit si stava muovendo verso sud nei pressi del bordo di una pianura chiamata Home Plate, le sue ruote sono incappate in una superficie fragile che si è rotta facendole sprofondare nella sabbia sottostante. E dopo che lo Spirit si è trovato così affossato, gli scienziati hanno tentato varie strategie di fuga per il veicolo a sei ruote, sfruttando le rimanenti cinque: queste strategie prevedevano l’utilizzazione di un gemello dello Spirit a Pasadena, nei Laboratori del JPL. Ma a novembre un’altra ruota ha smesso di funzionare, peggiorando ulteriormente la situazione.
Altri tentativi recenti hanno dato qualche lieve miglioramento, ma l’incipiente inverno, che inizierà a maggio (ndr terrestre!), richiederà presto un ulteriore cambio di strategia, visto che ora dalle parti del robottino è già metà autunno. L’energia solare sta calando sempre più e già da metà febbraio ci si aspetta che non sarà più sufficiente a ricaricare le batterie.
Gli scienziati del team pensano di sfruttare tutta l’energia residua per migliorare la posizione del robottino ed in particolare la sua angolazione rispetto al Sole: infatti ora lo Spirit è leggermente inclinato verso Sud, mentre il sole invernale culmina, seppur basso sull’orizzonte, verso settentrione. Inclinare di qualche grado il robottino verso Nord servirebbe ad aumentare l’energia incidente sui pannelli solari.
“Dobbiamo alzare la parte posteriore del rover, oppure la sua parte sinistra, e perché no entrambe le parti”, dice Ashley Stroupe, una pilota del rover al JPL. “Potrà essere utile innalzare le ruote al di fuori dai loro solchi, spostando all’indietro il rover e muovendolo leggermente in salita. Se sarà necessario, tenteremo di abbassare la parte anteriore destra del rover tentando di affossare ancor di più la ruota anteriore destra nel suo solco oppure in una buca da scavare”
Stante l’inclinazione attuale del robottino, questo non dovrebbe avere energia sufficiente a comunicare con la Terra nel corso di tutto l’inverno marziano, ma basterebbe un piccolo cambio di inclinazione per consentire le comunicazioni, seppur non tutti i giorni.
“Con l’arrivo dell’inverno, qualsiasi oggetto si raffredderà ed in particolare tutto l’apparato elettronico” dice John Callas, project manager per il rover ed il suo gemello Opportunity. “Ogni grammo di energia prodotto dalle celle solari dello Spirit servirà a scaldare le parti elettroniche più critiche, sia accendendole direttamente che viceversa accendendo i riscaldatori”.
Ma anche in questo stato di immobilità forzata, Spirit continuerà le sue ricerche scientifiche (vedi l’articolo precedente). “C’è infatti un certo tipo di scienza che possiamo studiare solo con un veicolo stazionario e che avevamo dovuto abbandonare per tutto il tempo in cui il rover si è mosso su Marte” dice Steve Squyres, un ricercatore dell’Università di Cornell, del team Spirit e Opportunity, “una mobilità degradata non significa che la missione debba per forza finire, ma viceversa ci permette di passare ad un altro tipo di scienza stazionaria”.
Infatti è già iniziato uno degli esperimenti stazionari sulle piccole ondulazioni del moto di rotazione di Marte che permetterà di conoscere meglio l’interno del pianeta: ma questo studio richiede mesi di tracciamento via radio di un punto fisso della superficie di Marte (ndr quello dove si trova lo Spirit) per calcolare variazioni a lungo termine del moto, con un’accuratezza di pochi centimetri.
Essendo diventata una piattaforma stazionaria, lo Spirit contribuirà allo studio dell’interno di Marte.
“Sarebbe meraviglioso se la onorata carriera scientifica di Spirit si potesse concludere rivelandoci se il nucleo di Marte è liquido oppure solido. Sarebbe un risultato lontanissimo dalle altre scoperte fatte al robottino finora” dice Squyres. Inoltre alcuni sensori sul braccio robotico dello Spirit possono studiare le variazioni nella composizione del terreno intorno al rover, composizione influenzata dalla presenza d’acqua. Tra le altre branche della scienza stazionaria abbiamo anche lo studio di come il vento sposta le particelle di polvere ed il monitoraggio dell’atmosfera Marziana.
Dunque il nostro simpatico robottino Spirit è stato fermato definitivamente, ma non smetterà di rivelare altri segreti del pianeta Marte.
28-1-10 Astronomia.com
IN ASIA LA PIÙ LUNGA ECLISSI DEL MILLENNIO
Si tratta di un eclissi anulare: il fenomeno al suo massimo è durato 11 minuti e 7 secondi
MILANO - Oggi in Asia c'è stata la più lunga eclissi solare anulare del millennio (un eclissi anulare è quella in cui il diametro apparente della Luna è più piccolo di quello solare, lasciando visibile dunque la corona esterna della stella). Il fenomeno è stato visibile in India a partire dalle 11.00 (le 06.30 ora italiana) in un clima di partecipazione popolare a causa della coincidenza con il Kumbh Mela, manifestazione religiosa di immersione nelle acque del Gange a cui partecipano milioni di pellegrini hindu. A New Delhi, centinaia di persone si sono raccolte nella zona del Nehru Planetarium, ma la visibilità del fenomeno era ridotta dalla nebbia. L'eclissi, al suo massimo, è durata 11 minuti e 7 secondi; per trovare un’eclissi anulare più lunga occorrerà attendere il 23 dicembre 3043.
Eclissi anulare in Asia
L'ECLISSI - Il momento centrale del fenomeno si è verificato alle 13.39 (le 09.09 italiane), su tutto il territorio indiano, ha indicato il direttore del Nehru Planetarium, N. Ratnashree, a Dhanushkodi, nello Stato meridionale di Tamil Nadu. Intanto l'Organizzazione di ricerca spaziale indiana (Isro) ha lanciato oggi cinque razzi per studiare gli effetti dell'eclissi sugli strati medi e bassi dell'atmosfera. L'ombra lunare aveva cominciato a limitare il disco solare in mattinata in Africa, dal Ciad alla Somalia, attraversando quindi l'Oceano Indiano sulle isole Maldive, ed interessando poi India, Bangladesh, Birmania e Cina.Redazione online
15 gennaio 2010 – Corriere della Sera
ACQUE VELENOSE
di Emiliano Fittipaldi
Nichel. Arsenico. Fosforo. Sostanze pericolose dai nostri rubinetti. E le Regioni lo nascondono alzando i limiti di legge. Un libro racconta i disastri d'Italia
I veleni sono in agguato. Nell'acqua che beviamo, nel cibo, nell'aria che respiriamo, nei cosmetici. Esce mercoledì prossimo 'Così ci uccidono' (Rizzoli), l'inchiesta di Emiliano Fittipaldi, giornalista de 'L'espresso' che racconta storie e segreti di avvelenatori e avvelenati, protagonisti di un disastro nazionale di cui nessuno vuole parlare. Anticipiamo un brano dal primo capitolo.
Lo stato delle acque pubbliche italiane e la possibilità, accettata per legge, che si possano ingurgitare sorsi di sostanze tossiche al di sopra delle soglie massime è un fenomeno nascosto, che coinvolge centinaia di comuni in tutto il Paese. Città e piccoli centri dove ogni giorno dai rubinetti della cucina e dalla doccia sgorgano, mischiate alle molecole d'acqua, anche quelle dell'arsenico, dell'alluminio, del cromo, del nichel. Con l'aggiunta di un po' di piombo, vanadio, fluoro, selenio, trialometanio, atrazina. E spesso in quelle zone i tassi di mortalità sono più alti rispetto a quanto dovrebbero essere.
"Atra... che?". "Atrazina, signora.". "E quindi?". "E quindi non la deve più bere né bollirci le patate". Così la signora Maria Rosa di Dossobuono da Villafranca di Verona, profondo Nord-Est, ha scoperto che l'acqua del suo comune era una schifezza. Il 30 settembre 2009 il sindaco Mario Faccioli ha stabilito con un'ordinanza "l'interdizione del consumo dell'acqua da parte della popolazione, fino all'avvenuto ripristino della qualità-idoneità dell'acqua erogata". Maria e 11 mila compaesani dalla sera alla mattina hanno imbracciato taniche e bottiglie vuote e fatto la fila per riempirle alle cisterne. L'acqua era un pericolo. Atrazina e desetilatrazina vogliono dire tracce di concimi azotati usati in agricoltura e di un diserbante vietato dal 1992. Ma quanta ne hanno bevuta prima di esserne informati?
Una disposizione simile è in vigore anche a Civitavecchia, nel Lazio, dove nei bagni di certe aziende c'è scritto sopra i lavandini: 'Non bevete'... Qui a rendere torbida l'acqua sono gli organoalogenati, composti nocivi anche per semplice inalazione.
Purtroppo non si tratta affatto di casi limite. Nell'ultimo anno, solo per fare qualche esempio, divieti assoluti sono scattati a Campomarino (Molise), Agrate Brianza (Lombardia), Satriano (Calabria), Mussomeli e Campobello di Licata (Sicilia). A Talamone, in Toscana, il sindaco ha invece ordinato di "far bollire l'acqua per almeno quindici minuti, se la si vuole utilizzare per usi alimentari". Tranquillizzante.
Che cosa contamina le nostre acque e perché? Ci sono diverse spiegazioni: la morfologia del territorio, gli scarichi industriali, la carenza delle condutture. Talvolta in un solo territorio concorrono all'inquinamento tutte e tre le situazioni: nella zona dei Colli Albani, nel Lazio, in un'area che interessa 1.500 chilometri quadrati e quasi 600 mila persone, le acque sono intossicate dalle emissioni gassose sotterranee del Vulcano Laziale, ricche di anidride carbonica, che entrano in contatto con le rocce portando nelle tubature metalli pesanti. Il mix è inoltre arricchito dai liquami privati, che vengono scaricati nel terreno. Ne risulta una massiccia presenza di elementi cancerogeni o fortemente tossici come il fluoro, l'arsenico, l'uranio nelle falde sottostanti. A Crotone, in Calabria, se possibile va ancora peggio. Si sospetta che l'acqua sia contaminata e avvelenata da arsenico, cadmio e altri minerali tossici... Un altro disastro si è verificato nei pressi di Pescara, in una valle a 50 chilometri dalla città... Abruzzo, Colli Albani, Civitavecchia, Veneto sono solo esempi probabilmente abbastanza noti della devastazione massiccia del nostro territorio. Pochi sanno però che le nostre istituzioni ce la danno a bere, letteralmente, l'acqua avvelenata che ha invaso acquedotti e condutture. Non possono evitarlo, l'unico modo è lasciare a secco qualche milione di persone. Ma come ci riescono senza farsi notare troppo? Attraverso le cosiddette "deroghe".
La questione risale ai primi anni Duemila, quando entra in vigore il decreto legislativo 31/2001, che disciplina le acque destinate al consumo umano. Le norme stabiliscono i valori limite dei parametri microbiologici e chimici che possono essere presenti nell'acqua per definirla "potabile". Ma, in particolari circostanze di degrado della risorsa idrica, l'articolo 13 del decreto concede alle amministrazioni "interessate" la possibilità di accordare deroghe ai valori prescritti, purché non comportino "potenziale pericolo per la salute umana e sempreché l'approvvigionamento di acque destinate al consumo non possa esser assicurato con altro mezzo". In pratica, se l'acqua comune presenta elementi potenzialmente nocivi, l'ente locale lascia aperti i rubinetti e fissa dei termini entro i quali dovrà provvedere a riportare i parametri a norma. Peccato che in genere le deroghe non durino pochi mesi, ma vengano rinnovate di anno in anno. Un controsenso anche per l'Unione europea: dal 2012, non sarà più possibile far ricorso ai regimi in deroga. Senza trucchetto, però, c'è il rischio concreto che milioni di famiglie possano rimanere senz'acqua.
Dal 2002 almeno 13 regioni italiane hanno fatto uso massiccio di deroghe. La prima è stata la Campania, proprio quell'anno, per eccesso di fluoro nelle acque... Le deroghe accordate per 14 comuni della provincia di Napoli erano ancora in vigore nel 2009. Nel 2003 si sono aggiunte Sicilia e Toscana. Nell'acquedotto di Palermo e di altri comuni della fascia costiera ci sono troppi cloriti: i cittadini hanno bevuto livelli 'fuorilegge' fino al 2007. Stessa sorte per le deroghe nei comuni del massiccio etneo, in provincia di Catania, accordate anche per vanadio e boro; mentre nel 2008 a un comune della provincia di Trapani è stata concessa deroga per i nitrati, legati all'allevamento e all'uso di fertilizzanti. Per quanto riguarda la Toscana, dal 2003 si sono bevuti veleni in eccesso in ben 137 comuni... Gli elementi oggetto delle deroghe sono arsenico, boro, cloriti, trialometani... In genere le lievi contaminazioni da arsenico comportano lesioni, arti gonfi e perdita di sensibilità, mentre quelle più gravi possono portare fino al cancro alla vescica, ai polmoni e ai reni... Marco Betti, assessore della regione Toscana alla Difesa del suolo, si è detto sicuro che l'emergenza rientrerà presto...
Nel 2004 le regioni che hanno adottato deroghe raddoppiano. Oltre a Campania, Sicilia e Toscana si sono aggiunte Lombardia, Piemonte, Trentino, Emilia-Romagna, Marche, Puglia e Sardegna. In Emilia e nelle Marche si è disposta per due anni la deroga in alcuni comuni dove erano presenti cloriti. Invece Lombardia e Piemonte fanno eccezioni per le località dove le acque sono ricche di arsenico... In Puglia sono state disposte deroghe (attive tuttora) per cloriti e trialometani... Pure la regione Sardegna ha dispensato alcuni comuni dai parametri legali di cloriti, trialometani e vanadio... Il Lazio è una delle aree italiane dove il problema delle contaminazioni delle risorse idriche è più forte. Come descritto in un rapporto di Cittadinanzattiva, se nel 2006 le deroghe riguardavano complessivamente 37 comuni, di cui 15 per tre parametri contemporaneamente, nel 2009 il totale dei comuni ammonta a 84 e in 59 tra questi le dispense riguardano quattro parametri: arsenico, fluoro, selenio e vanadio...
Nel 2006 tocca al Veneto derogare le acque di un paesino della provincia di Verona, dati gli alti tassi di tricloroetilene e tetracloroetilene, contaminanti organici molto utilizzati nelle lavanderie e nelle industrie metalmeccaniche... Qui il caso è virtuoso: dopo un anno il Veneto ha deciso di non prorogare. L'ultima regione ad adottare dispense normative è stata l'Umbria, nel 2008: deroghe sull'arsenico attive ancora oggi, sebbene l'assessorato regionale assicuri: "Sono problemi di origine geologica, ci sono da sempre e si sostanziano in 14 microgrammi di arsenico a litro d'acqua". Ovvero poco al di sopra di quanto consentito dalla legge. n
IL FATTO QUOTIDIANO 12 FEBBRAIO 2010
INDIA, LA FABBRICA DEI VELENI
Nell'Orissa una raffineria di prodotti chimici minaccia la sopravvivenza della tribu' Dongria Kondh
E' allarme inquinamento a Lanjigarh, nello stato dell'Orissa, India orientale. Secondo un rapporto pubblicato oggi da Amnesty International, l'attività di un impianto di raffinazione di un composto chimico ricavato dall'alluminio metterebbe in grave pericolo la salute degli abitanti della zona.
Terreni contaminati, acqua avvelenata. Nel mirino dell'organizzazione impegnata nella protezione dei diritti umani c'è la Vedanta Resources, società mineraria con sede a Londra e guidata dal magnate Anil Agarwal. Secondo Amnesty, la raffineria di Lanjirgarh, sua sussidiaria, sarebbe la responsabile del forte (e crescente) inquinamento dell'area. In particolare, sono le condizioni del Vamsadhara, uno dei principali corsi d'acqua della regione, a preoccupare di più. E' lì che finiscono le acque reflue durante il processo produttivo. E adesso gli abitanti non osano più berla, né farci il bagno. Si diffonde il panico anche per quanto riguarda il cibo. I fumi e le polveri emesse dalle ciminiere si posano sugli alberi, sulle piante, sui terreni coltivati, vengono inalate e mangiate da uomini e animali. Entrano nelle case, si depositano su mobili e vestiti. E, probabilmente, sono le responsabili delle difficoltà respiratorie e dei fastidi accusati dagli abitanti del distretto.
Ma la Vedanta Resources, stando al rapporto di Amnesty International, guarda oltre, pensa in grande e progetta di estendere il raggio delle sue operazioni, aprendo una miniera di bauxite nei dintorni, a Niyamgiri Hills. Senza aver cercato un accordo con la tribù dei Dongria Kondh, che da secoli occupa quel territorio e il cui sostentamento dipende dal fiume e dai raccolti. E qui si apre il secondo capitolo delle accuse mosse da Amnesty, secondo cui la Vedanta non avrebbe coinvolto la tribù locale in alcun processo di informazione e consultazione, prima della costruzione della miniera.
"Le persone hanno diritto all'acqua e ad un ambiente sano ma la Vedanta non ha rispettato questi diritti", ha detto Kate Allen, direttrice di Amnesty per il Regno Unito. "Ai contadini sono state date informazioni incomplete e fuorvianti a proposito dell'impatto della raffineria e della nuova miniera. Oggi gli abitanti vivono all'ombra di un impianto di raffinazione imponente, respirano aria inquinata e hanno paura di bere o fare il bagno in un fiume che è una delle principali fonti d'acqua della regione", ha continuato la Allen.
Effetti inquinanti conosciuti da tempo. I vertici della compagnia rigettano le accuse e sostengono che siano stati i fertilizzanti impiegati dai coltivatori della zona ad aver causato l'inquinamento dei corsi d'acqua. Ma resta da spiegare l'inquinamento atmosferico.E le autorità indiane? Al momento sembrano glissare. La Vedanta sostiene che il piano preliminare di ampliamento abbia avuto il via libera della Corte Suprema. Insomma, si starebbe muovendo con il pieno appoggio del governo indiano e del potere giudiziario. Eppure, le autorità locali avrebbero potuto intervenire. Stando al rapporto, infatti, l'organismo responsabile del controllo dell'inquinamento per lo stato dell'Orissa aveva documentato, già a partire dal 2006, una forte crescita dell'alcalinità del Vamsadhara e della polluzione più in generale, prodotti dall'impianto di Lanjigarh. Gli stessi analisti avevano accertato che la Vedanta Resources stesse gestendo la raffineria senza aver adottato sistemi antinquinanti e filtri a tutela dell'ambiente e della popolazione. Queste informazioni, tuttavia, non sono mai state diffuse.
Se, al momento, da Nuova Delhi non sono arrivati provvedimenti, qualcosa sembrerebbe muoversi in Gran Bretagna, dove la Chiesa d'Inghilterra ha annunciato di essersi liberata di azioni della compagnia mineraria per un valore di 2,5 milioni di sterline (2,8 milioni di euro). Gli stessi Dongria Kondh, ridotti ormai a poche migliaia di unità, stanno cercando di sensibilizzare l'opinione pubblica internazionale, guadagnandola alla loro causa. Ieri hanno chiesto al regista di Avatar, James Cameron, di aiutarli ad impedire che Vedanta apra una miniera in quella che è la loro terra sacra.
Lo stesso appello rivolto da Amnesty International alle autorità indiane, perché fermino un'operazione che rischia di fare scempio dell'ecosistema dell'area e portare all'estinzione di una intera tribù.
Alberto Tundo
9-2-10 Peace Reporter
LA MENZOGNA NUCLEARE: UN’INCHIESTA DI CHIESA, COSENZA E SARTORIO
Febbraio 3, 2010
Mentre la crisi mondiale ha inghiottito la profumata menzogna del progresso economico senza limiti, mentre il pianeta continua a rimandare le irrimandabili decisioni sul suo futuro energetico e ripropone la rassicurante menzogna dei “passi avanti”, l’Italia offre come soluzione nazionale la menzogna verde dell’energia nucleare. Cosa importa se ancora non siamo stati in grado di risolvere i problemi legati al fallito esperimento atomico, di cui il territorio italiano porta ancora il peso. Cosa importa se un referendum storico ha già fatto sentire forte e chiara la voce del no dei cittadini italiani. Cosa importa se le risorse di combustibile consentiranno al nucleare vita breve, non solo a noi ma al mondo intero. Cosa importa se il problema delle scorie e della dismissione degli impianti è problema tanto grande da non poter essere definibile nemmeno dai tecnici e dagli scienziati. Cosa importa se l’Italia non possiede né il poco combustibile disponibile né il know-how necessario e si arrende nuovamente alla dipendenza dagli altri Stati. In questo libro (La menzogna del nucleare, Ponte alle Grazie, € 12.00), la voce di due illustri fisici, Guido Cosenza dell’Università Federico II di Napoli e Luigi Sertorio dell’Università di Torino, consente di fare chiarezza sul problema, mentre l’esperienza politica di Giulietto Chiesa aiuta a comprendere le intenzioni di chi pretende, ancora una volta, di decidere per gli altri.
TERREMOTO IN CILE, DECINE DI VITTIME. ALLARME TSUNAMI, ARRIVATE LE PRIME ONDE
Il centro monitoraggio del Pacifico: «Effetti devastanti» . Le mareggiate devastano l'isola di Juan Fernandez
MILANO - Sono un'ottantina in Cile le vittime dopo una scossa di terremoto di magnitudo 8,8 che nella notte ha avuto come epicentro un punto nell'oceano al largo dalla costa centrale cilena (LA MAPPA) e alla quale ne sono seguite, a distanza di due ore e mezza, altre due di assestamento: una di magnitudo 6,2 e una di magnitudo 5,6. Il bilancio, come sempre in questi casi, è solo provvisorio e il numero dei morti sembra purtroppo destinato a crescere a mano a mano che vengono ripristinate le comunicazioni e si ha notizia dei corpi ritrovati. L'aeroporto della capitale, Santiago, è stato chiuso e restano difficili le comunicazioni. Nel frattempo, un allarme tsunami è stato lanciato dall'Istituto geologico Usa per le coste di Cile e Perù. Secondo il Centro per il monitoraggio degli tsunami del Pacifico «il livello del mare indica che è stato generato uno tsunami che potrebbe esser devastante per le coste vicino all'epicentro e potrebbe anche minacciare le coste più lontane». Anche quelle sul fronte opposto dell'oceano, ovvero Giappone e Australia. Le prime onde hanno raggiunto l'isola di Juan Fernandez, davanti a Valparaiso, dove sarebbero stati causati, secondo le notizie della radio locale, ingenti danni. E presto le onde raggiungeranno anche l'Isola di Pasqua.
VISTO DALL'ITALIA - Dall'Italia sta monitorando la situazione anche l'istituto nazionale di vulcanologia e il suo presidente, Enzo Boschi, ha spiegato che dai primi dati «lo tsunami appare essere meno devastante di quanto si pensasse. Le prime misure effettuate dai mareografi - ha spiegato - danno infatti un'altezza delle onde di maremoto pari a 1,5 metri». Lo tsunami, ha confermato Boschi, dovrebbe colpire per primi i Paesi del Sudamerica e dell'America Centrale: «Le onde di maremoto - ha spiegato - si stanno propagando ad una velocità di 500-600 chilometri l'ora e si prevede che arriveranno anche in Giappone e alle Hawaii». Nessun allarme, invece, per i Paesi occidentali: «Il fenomeno dello tsunami in atto - ha chiarito Boschi - interessa infatti solo l'Oceano Pacifico». Secondo l'esperto, interpellato anche da Rcd, il fenomeno è di vaste proporzioni e le scosse di assestamento si protrarranno per mesi (ASCOLTA l'intervista).
LE VITTIME - La notizia della prima vittima era arrivata attorno alle 9, ora italiana. Si tratta di un uomo deceduto nel crollo di un muro nella regione di Araucania. Era stata poi la presidente cilena, Michelle Bachelet ad annunciare in tv che i morti accertati erano almeno sei. E da quel momento il bilancio è stato via via aggiornato con le notizie arrivate a fatica dalle diverse regioni colpite. Le difficoltà nelle telecomunicazioni rendono tuttavia impossibile quantificare in maniera attendibile gli effetti dell'evento sismico. Le stime della World Agency of planetary monitoring and earthquake risk reduction (Wapmerr), citate in queste ore dai sismologi, dicono che il disastro in atto potrebbe provocare dagli 800 ai sei mila morti.
LA PRIMA SCOSSA - La prima scossa con epicentro nel Pacifico e la cui intensitè è stata di 8,8 gradi della scala Richter ha provocato onde alte 1,3 metri di altezza. In stato di allerta - anche se a scopo precauzionale - anche l'Ecuador, la Colombia, Panama e Costa Rica. La scossa è stata avvertita violenta anche nella capitale cilena, dove gli edifici hanno tremato per decine di secondi ed è saltata la corrente elettrica. Disagi e blocco delle linee telefoniche anche a Valparaiso. La popolazione delle grandi città si è riversata nelle strade in preda al panico. Le autorità cilene hanno reso noto che in seguito al terremoto risultano isolate due regioni nel sud del Paese, Biobio e Talca.
L'EPICENTRO - L'epicentro è stato localizzato 117 chilometri a nord nord-est di Concepcion e 99 chilometri a ovest sud-ovest di Talca, a una profondità di 55 chilometri. Anche il Giappone - dove venerdì si era registrata una scossa di terremoto pari a 7 gradi della scala Richter - ha messo in guardia sui rischi di tsunami in tutto il Pacifico. Inizialmente la scossa era stata misurata a 8,5 gradi dall'Istituto geologico Usa ma poi è stata leggermente ridimensionata e in seguito rivista al rialzo e 8,8. Il Cile ha il triste primato del terremoto più forte mai registrato, quello di magnitudo 9,5 del maggio 1960 che fece 1.655 morti. La città di Concepcion, una delle più antiche del Paese (fu fondata nel 1550), nel 1751 fu letteralmente cancellata dalle carte geografiche a seguito di un terremoto associato ad un violento maremoto. Concepcion vive del suo porto, di pesca e dell'industria che si è sviluppata nei sobborghi di Talcahuano e di Huachipato. Vicino alla città si trovano alcune delle principali miniere di carbone del Cile e una grande base navale. Nel cuore dell'area colpita dal terremoto, fra le città di Concepcion e Talca, si trova anche la città natale del poeta Pablo Neruda, Parral.
GLI ITALIANI IN CILE E IL RUOLO DELLA UE - La Farnesina ha avviato contatti con l'ambasciata e con le autorità locali per verificare la situazione degli italiani dopo il terremoto che ha colpito il Cile. Nel Paese sudamericano vivono 40mila connazionali se si tiene conto di chi ha il doppio passaporto, ma si stima che siano quasi 800mila i residenti con origini italiane. In tanto la Commissione Ue si è detta «pronta a fornire assistenza immediata e a coordinare gli sforzi europei se necessario». Il commissario Ue alla cooperazione e aiuti umanitari Kristalina Gheorghieva, riferisce un comunicato, non appena avuta notizia del terremoto devastante in Cile, ha attivato l'unità di crisi del centro di monitoraggio e informazione della Commissione Ue (Mic) e ha mobilitato gli esperti del dipartimento Ue per gli aiuti umanitari (Echo).
Redazione online
27 febbraio 2010
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NICARAGUA, SISMA DI MAGNITUDO 5,6. NESSUN DANNO
Avvertito sulla costa occidentale del Nicaragua
postato 1 giorno fa da APCOM
Roma, 25 feb. (Apcom) - Una scossa di terremoto di magnitudo 5,6 sulla scala Richter, ha colpito questa notte la costa occidentale del Nicaragua. Lo ha reso noto l'Usgs, il servizio geologico statunitense. L'epicentro è stato individuato a 70 chilometri a sudovest di Rivas, sul fondo dell'Oceano a circa 24 chilometri di profondità. Non si hanno notizie di vittime o danni alle cose.
CINA/ TERREMOTO MAGNITUDO 5,1 NEL SUD-OVEST, SONO 11 I FERITI
di Apcom
Secondo portavoce provincia Yunnan molte case rurali distrutte
Pechino, 25 feb. (Ap) - Si contano 11 feriti, in seguito al terremoto di magnitudo 5,1 che ha colpito oggi la provincia sud-occidentale cinese dello Yunnan. Lo riferisce l'agenzia di stampa ufficiale Xinhua. Il sisma è stato registrato alle 12.56 ora locale (le 5.56 ora italiana) nella prefettura di Chuxiong, a circa 95 chilometri a nord-ovest della capitale della provincia Kunming, ha riferito il centro nazionale per il monitoraggio dei terremoti. Per lo Usgs (U.S. Geographical Survey), l'istituto di geofisica degli Stati Uniti, il sisma ha avuto una magnitudo pari a 5. Un portavoce dell'ufficio sismologico della provincia dello Yunnan, citato da Xinhua, ha riferito che un alto numero di case rurali è stato fortemente danneggiato. Nel maggio 2008 un terremoto di 7,9 gradi sulla scala Richter colpì la provincia del Sichuan, a nord dello Yunnan, provocando 90mila tra morti e dispersi e circa 5 milioni di sfollati.
TERREMOTI: GUATEMALA, SCOSSA 5,6 RICHTER NEL NORD
(ANSA) - CITTA' DEL GUATEMALA, 23 FEB - Una scossa di terremoto di magnitudo 5,6 Richter ha colpito il Guatemala settentrionale. Lo rivela il servizio geologico Usa. Secondo i primi accertamenti non ci sono stati vittime ne' danni consistenti. Lo affermano emittenti locali che hanno contattato diversi punti del paese. Il terremoto e' stato avvertito alle 4,52 locali ed e' stato localizzato nel dipartimento di Huehuetenando, alla frontiera con lo stato messicano del Chiapas, 170 km a nordovest da Citta' del Guatemala.
TERREMOTO MAGNITUDO 4.7 COLPISCE HAITI
Port au Prince, 22-02-2010
Un sisma di magnitudo 4.7 ha colpito Haiti. L'epicentro e' stato localizzato a una profondita' di 10 chilometri
Potrebbero essere 300mila le persone uccise dal terremoto che ha colpito Haiti lo scorso 12 gennaio. Lo ha affermato il Presidente, Rene Preval, a Cancun, nel suo intervento al vertice della comunita' dei Paesi caraibici (Caricom) ha sottolineato che sono 217mila i morti accertati ma che decine di migliaia di vittime potrebbero essere ancora sepolte sotto le macerie.
MADEIRA SOTO IL FANGO 42 MORTI, 120 FERITI
Tempeste e frane, è la peggior catastrofe naturale del Portogallo negli ultimi cento anni.
Tutti salvi gli italiani. Il calciatore Ronaldo: «Sono sconvolto. Darò una mano»
[FIRMA]GIAN ANTONIO ORIGHI
MADRID
Si aggrava di ora in ora il bilancio della tempesta d’acqua che sabato ha devastato l’isola portoghese di Madeira, 900 km a Sud di Lisbona, in pieno Atlantico. Ieri sera i morti erano saliti a 42, con 120 feriti, 250 sfollati e un numero ancora indeterminato di persone scomparse. Nessuna vittima però tra il centinaio di italiani che vivono sull’isola e i pochi turisti che in questi giorni la visitavano: il consolato sull’isola li ha contattati quasi tutti, constatando che «stanno bene».
«La tempesta si è placata, il peggio è passato», commentava l’Istituto Metereólogico (Im), riconoscendo che è la peggior catastrofe naturale lusitana degli ultimi cent’anni. Una tragedia che si poteva evitare: nell’isola manca infatti un radar che, secondo il presidente di Im, avrebbe potuto dare l’allarme tre ore prima del disastro.
La situazione, nonostante gli aiuti subito spediti dal governo di Lisbona - cento poliziotti e otto cani specializzati nel ritrovamento di esseri umani - è ancora grave soprattutto a Funchal, capoluogo dell’arcipelago (oltre a Madeira, l’isola di Puerto Santo e due isolotti disabitati), devastata in appena sei ore da un bombardamento di 114 litri per metro quadrato. Le acque dei fiumi, anche per il notevole dislivello dell’isola, hanno travolto passanti, automobilisti, invaso case, spazzato via passanti. «Gli errori urbanistici si pagano cari - denunciavano ieri sul Diário de Notícias gli ambientalisti di Quercus -. La speculazione urbanistica ha strangolato il decorso dei fiumi».
Ieri continuava a piovere, per fortuna meno intensamente. Ed è cominciata la ricerca degli scomparsi, che molti temono di ritrovare sotto le auto spazzate via dai fiumi. Il segretario regionale agli Affari Sociali ha lanciato un appello invitando gli abitanti a rimanere in casa per agevolare i soccorsi. «Sono sconvolto dalla devastazione di Madeira - ha commentato il fuoriclasse del Real Madrid Cristiano Ronaldo, nativo dell’isola -. Mi associo al dolore di tutta la popolazione e sono pronto a dare una mano».
LA STAMPA 22 FEBBRAIO 2010
TERREMOTO DI MAGNITUDO 6.7 FRA RUSSIA E COREA DEL NORD
(IRIS) - ROMA, 18 FEB - Una scossa di magnitudo 6.7 ha colpito, la notte scorsa, una zona compresa fra Corea del Nord e Russia.
Il terremoto si sarebbe "abbattutto", infatti, nello specifico la città russa di Vladivostok e quella coreana di Chongjin.
Non si tratterebbe, comunque, di un inizio "tsunami". E non ci sarebbero neppure vittime o danni segnalati.
Questo quanto rende noto l'istituto americano di geofisica (USGS).
L'epicentro è stato individuato a 560 chilometri di profondità.
CARBONE RADIOATTIVO?
Secondo un' inchiesta dell'Observer l'avvelenamento da uranio riscontrato in molti bambini nel Punjab andrebbe ricollegato alle centrali a carbone della regione. La radioattività delle ceneri del carbone è pericolosa per la salute di chi vive vicino alle centrali? Un sospetto che si aggiunge alla lunga lista dei motivi per abbandonare al più presto questo combustibile sporco.
Non bastava il fatto che siano la causa principale dell’effetto serra (contribuendo per il 41% delle emissioni mondiali), né che siano la più grande fonte mondiale di inquinamento da mercurio, un altro pesante sospetto a carico delle centrali a carbone è tornato all’attenzione dei media in questi giorni: la radioattività delle ceneri dagli impianti potrebbe essere responsabile di gravi conseguenze per la salute di chi abita “all’ombra delle ciminiere”.
A sollevare la questione un’inchiesta dell’Observer che parte dalla concentrazione insolitamente alta di tumori, malformazioni e ritardi mentali in alcune zone dello stato indiano del Punjab. Quasi un’intera generazione di bambini, soprattutto attorno alle città di Athinda e Faringkot, piagata da idrocefalie, microcefalie, paralisi cerebrali, ritardi mentali, cancri e malformazioni. Un’incidenza di casi che le analisi, condotte dalla ricercatrice sudafricana Carin Smit, hanno spiegato inequivocabilmente: si tratta di avvelenamento da uranio, che nei corpi dei piccoli pazienti è stato trovato in concentrazioni fino a 60 volte il limite di sicurezza. Nelle falde acquifere della
regione, d’altra parte, questo metallo pesante radioattivo dall’emivita lunghissimo (4,5 miliardi di anni) è stato rilevato in quantità fino a circa 15 volte il limite di sicurezza stabilito
dall’Organizzazione mondiale per la sanità.
L'incertezza è da cosa derivi tale concentrazione anomala della sostanza. Tra le ipotesi quella che venga dalle armi all’uranio impoverito usate da americani e britannici in Afghanistan, trasportato
in Punjab dalle perturbazioni; o quella che derivi dalla conformazione geologica della regione: uno strato di granito radioattivo che contamina le falde più profonde. Ma l’ipotesi più credibile secondo
gli autori dell’inchiesta è un’altra: il contaminante verrebbe dalle ceneri delle tre centrali a carbone presenti nella regione. La concentrazione più alta – sottolineano - è stata rilevata proprio nelle acque accanto a un deposito di ceneri di carbone, quello di Lehra Mohabat: 59,95 grammi/litro, abbastanza da far aumentare di 153 volte il rischio di cancro della popolazione locale.
Che il carbone sia radioattivo d’altra parte non è in dubbio: assieme ad altre sostanze nocive come arsenico, mercurio e selenio, contiene uranio, torio e i prodotti del loro decadimento, radio e radon.
Elementi che nelle ceneri – che vengono in parte disperse in atmosfera, in parte raccolte in depositi (dove spesso possono contaminare le falde acquifere) e in parte miscelate in materiali per
l’edilizia - sono presenti in concentrazioni circa 10 volte più alte che nel combustibile. Come sottolineava un articolo comparso su Scientific American “una centrale a carbone disperde nell’ambiente 100 volte più radiazioni di una centrale nucleare che produca la stessa quantità di energia” (assumendo che nella centrale nucleare si stocchino e conservino per miliardi di anni le scorie a regola d’arte e senza incidenti, cosa niente affatto scontata, ndr).
Meno condivisa è invece la quantificazione del rischio sanitario che la radioattività delle centrali a carbone comporta. Molti studi
minimizzano. Secondo il Servizio geologico nazionale degli Usa (vedi documento) l’impatto sulla salute sarebbe trascurabile: chi vive a meno di un chilometro da un impianto a carbone assorbirebbe radiazioni solo dall’1 al 5% in più rispetto a quelle provenienti dall’ambiente naturale. Ma il lavoro pubblicato quest’anno da un ricercatore russo (Radiation Hazard Stemming from Coal-Fired Thermal Power Stations for Population and Production Personnel di D. A. Krylov, vedi abstarct in
pdf) mette in guardia e sottolinea come “l’attività dei radionuclidi contenuti in diversi tipi di carbone possa variare con fattore da 100 a 1000”. Ci sono cioè carboni con radioattività di 0,6 Bequerel/kg e altri con 3600.
Insomma, che le centrali a carbone siano la causa dell’avvelenamento da uranio dei bambini del Punjab, nonostante la convinzione dell’Observer (che, va detto, non cita gli studi che minimizzano il rischio), resta per ora solo un sospetto. Ma è un sospetto terribile che andrebbe al più presto verificato, mentre invece le autorità indiane, che hanno in programma una forte espansione del carbone in Punjab e in tutto il paese, racconta la testata inglese, tacciono e cercano di mettere a tacere la storia minacciando ricercatori e giornalisti.
Un sospetto che va ad aggiungersi ai molti altri motivi per fermare subito l’espansione di questa fonte sporca, aumentata del 30% a livello mondiale dal 1999 al 2006 e che crescerebbe di un altro 60% entro il 2030 se tutte le centrali attualmente in fase progettuale venissero costruite. Vanificando così ogni sforzo per ridurre le emissioni di CO2 e continuando a far pagare all'umanità intera il prezzo salato di questo combustibile in termini sanitari e ambientali: 356 miliardi di dollari nel solo 2007 la stima per difetto fatta da Greenpeace (vedi articolo Qualenergia.it “I costi nascosti del carbone”).
Giulio Meneghello
2 settembre 2009
http://www.qualenergia.it/view.php?id=1069&contenuto=Articolo
PIANETA GAIA. IL DESTINO DEL MONDO IN UN BATTITO D'ALI
Disperse, disorientate, morte a sciami interi. Api operaie, soldato ed esploratrici: un minuscolo regno matriarcale rischia ora di sparire. Il veleno dei pesticidi e tanti altri fattori minacciano questo incredibile
microcosmo e con esso il pianeta. «Non più api, non più impollinazione, non più piante, non più animali, non più uomo».
di Rachele Malavasi
I primi segni della crisi cui è andato incontro il settore apiario mondiale risalgono alla metà degli anni '80, ma solo negli ultimi tempi i governi dei paesi europei e nord-americani, dove il problema è più grave, hanno adottato alcuni provvedimenti. Secondo la rivista Science, dal 1980 le api della Gran Bretagna sono diminuite del 52%, quelle dei Paesi Bassi addirittura del 67%.
Negli Stati Uniti, solo questo inverno, sono morti cinquecentomila alveari su un totale di 2.5 milioni, determinando un calo del 30% nella produzione delle mandorle di cui gli USA sono il primo produttore mondiale. La crisi si sta espandendo anche in Brasile, Taiwan e Canada.
La situazione è ancora più grave per quanto concerne gli apoidei selvatici (come i bombi e la maggior parte delle specie di api), in quanto i loro alveari non vengono curati e ripristinati come quelli delle "api domestiche".
Negli Stati Uniti e in Canada, ad esempio, si stima che il numero delle famiglie di apoidei che si sono estinte o si estingueranno a breve si aggira tra il 30% ed il 90%.
Dati sconfortanti che confermano una catastrofe annunciata. Negli ultimi anni, infatti, gli apicoltori hanno dovuto fronteggiare i danni prodotti da interi sciami di api morte, raccolte a piene mani, mentre in altri casi centinaia di migliaia di esemplari non hanno fatto più ritorno all'alveare, letteralmente scomparsi, probabilmente a causa della perdita dell'orientamento. Tale comportamento, definito Colony Collapse Disorder (CCD), in certi casi viene trattato separatamente dalle morti di massa benché le cause attribuite ai due fenomeni siano più o meno le stesse. L'aspetto più inquietante del CCD sta nel fatto che gli alveari lasciati vuoti non vengono saccheggiati da altre colonie di api come accade di solito, ma lasciati
intoccati, come se fossero contagiosi.
Una preziosa società matriarcale
Le api (Ordine Hymenoptera, Famiglia Apidae) vivono in colonie composte da un'ape regina e da un numero tra 10.000 e 150.000 api operaie, divise fra bottinatrici, soldato, esploratrici... tutte femmine. Solo in alcuni periodi (generalmente a fine inverno), infatti, da uova non fecondate nascono i fuchi, individui di sesso maschile privi di pungiglione. Api e fuchi hanno una vita più o meno della stessa durata (30-40 giorni per le prime, 50 per i secondi), mentre l'ape regina può vivere fino a cinque anni, producendo 1500 uova al giorno.
Le uova sono protette e curate dalle operaie che, tra l'altro, si preoccupano di arieggiarle e mantenerle ad una temperatura costante: se è troppo elevata l'abbassano sbattendo velocemente le ali e provocando correnti d'aria, mentre se è troppo bassa possono accovacciarsi accanto alle uova per mantenerle calde. Dopo la schiusa, la larva viene nutrita con acqua, miele e polline se è destinata ad essere un'ape operaia, solo con
pappa reale (un derivato delle ghiandole ipofaringee delle api, composto per ben il 48% da proteine) se sarà una regina. La vita dell'alveare è intensa e interamente indirizzata alla produzione del miele, che deriva principalmente dal nettare che le api succhiano dai fiori. Le bottinatrici, al ritorno nell'alveare, rigurgitano il prezioso carico nella bocca di api operaie che lo elaborano arricchendolo di enzimi per poi passarlo ad altre operaie. Solo alla fine di una lunga catena la sostanza così faticosamente lavorata viene deposta nelle celle dell'alveare. A questo punto il calore fa evaporare l'acqua in eccesso ed il miele è pronto. Sta poi all'apicoltore saperlo estrarre, avendo cura di prelevarne solo il 10% per non mettere a rischio la
sopravvivenza delle larve.
Sotto l'aspetto nutrizionale, il miele è un prodotto molto energetico, ricco di zuccheri derivanti dal nettare, quali il glucosio (in grado di trasformarsi in energia dall'utilizzo immediato) e il fruttosio (che, invece, viene immagazzinato come riserva energetica a lungo termine).
Arnia a telaino mobile verticale del 1845. Oderzo (Treviso), Museo di apicoltura Il miele è facilmente digeribile in quanto è un prodotto preassimilato dalle api. Oltre a contenere enzimi, acidi organici, sali
minerali, vitamine e proteine, nel miele è presente anche la propoli, che le api prelevano dalle gemme delle piante e con la quale rivestono l'interno delle celle a scopo antibatterico ed antifungino.
L'uomo apprezzava le qualità del miele già nel Neolitico ed esistono prove dell'esistenza di rudimentali arnie costruite circa 8000 anni fa. Lo conoscevano bene gli Egizi che riponevano il miele fra i tesori nelle tombe
dei Faraoni e (come facevano anche i Sumeri, i Babilonesi e gli Ittiti) lo usavano quale unguento per ferite, per curare diversi malesseri e come maschera di bellezza. I Greci lo definivano "il cibo degli Dei" mentre i
Romani utilizzavano la cera d'api sia come isolante che per costruire le tavolette da scrittura e per l'illuminazione. L'uso più diffuso fra tutti i popoli era comunque quello alimentare e medico.
Perché muoiono le api?
Sebbene il fenomeno della morte e scomparsa delle api sia attribuito ad una rosa di fattori concomitanti, sembra che il principale responsabile sia rappresentato dai pesticidi sistemici ad azione neurotossica. Utilizzati fin dagli anni '80, questi pesticidi vengono assorbiti dalla pianta e trasferiti nella linfa da cui, poi, si distribuiscono a foglie, fiori, fusto e radici.
Di conseguenza, quando prelevano nettare o propoli, le api vengono gravemente intossicate; basti pensare, peraltro, che per un ettaro di terreno coltivato a girasole sono sufficienti poche decine di grammi di
pesticida e che questo resta disponibile in tracce nel terreno anche per la semina successiva. Ad aggravare la situazione, attualmente è in largo uso l'endoterapia, l'iniezione dei pesticidi direttamente nei vasi linfatici,
utilizzata per il trattamento di piante ornamentali molto diffuse quali Aceri, Querce, Pioppi, Thuja ed Olmi.
Per quanto riguarda l'azione neurotossica, ne sono responsabili i principali pesticidi di nuova generazione, i cosiddetti neonicotinoidi a base di nicotina, i cui principi attivi sono l'imidacloprid, il clothianidin, il thiamethoxan ed il fipronil. Questi principi attivi hanno effetti devastanti sulle api perché bloccano sia il GABA (acido gamma-ammino-butirrico) che l' acetilcolina, due neurotrasmettitori di importanza fondamentale il cui arresto determina, tra l'altro, la perdita di orientamento descritta dalla CCD. La presenza di tali pesticidi diventa praticamente ubiquitaria in quanto queste sostanze, oltre ad essere diffusamente impiegate nella coltivazione di colza, mais, girasole, barbabietole da zucchero e di molti altri prodotti agricoli, sono anche persistenti nell'ambiente.
Il Dossier sui neonicotinoidi 2007 dell'UNA-API (Unione Nazionale Associazione Apicoltori Italiani) riporta diverse prove che testimoniano la tossicità dei pesticidi sistemici neurotossici nei confronti delle api. La
Direttiva europea 91/141 prevede, peraltro, che per i pesticidi venga calcolato un quoziente di rischio per le api (HQ), dipendente dalla dose di sostanza applicata per ettaro e dalla tossicità acuta nei loro confronti. Un
punteggio pari a 50 HQ rende necessarie ulteriori analisi perché sussiste il forte rischio che la sostanza abbia effetto sul comportamento delle api e sullo sviluppo della colonia. I punteggi ottenuti in seguito a
somministrazione orale dei prodotti su citati ad api controllate in laboratorio variano da circa 10.000 a circa 40.000 HQ. L'EPA (Environmental Protection Agency, USA) già dal 2003 ha definito il clothianidin come un composto cronicamente tossico per le api, con effetti che spaziano dall'impossibilità di sviluppo delle larve alla ridotta capacità riproduttiva dell'ape regina.
L'Italia è al primo posto in Europa per l'utilizzo di tali pesticidi.
Miniatura tratta dalla Cinegetica di Oppiano. Venezia. Biblioteca MarcianaLa varietà ambientale e la frammentazione delle colture hanno consentito alle api italiane di ammortizzare il problema fino all'estate del 2006 allorché, a seguito dell'utilizzo massiccio del tiamethoxam (dichiarato eco-compatibile) su vaste aree viticole del Piemonte, migliaia di api sono morte improvvisamente. Le segnalazioni si sono moltiplicate nel 2007 in tutta Italia registrando un picco in aprile, dopo la semina del granturco e l'uso dei pesticidi associati, quando praticamente tutto il Nord ha visto sparire tra le 20.000 e le 40.000 api.
Nonostante ciò, l'attuale sistema legislativo sottovaluta il problema e sembra piuttosto indirizzato a muoversi in direzione opposta. Nel luglio 2006, ad esempio, l'Europa ha permesso l'utilizzo del clothianidin nei pesticidi. In una recente intervista all'agenzia Il Velino, Silvio Borrello, Direttore Generale del Dipartimento della Sicurezza degli Alimenti e della Nutrizione del Ministero della Salute, ha affermato addirittura che al dicastero «non risulta alcuna domanda di sospensione cautelativa dei neonicotinoidi e nessuna ricerca è in corso sulla moria di api. Noi non abbiamo mai ricevuto alcuno studio pubblico e privato a riguardo». Eppure,
in Francia l'uso di alcuni neonicotinoidi è stato bandito già dal 2002, mentre in Italia una richiesta in tal senso è stata inviata nel 2004 al Mipaaf (Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali) e al
Ministero della Salute senza ottenere, però, alcuna risposta. Claudio Porrini, ricercatore presso la Facoltà di Entomologia agraria all'Università di Bologna, afferma che la strategia delle aziende produttrici è proprio
quella di allungare i tempi circa le decisioni. Attualmente è in via di sospensione l'uso di uno dei pesticidi sotto accusa, ma già si sta immettendo sul mercato un nuovo prodotto dalla composizione simile. L'unica vera soluzione sarebbe quella di mettere al bando completamente questi prodotti; per salvare le api dall'intossicazione, infatti, non basta evitare di utilizzare i neonicotinoidi nei pressi degli alveari, in quanto un'ape alla ricerca di nettare e di altri nutrienti arriva a setacciare un'area nel raggio di otto chilometri.
Oltre all'utilizzo dei pesticidi, diversi scienziati ritengono che la diffusione di alcune forme di patologie e parassitosi possa rappresentare una concausa a questi decessi di api. Recentemente, un gruppo di ricercatori
americani dell'ECBC (Edgewood Chemical Biological Center) di San Francisco e dell'Università della California ha messo a punto un nuovo sistema integrato di rilevazione dei virus, l'IVDS (Integrated Virus Detection System), che ha permesso di individuare un virus ed un parassita potenzialmente all'origine
di molte morie di api.
Quasi sicuramente, l'aumento di questi fattori all'interno degli alveari è una conseguenza dell'abbassamento delle difese immunitarie dovuto proprio all'azione dei pesticidi ma, a detta di molti, anche le colture OGM hanno la loro responsabilità. Tra l'altro, da almeno vent'anni la maggior parte degli apicoltori propina alle proprie api antibiotici ed antibatterici per evitare infestazioni: mieli ricchi di questi prodotti arrivano soprattutto da Cina, Argentina, Turchia e Ucraina. L'eccesso di protezione, paradossalmente, rende le api più vulnerabili in quanto ceppi di virus e parassiti resistenti agli antibiotici diventano ancora più forti e difficili da debellare.
Si ipotizza, quindi, che le api perdano l'orientamento e siano indebolite a causa dei pesticidi e forse degli OGM, che vengano quindi attaccate da virus e parassiti e che l'alveare svuotato non sia di conseguenza ricolonizzato per evitare il rischio di infezioni. In molti casi, infatti, i sopravvissuti all'abbandono delle arnie presentavano contemporaneamente 5 o 6 infezioni virali e diverse infestazioni fungine. Il parassita più temuto dagli agricoltori è l'acaro Varroa destructor, proveniente dalla Cina. Come una zecca, si attacca sul dorso delle api (ma può anche infettare le larve) e ne succhia il sangue indebolendo drasticamente il sistema immunitario e fungendo da vettore per moltissime malattie.
Scena di apicoltura. Luxor, Tomba di Pabasa (sec.VII a. C. ca)
In effetti, la Varroa è un parassita dalle dimensioni spropositate, l'equivalente di una zecca, paragonabile per grandezza ad uno zaino appeso sulla nostra schiena.
Recentemente un apicoltore statunitense, Michael Bush, ha affermato di aver risolto i suoi problemi con la Varroa senza bisogno di utilizzare antibiotici o altre sostanze, ma solo riportando le dimensioni delle celle
delle arnie alla grandezza naturale.
Allo scopo di far nascere api giganti che producano più miele, infatti, il diametro delle celle degli alveari artificiali è di 5,4 mm contro i 4,6 mm di quelli naturali. Di conseguenza, le larve devono essere nutrite più a
lungo prima di riempire la cella e di far scattare il periodo di incubazione. Sembra così che il periodo di crescita delle larve si prolunghi a tal punto da far aumentare esponenzialmente le possibilità di infestazione
da parte della Varroa. Se questa teoria fosse vera, quindi, sarebbe addirittura la cupidigia degli apicoltori ad alimentare la crisi del settore. Per quanto concerne gli OGM (Organismi Geneticamente Modificati), il loro ruolo è ancora incerto sia nell'abbassamento delle difese immunitarie delle api, in particolare, che nella crisi in atto, in generale.
Le ricerche al riguardo - effettuate tra gli altri dal Dipartimento di Scienze Biologiche della Simon Fraser University, dalla British Columbia University e dall'Università del Queensland - hanno tutte evidenziato una
forte riduzione della presenza di api all'interno dei campi coltivati con colza OGM. Nessuno degli studi, però, parla di morte delle api né di scomparsa dalle arnie. In realtà, sembra semplicemente che i campi OGM siano meno frequentati da questi insetti perché offrono una varietà florale molto minore rispetto ai campi "normali". Le coltivazioni geneticamente modificate, infatti, contengono spesso geni resistenti agli erbicidi con cui vengono irrorati i campi, mentre nelle coltivazioni normali questi forti erbicidi non vengono utilizzati permettendo così la crescita di erbacce e fiori di campo.
Secondo questo punto di vista, i campi OGM, più che un effetto tossico svolgerebbero un effetto repellente sulle api; un risultato assolutamente da non sottovalutare in quanto oltre a rendere più difficoltoso il
procacciamento del nettare e della propoli, interi ecosistemi perderebbero il loro equilibrio a causa dello spostamento di masse di insetti e degli uccelli che se ne nutrono, con tutte le conseguenze del caso.
Un altro elemento ancora va tenuto in debita considerazione: molte piante sono state modificate introducendo il gene per le proteine Cry, estratte dal batterio del suolo Bacillus thuringiensis e che fungono da insetticida.
Sembra che le Cry possano provocare squilibri intestinali nelle api che, se anche non muoiono, diventano una facile preda per virus e funghi; un articolo pubblicato sulla rivista Science afferma, tuttavia, che le quantità di Cry cui sarebbero esposte le api non è sufficiente ad indurre gli effetti suddetti sottolineando, invece, che i neonicotinoidi possono essere una causa più ragionevole.
Comunque sia, sul ruolo svolto dagli OGM nel "caso api" ancora mancano studi a lungo termine, solo a seguito dei quali sarà possibile dire l'ultima parola.
Fra le altre cause della crisi, vanno considerati anche i cambiamenti climatici che pare possano influire sulla comunità dell'alveare, i cui bioritmi sono finemente regolati dal susseguirsi delle stagioni, anche se al
momento non vi sono prove in tal senso. Si è persino pensato ad un'influenza da parte delle onde elettromagnetiche dei cellulari e di altre fonti introdotte dall'uomo.
Un lavoro di un'équipe tedesca dell'Università di Landau ha dimostrato, infatti, l'influenza delle onde elettromagnetiche sull'orientamento delle api, ma lo studio è stato smentito da diversi esperti, tra cui Giorgio
Celli, docente presso l'Istituto di Entomologia Agraria Guido Grandi dell'Università di Bologna e coordinatore del Gruppo di Ricerca sulle Alternative ai Pesticidi in Agricoltura. Sebbene la teoria sia plausibile, una vera correlazione tra onde elettromagnetiche e disorientamento delle api non è mai stata appurata e le eventuali conseguenze, afferma Celli, non possono minimamente essere paragonate a quelle provocate dai pesticidi sistemici neurotossici o dalle infestazioni di virus e batteri.
Un problema di grandi proporzioni
Le diverse cause che concorrono alla scomparsa e morte delle api sono così radicate che sembra impossibile riuscire a farvi fronte; tuttavia una reazione è assolutamente necessaria. Solo in Italia l'apicoltura dà lavoro a
50mila persone, per un valore commerciale di circa 60 milioni di euro all'anno; il danno, se continuasse la moria delle api e l'abbandono degli alveari, non si limiterebbe però solo al tracollo di un intero settore
economico, bensì metterebbe in ginocchio il ciclo riproduttivo di milioni di piante che dipendono dalle api per l'impollinazione: meli, peri, susini, peschi, ma anche erba medica, grano, trifoglio, finocchio, aglio, girasole, soia e molte altre ancora.
In un solo giorno, infatti, un'ape può visitare circa 700 fiori e poiché ogni alveare contiene in media 30.000 operaie, una colonia può visitare più di 20 milioni di fiori quotidianamente; l'importanza delle api, ma anche dei bombi, come impollinatori diventa quindi fondamentale. Fra le piante selvatiche, ben 22.000 specie dipendono dalle api per l'impollinazione. Il National Center for Ecological Analysis and Synthesis dell'Università della California a Santa Barbara (UCSB) ha appena portato a termine uno studio, iniziato nel 1981, in cui viene dimostrato che, a causa della carenza di insetti impollinatori, numerosi hot spot di biodiversità in tutto il mondo sono in serio pericolo.
Salvare le api significa quindi evitare il collasso dell'intero Pianeta. Per citare una frase attribuita ad Albert Einstein: «Se l'ape scomparirà dalla superficie della terra, allora agli uomini rimarranno solo pochi anni di
vita. Non più api, non più impollinazione, non più piante, non più animali, non più uomo».
21 Agosto 2009 – www.terranauta.it |