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IL GRAN BAZAR DELLE ARMI TRA ITALIA E IRAN
di Leo Sisti
Il 7 dicembre 2009 Raffaele Rossi Patriarca, avvocato di Torino, ha appena raggiunto l’aeroporto di Nizza. Dalla Costa Azzurra partirà per Teheran. Missione delicata, la sua: piazzare merce militare, elicotteri e spolette per esplosivi, al regime degli ayatollah. Prima della trasferta in Francia, Rossi Patriarca aveva avuto garanzie sull’importanza di quel viaggio, direttamente da chi glielo aveva organizzato, il suo amico Nejad Hamid Masouri, ufficialmente corrispondente da Roma di una televisione iraniana, in realtà, si sospetta, agente dei servizi d’intelligence. Dal 3 marzo Rossi Patriarca e Masouri, insieme ad altre 5 persone, tra cui un altro iraniano, sono stati arrestati dalla Guardia di Finanza di Milano nell’ambito dell’“operazione Sniper” (cecchino). Pesanti le accuse nei loro confronti: associazione a delinquere, esportazione illegale di armamenti verso uno Stato sottoposto a embargo. Divieto assoluto, quindi, di fornire all’Iran materiale bellico, o anche di “dual use”, duplice uso, civile e militare. C’è di tutto nell’indagine: anche dispositivi di puntamento della tedesca Schmidt & Bender, duemila euro l’uno, in dotazione ai Nocs, ai marines e alle teste di cuoio, l’ideale per i cecchini; proiettili a carica esplosiva di produzione russa e bulgara; regolatori di tensione e altri strumenti elettronici di impiego militare; provviste di zirconio e nickel, una miscela per ordigni; paracadute per uso militare. Per aggirare l’embargo l’unico modo è “schermare” ogni acquisto con una manovra “triangolare”, dove spesso l’ultima tappa, prima che i prodotto arrivino in Iran, è Dubai. La reazione del governo iraniano alle manette per Masoumi, immediata, è aspra e violenta. Venerdì 5 marzo l’ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini, viene convocato al ministero degli Esteri per sentirsi dire che l’inchiesta milanese del pm Armando Spataro è “un’iniziativa propagandistica”. Non basta. L’ambasciatore iraniano a Roma, Mohammad Ali Hosseini, chiede subito alla Farnesina di liberare il giornalista della Tv Irib, nonché di potergli parlare. Infine, perfino un conservatore moderato come Ali Larijani, presidente del Parlamento, si scaglia contro il governo italiano che “deve rispondere del suo comportamento indecente… (del suo) piano infantile… di una messa in scena ridicola… da satira politica”. Ma, secondo le accuse è proprio Masoumi, 50 anni, dal ’93 in Italia, ex dipendente dell’Iran Air, il referente di Rossi Patriarca, avvocato d’affari. È lui che gli procura il biglietto aereo per Teheran. Ed è lui che alle 12 e 46 dell’11 novembre chiama in patria Amir Reza Hakimi, indagato, ma sfuggito all’arresto, che lo assicura: “Noi abbiamo mandato i documenti per il ministero degli Esteri, per servizio segreto”. Masoumi garantisce per Rossi Patriarca: “È un gran avvocato in Italia che ha dei grandi clienti”. Vero. È rappresentante della “Bell Helicopter UK”, di “Aviation Professional Ltd” di Torino e della “21 Invest Europe BV”, sede in Olanda.
Grazie all’intervento di Hakimi, dirigente dell’impresa “Meskin Haklgheh Eng. Co.”, fornitrice del governo iraniano e interessata all’acquisto di elicotteri, Rossi Patriarca, nei suoi cinque giorni in Iran, ha incontri con alti ufficiali dell’aeronautica, agli ordini di un generale “pluridecorato di guerra”. Offre poi in affitto l’elicottero “Eurocopter Dauphin”, ma in suoi interlocutori vorrebbero un “Super Puma”. Contatta in seguito una società svizzera, la “Eagle Helicopter” per avere, sempre in affitto, un elicottero. A fine gennaio va perfino a Oslo, sempre a caccia di elicotteri. Ma viene trattato con sospetto e non se ne fa niente. Per ovvie ragioni: paura dell’embargo. Esportare armamenti in Iran è rischioso. Ne sa qualcosa lo stesso Masoumi che si spinge un po’ troppo in là, oltre la “border line”. Se “operazione sniper” è scoppiata, è stato per causa sua. Tutto è nato nel settembre 2008 quando all’aeroporto Otopeni di Bucarest la dogana blocca un partita di 200 sistemi di puntamento “Schmidt & Bender”, quelli dei cecchini. Chi li ha importati? La ”Dynamics International” di Bucarest, società amministrata da Guglielmo Savi, titolare della “Si-rio srl”, domiciliata a Cadeo, in provincia di Piacenza. È sufficiente consultare il registro del commercio romeno per imbattersi in una notizia ghiotta: nel febbraio 2008, nell’atto costitutivo della “Dynamics”, presso l’avvocato Carmen Radu, spunta il nome del giornalista della tv iraniana. Sempre lui, Masoumi, insieme a Savi e a un altro iraniano, Adel Khobandek. Alla fine, comunque, la triangolazione di quei sofisticati prodotti militari, da Sirio-Italia a Dynamics-Romania, non è andata a buon fine. In Iran non sono mai giunti. Per questo molta curiosità suscita scoprire che in passato ottiche “Schmidt & Bender” sono state rintracciate dalle truppe inglesi durante una rivolta a Bassora, Iraq, tra il 2006 e il 2007. Da quale operazione triangolare venivano?
IL FATTO QUOTIDIANO 9 MARZO 2010
INDIA, UN RAPPORTO ONU DENUNCIA LA "SCOMPARSA" DI CENTO MILIONI DI BAMBINE E RAGAZZE IN ASIA
In Cina e India nel 2007, secondo quanto affermato dal documento, sarebbero "scomparse" 85 milioni di donne
Nel giorno della Festa delle donne, l'Undp, il programma Onu per lo sviluppo, ha reso noto un rapporto in cui si afferma che nel 2007 in Asia sono "scomparse" quasi 100 milioni di bambine e ragazze. Le donne "scomparse" sarebbero state vittime di trattamenti discriminatori in materia sanitaria e di alimentazione o uccise prima della nascita. Il dato riguarda sette Paesi, ma ben 85 milioni di casi riguarderebbero solo India e Cina.
Il rapporto è stato presentato dalla numero uno dell'Undp, Helen Clark, che evidenzia un preoccupante aumento delle stragi, nonostante i progressi economici in quelle aree negli ultimi anni. Progressi che, a dire degli esperti Onu, potrebbero essere ancora maggiori se il mondo femminile fosse più attivo nella vita lavorativa dei Paesi. Secondo quanto si afferma nel documento "Il Pil dell'India potrebbe aumentare dal 2 al 4% se si aumentasse il tasso di occupazione femminile al 70 percento come avviene in molte nazioni sviluppate".
Nella regione dell'Asia-Pacifico, si attesta uno dei più bassi livelli di presenza femminile nel mondo del lavoro, nella politica e nella proprietà immobiliare. Meno del 35% delle donne in India e in Pakistan sono retribuite per il loro lavoro.
8 marzo 2010 – Peace Reporter
BAGHDAD, DIETRO LE URNE UN’ONDA DI DOLLARI E AFFARI
Nel corso del 2009 sono affluiti 2,52 miliardi di dollari. Altri 3,6 arriveranno dal Fmi
Violenza e divisioni settarie sono solo una parte della realtà
La vera novità è l’interesse degli investitori internazionali
LUCIA ANNUNZIATA
BAGHDAD
Quanto vale l’Iraq? Quanti investimenti, quante società, quante banche può attrarre oggi?
E quanti finanziamenti pubblici e privati, proprio oggi, alla vigilia delle sue seconde elezioni dopo l’invasione anglo americana del 2003? Per capire l’appuntamento elettorale iracheno di domani, rispondere a questa domanda è forse più utile che parlare della violenza - pur rilevantissima - che ancora una volta accompagna le elezioni.
Se guardiamo infatti solo al giorno per giorno dell’attesa dell’apertura delle urne, molto poco sembra cambiato nel panorama iracheno. Nel 2005, alle prime elezioni dopo la guerra, ci si trovò di fronte a un paese spezzato in tre parti in cui la componente sunnita, penalizzata dalla sconfitta da parte americana di Saddam Hussein, dichiarò il boicottaggio del voto, con conseguente minaccia contro chi vi avrebbe partecipato. La partecipazione del 58 per cento della popolazione alle elezioni, nonostante il clima di violenza diffuso, sancì l’appoggio di una maggioranza alla guerra contro Saddam, e la definizione, anche parlamentare, della divisione del paese secondo le linee etnico-religiose, con sciiti e curdi da un lato, e sunniti dall’altro. Linee approssimative, perché in Iraq gli sciiti non sono una unica forza, anzi; e i sunniti non possono tutti essere considerati nostalgici di Saddam. Approssimative anche in termini religiosi: la componente curda non rientrerebbe infatti in queste linee, così come non vi sarebbero inclusi né i cristiani, nè i pur rilevanti laici.
Alla vigilia elettorale di questo 2010, queste interpretazioni vengono riproposte, in maniera piuttosto acritica: il valore del prossimo voto ci viene spiegato infatti ancora come un test delle relazioni religiose-etniche in Iraq. E le violenze che già si sono scatenate nei seggi, il richiamo dell’esercito Usa a protezione dei votanti, sembrano confermare questo quadro.
Tuttavia, sotto il panorama di sempre, ci sono molte novità. Per capirle, occorre, come si diceva all’inizio, distogliere l’attenzione per un momento dalle urne, e consultare i dati economici. Il più grande cambiamento finora avvenuto nell’ex paese di Saddam, è infatti descritto nel rapporto del 25 gennaio 2010 di fDi Markets, un servizio di monitoraggio degli investimenti del Financial Times, che ha dedicato la sua copertina per la prima volta all’Iraq definendolo fortemente attraente per gli investitori: nel 2009 vi sono affluiti 2.52 miliardi di dollari. «Il paese rimane ad alto rischio» scrive fDi Markets, «ma la tendenza è quella di un generale miglioramento». Rilevante di questa cifra è che non riguarda il settore petrolio, che ha già attratto investimenti talmente ingenti da costituire capitolo a parte. Interessante è che anche al netto del petrolio l’Iraq ha cominciato a generare un impressionante flusso di denaro.
A indicare il nuovo clima è stato un summit sugli investimenti, avvenuto a Washington, in ottobre, dove si è presentato il primo ministro Nouri al Maliki, accompagnato da quasi tutti i membri del suo gabinetto e dai capi delle commissioni investimento di tutte le province irachena. Gli iracheni hanno portato a Washington 750 progetti in 12 settori, e li hanno ascoltati almeno un migliaio di potenziali investitori, fra cui società come BAE Systems, Boeing, Honeywell e Motorola.
Questo incontro, come altri, è ampiamente sostenuto dall’attivismo della Recostruction Task force del Dipartimento di Stato che regolarmente pubblica rapporti sullo sviluppo iracheno. Nel febbraio del 2009, sotto il titolo «Investment Climate Statement - Iraq», il rapporto conferma 2 miliardi di dollari di investimenti nel 2008, specificando una seconda cifra che serve bene a capire un quadro più ampio: nello stesso 2008 l’investimento totale nella regione è stato di 15 miliardi di dollari.
Lo stesso quadro legislativo iracheno si sta adeguando: ad esempio, di recente è stata approvata la liberalizzazione del titolo alla terra. Cioe, investitori stranieri con interessi nel «real estate» e costruzioni possono comprare direttamente terreni, laddove finora avevano sempre bisogno di un partner iracheno. In un paese in cui la titolarità del territorio è una questione politicamente molto scottante, questa liberalizzazione non è di poco conto.
Bisogna infine citare che il Fondo monetario ha appena dato via libera a un superprestito all’Iraq di 3,6 miliardi di dollari. Sostegno destinato alle infrastrutture.
Il paese esce da tre decenni di guerre - la prima è infatti quella degli anni ottanta con l’Iran. È un paese che nella sua estrema distruzione equivale a una Bengodi della ricostruzione. È vero che fino ad oggi la Banca Mondiale colloca l’Iraq al 152esimo posto su 181 nazioni per capacità produttive e industriali: ma il dato negativo è anche la misura di quanto vertiginosa può essere la sua scalata alla ricchezza.
Insomma, l’Iraq si trova oggi un po’ nelle stesse condizioni del dopoguerra europeo davanti al piano Marshall. E come allora in Europa, niente come un forte afflusso di denaro può dar forma alla politica. Quella irachena, mostra infatti già i segni di aver ben capito cosa sta maneggiando. Dietro il permanere di bombe e atti di violenza, una sorta di classe dirigente sta emergendo, la capacità di programmare un percorso si sta affermando - nonostante il permanere di divisioni.
Se si guarda alle elezioni con queste diverse lenti, si vedranno così emergere alcune novità rispetto al 2005. La prima è che i sunniti che nel 2005 boicottarono il voto, oggi partecipano all’appuntamento elettorale, e con convinzione. Il sunnita Allawi è uno dei grandi protagonisti di questa competizione, e il principale sfidante del primo ministro Al Maliki, sciita. La determinazione dei sunniti a partecipare è ben raccontata da uno dei più rilevanti incidenti politici di queste settimane: richiamandosi alla legge voluta dagli Usa dopo la guerra che chiede la de-baathizzazione del paese, Al Maliki ha escluso dalle liste molti sunniti. Il colpo di mano ha suscitato grande tensione, ma i sunniti non si sono ripiegati sul boicottaggio.
Altra grande novità elettorale, è che le liste principali sono «miste», aperte cioè a tutte le componenti religiose ed etniche, con cristiani, sunniti, sciiti e laici insieme. Una evidente indicazione che l’establishment guarda a un superamento delle divisioni al di là degli accordi elettorali fra gruppi.
Vedremo. Domani andranno alle urne 19 milioni di iracheni, su una popolazione di 30 milioni di abitanti. Voteranno in 10mila seggi, per scegliere, su 6200 candidati, 325 parlamentari. Fra loro ci sono moltissimi estremisti, teste calde, fanatici religiosi. Ma segni di evoluzioni del paese, sono innegabili.
LA STAMPA 6 MARZO 2010
LA RIVOLUZIONE DELLA MEMORIA / L’AQUILA DENUNCIA: “SENZA GIUSTIZIA NON C’È LEGALITÀ”
LA RIVOLUZIONE DELLA MEMORIA
di Lorenzo Baldo - 7 marzo 2010
L'Aquila. Il freddo che ti penetra fin dentro le ossa non dà tregua. Ma è il gelo che scende nell'anima quello che non lascia scampo. I militari presidiano una città violentata ripetutamente dal sisma e dall'uomo. Osservano attenti le centinaia di persone venute da tutta Italia al Presidio della Memoria. Più di mille diranno le stime. Le mura dei palazzi sventrati fanno da cornice a questa marcia silenziosa. Tante fiaccole illuminano vie spettrali. Dalle finestre aperte degli ultimi piani si intravede qualche tenda sospinta dal vento. Ma sono i volti quelli che non dimentichi. Soprattutto volti di madri con le foto dei figli morti appese al collo. Una via crucis dove il Cristo è rappresentato da tutti questi martiri, in quei volti felici di ragazzi e ragazze, di uomini, donne e bambini che sorridono nelle fotografie. Il dolore delle madri è un pugno nello stomaco. La dignità di queste donne è pari alla loro sete di giustizia. Poi però davanti alla Casa dello Studente le lacrime hanno il sopravvento. E rabbia, tanta rabbia. Il fiume di persone raggiunge il piazzale Collemaggio. L'impatto visivo è impressionante. I familiari delle vittime delle tante stragi impunite e dimenticate del nostro Paese si stringono tra loro. Quelle stesse foto che hanno sfilato per le vie de l'Aquila ora sono tutte vicine. In una condivisione del dolore che è palpabile nell'aria gelida della sera. Sullo schermo posto al centro del palco appare una scritta illuminata da un videoproiettore: “La memoria è quanto di più rivoluzionario possa esistere. Senza memoria non c'è passato. Non c'è presente. Non c'è futuro né giustizia”. I familiari si guardano attorno. La presenza di tanta gente riesce a infondere in loro un senso di protezione. Ma che Paese è questo che obbliga chi ha perduto un proprio caro a dover manifestare per avere giustizia? Come si può definire civile uno Stato che difende governanti corrotti che con le leggi ad personam impediranno di rendere giustizia a questa gente? E' come ammazzarli due volte. I parenti delle vittime sbeffeggiati da celebrazioni sulla “ricostruzione” che nulla hanno di vero. La rabbia sale. La percepisci negli sguardi di chi è di fronte al palco. Dolore, rabbia, disillusione, rassegnazione e poi ancora rabbia, grande dignità e tanta, tantissima sete di giustizia. Un grido di dolore sale alto quando parte il video sulla tragedia di Viareggio (Il 30 giugno 2009 un treno merci carico di gpl deraglia e causa un'esplosione nei pressi della stazione di Viareggio, alla fine si conteranno 32 morti ndr). Una donna rivive quei momenti e in uno slancio inaspettato abbraccia piangendo la giornalista che le stava porgendo un fazzolettino di carta. Le madri dei ragazzi della Casa dello Studente la sostengono con lo sguardo fin quando si calma. Sul palco c'è Antonietta Centofanti, la zia di una delle otto vittime, Davide Centofanti. Antonietta spiega con fermezza la scelta di chi come lei non ha voluto dare al lutto una connotazione soltanto privata “per fare in modo di usarlo come un grimaldello, per cercare di capire cosa è accaduto e cercare di avere giustizia”. “Noi siamo convinti che ciò che è accaduto – continua Antonietta dal palco – si poteva evitare, che ciò che è accaduto va imputato alla mancanza di responsabilità, alla cattiva costruzione, ad una cultura che è ormai dilagante nel nostro Paese e che riguarda una cattiva gestione dei territori, dei posti di lavori, della Cosa Pubblica”. Il suo appello non fa sconti per nessuno: “L'Italia è un Paese che scava per recuperare i cadaveri dei suoi ragazzi. L'Italia è un Paese che potrebbe segnare le sue tragedie nel calendario, le conosce prima, le lascia accadere, le aspetta: terremoti, alluvioni, frane, crolli, morti sul lavoro... sono scene che si ripetono e nessuno ne conserva memoria!”. “Poi arrivano i vigili del fuoco che scavano – prosegue la zia di Davide Centofanti – che cercano battiti di vita e raccolgono corpi straziati. E' accaduto a l'Aquila dove la natura per mesi ha lanciato il suo grido di allarme, allarme ignorato dagli uomini della Commissione Grandi Rischi, dove uno studio indicava edifici pubblici e scolastici esposti a gravi rischi in caso di terremoti. Quegli edifici che poi sono crollati. E' accaduto a Giampilieri dove la montagna già nel 2007 veniva giù a fette. E' accaduto a Favara, a Viareggio, nelle fabbriche, nella ThyssenKrupp. E accaduto in tanti altri casi e il dolore, il lutto, la devastazione, sono divenuti spesso occasione di lucro come testimonia l'agghiacciante intercettazione di due 'squali', due imprenditori che nella notte del 6 aprile 2009 ridevano mentre l'Aquila crollava e seppelliva sotto le sue macerie 308 persone e il futuro, quello di 53 giovani universitari e di 20 bambini”. Le persone presenti emanano un sentimento che disorienta e mette spalle al muro qualunque persona al di fuori da un simile “vissuto”.
“L'Italia è un Paese che salva le grandi imprese – scandisce Antonietta mentre guarda in fondo alla piazza gremita – lascia morire gli operai e ipocritamente usa il termine 'morti bianche', mentre in realtà si tratta di omicidi sul lavoro! L'Italia è un Paese che lascia soli coloro che lottano contro la mafia: magistrati e cittadini. Stiamo assistendo in questi mesi ad un nuovo assalto da parte del Governo ai principi di legalità e di giustizia. Ancora una volta il potere politico viene usato per tutelare posizioni processuali ad personam. Un esempio per tutti è il disegno di legge sul processo breve, se venisse approvata questa norma molti processi verrebbero falcidiati con il risultato che resterebbero impuniti i colpevoli, e coloro che sono stati colpiti da lutti strazianti e incalcolabili non avranno più giustizia! Per questo abbiamo chiesto a tutti coloro che nel nostro Paese hanno a cuore la giustizia di mobilitarsi e di essere al nostro fianco e al fianco di tutte le vittime affinché venga scongiurata quella che l'associazione nazionale magistrati ha definito 'una tragedia per il mondo del diritto.” “Questa manifestazione – conclude – rappresenta per noi un primo momento di aggregazione, ce ne dovranno essere molti altri, e dovremo essere tutti a Roma nel momento in cui si discuterà di processo breve perché dopo le elezioni questo discorso verrà inevitabilmente riaperto. Tutti dovremo presidiare Montecitorio. Tutti. Perché di illegalità si muore! Noi abbiamo l'abitudine il 6 di ogni mese di fare il Presidio della memoria con le fiaccole. Questa volta siamo tantissimi, in questi mesi siamo stati spesso da soli... speriamo che questo messaggio sia passato e che si comprenda che questi morti, qui come altrove, ci riguardano tutti!”.
E' il momento della lettura dei 308 nomi delle vittime del terremoto del 6 aprile da parte di alcune ragazze che si intervallano. Gli altoparlanti amplificano i loro nomi: Alena Airulai, Carmine Alessandri, Silvana Alloggia... Un applauso liberatorio accompagna l'ultimo nome. Sul palco Stefano Corradino di Articolo21 introduce gli interventi successivi. E' la volta di un padre che ha perso la figlia di 6 anni nel crollo della scuola elementare di San Giuliano di Puglia il 31 ottobre del 2002. Dignità e compostezza nelle parole di quest'uomo unite sempre dalla sete di giustizia. L'uomo ringrazia i vigili del fuoco “perché sono gli unici che nel silenzio del loro lavoro ti aiutano, sono quelli che non chiedono medaglie, ma che vivono di un misero stipendio, sono quelli che piangono insieme a noi, non sono quelli che ridono la notte perché quel terremoto diventi un affare...”. “Quando subisci un dramma così – spiega lentamente – resti solo, non hai le istituzioni che oggi si affannano a difender chi gioiva quella sera. Nessuno ti dà una mano per cercare di dare delle risposte a tua figlia, per cercare di avere una briciola di verità e giustizia... Devi lottare contro gli interessi, da solo. Ed è la cosa più triste quando si spengono i riflettori, resti da solo, tu, il tuo dramma, la tua famiglia che non riesce più a vivere...”. “Siamo andati avanti con forza e con coraggio perché avevamo giurato ai nostri figli, gli avevamo fatto una promessa, l'unica che potevamo fargli, giurando su quelle 27 bare bianche, di andare fino in fondo, di dargli tutto quello che potevamo dare: verità e giustizia. In questo Paese sono troppe le stragi impunite perché “gli amici degli amici” sono infiltrati dappertutto. Riprendiamoci l'Aquila... l'Aquila è vostra, è nostra, l'Aquila è degli italiani! Facciamo in modo che non finisca nel dimenticatoio, perché questa sarebbe la cosa più drammatica...”. Le persone lo applaudono con convinzione e mentre scende dal palco si abbraccia con Antonietta Centofanti sussurrandole: “non mollate...”. Le parole di Grazia Malatesta, mamma di Davide Centofanti, scuotono ulteriormente i presenti. La forza di questa donna va oltre se stessa, oltre il suo fisico esile segnato dal dolore. “Dopo la morte di Davide – inizia Grazia leggendo un foglio – ho trascorso tantissimo tempo a chiedermi che senso dovevo dare a tutto questo; se nulla avviene per caso, il dolore non può essere fine a se stesso, dove dovevo cercare un senso, una ragione a tanta sofferenza? Per mesi sono rimasta senza risposte e con tanta rabbia, poi piano piano si è aperto uno spiraglio... era la mia coscienza, era lì che dovevo cercare il senso, dovevo risvegliarla, liberarla dalle catene che la tenevano prigioniera, ri-ossigenarla”. “E allora mi sono detta: se il sacrificio dei nostri morti non riuscirà a scalfire la nostra indifferenza, la nostra stupidità, la nostra grettezza, la nostra miope ignoranza, i nostri personalismi... allora non basterà un processo breve a vanificare il loro sacrificio e il nostro dolore, li avremo resi inutili tutti noi! Ed è così che ora la mia coscienza sta riaffiorando e percorrendo il suo nuovo cammino. Oggi questa massiccia presenza mi riempie il cuore di gratitudine, se siete qui è perché questa sensibilità è già dentro di voi per cui mi rivolgo soprattutto a coloro che non sono venuti non perché non hanno potuto, ma perché non hanno voluto, e a tutti i ragazzi che sono presenti oggi dico: siate presenti sempre quando c'è da difendere la giustizia! Non abbiate paura, la democrazia senza la giustizia non può esistere, è solo caos! Voi siete la parte sana di questo Paese che noi adulti purtroppo vi abbiamo consegnato molto malridotto. Ma voi siete la forza rigeneratrice, il futuro, la speranza. Un mondo migliore, una vita migliore, la felicità sono un vostro diritto, difendetelo coraggiosamente! Non cercate scorciatoie, le cerca solo chi non ha a cuore un mondo migliore”. “La vostra vita sarà attraversata da periodi di gioia e da periodi di dolore, godete appieno delle gioie, ma non abbiate paura del dolore. E' nel dolore che si schiuderanno i vostri cuori, si risveglieranno le vostre coscienze”. In quel momento la voce di Grazia si incrina è sul punto di cedere, ma prende fiato e risale la china: “Si risveglieranno le vostre coscienze e ritroverete voi stessi, sarà un cammino faticoso, ma non arrendetevi, di fronte ad ogni ingiustizia ribellatevi e se sarete in tanti il cammino sarà più agevole. Come diceva il nostro caro Kant: 'Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me' è questo il cammino non c'è altra strada”. Gli occhi di questa donna reggono l'emozione quando ricorda il figlio: “Davide era un ragazzo semplice con tanti problemi come i ragazzi della sua età, ma con un grande senso della giustizia ed una spiccata sensibilità. Una volta aveva visto un video su internet molto duro sul maltrattamento degli animali, rimase shoccato e mi disse 'mamma se l'uomo è capace di tanta crudeltà non voglio più appartenere a questa umanità', mi intenerì tantissimo ma purtroppo mai parole furono più profetiche. E allora impegniamoci tutti a migliorare questa umanità, rendiamo giustizia a questi morti con il coraggio del cambiamento, rinnoviamo le nostre coscienze. Grazie a tutti da parte mia e del mio Davide...”. L'emozione si impadronisce di molti presenti così come per tutti gli interventi successivi intervallati da video e testimonianze di familiari di vittime. Ci sono anche Lilly Centofanti, sorella di Davide, insieme ad Antonio Mancini: sono loro che hanno chiamato a l'Aquila il popolo delle agende rosse di Salvatore Borsellino. Una chiamata ad unire le forze. E poi ancora tante testimonianze, storie di ingiustizia e di reati impuniti. Il quadro che ne esce fuori è sempre più sconfortante. Quello di un Paese dalla democrazia bloccata, alla mercé del governante di turno preoccupato unicamente di salvare se stesso dalle aule di giustizia. Ma è anche un Paese senza memoria che si ostina a non voler fare i conti con il proprio passato e che si condanna a dover rivivere stragi e tragedie. Sul maxischermo compare Salvatore Borsellino collegato via skype. Problemi di salute gli hanno impedito di poter venire di persona, ma la sua voce tocca come sempre l'animo di tutti i presenti. Salvatore si unisce con forza alla richiesta di giustizia degli aquilani e dei familiari di tutte le stragi impunite. Il suo grido echeggia in una piazza dove centinaia di fiammelle continuano a brillare nell'oscurità. Ed è un grido di denuncia per chi ha costruito case franate come castelli di sabbia. Un grido contro il solito “stuolo di avvoltoi” pronto a venire a l'Aquila nelle vesti di politicanti in cerca di passerelle.
“Noi non accetteremo i processi brevi... noi continueremo fino all'ultimo respiro a lottare per la verità e per la giustizia! Noi faremo la scorta ai magistrati onesti perché la verità venga alla luce e la giustizia trionfi. Le agende rosse resisteranno un minuto in più del regime e il nostro grido sarà sempre lo stesso: Resistenza! Resistenza! Resistenza!”.
Scende la notte su questa città teatro di un'ennesima tragedia annunciata. La paura che anche su l'Aquila l'oblio prenda il sopravvento sulla risposta di giustizia si staglia nell'aria. Un timore contro il quale si oppongono con ogni forza i familiari delle vittime di tutte le stragi, uniti da un comune dolore. A tutti noi l'obbligo morale di unirci in questa lotta contro il tempo. Un obbligo morale che ci impone di pretendere giustizia per ognuna di queste vittime. Prima che la notte avvolga completamente il nostro futuro.
Galleria fotografica della manifestazione: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/25944/78/
L’AQUILA DENUNCIA: “SENZA GIUSTIZIA NON C’È LEGALITÀ”
di Silvia Cordella – 7 marzo 2010
Più di mille fiaccole accese ieri nel “presidio della memoria” hanno illuminato in un composto e partecipato silenzio il centro storico dell’Aquila, in un’atmosfera di commovente solidarietà, a undici mesi dal terremoto del 6 aprile 2009. Da quel giorno, ogni 6 del mese, i genitori dei ragazzi morti sotto le macerie della Casa dello studente si raccolgono in preghiera partecipando a una rituale marcia per le vie devastate della città dove, ancora oggi, si respira forte il senso di solitudine e di desolazione provocato dal sisma.
Una tragedia che ha riunito nella fredda giornata di ieri i familiari delle vittime aquilane, quelle del disastro di Viareggio, i genitori dei 27 bambini morti sotto il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia, il comitato dei parenti delle vittime di Giampilieri, quello nato dopo la tragedia della ThissenKrupp, in cui morirono nel rogo della linea 5 dell’acciaieria 7 operai e il popolo delle agende rosse di Salvatore Borsellino, intervenuto con un collegamento via internet non potendo essere presente per motivi di salute. Tutte associazioni che si sono unite in un'unica voce per chiedere verità e giustizia a uno Stato troppo spesso colpevole di negligente indifferenza e silente accondiscendenza. Il terremoto ha provocato una lacerazione non solo geofisica ma anche e soprattutto umana. Per questo dopo le prossime elezioni lo stesso movimento si è già dato appuntamento a Roma per manifestare contro il Processo Breve. Il disegno di legge pensato per togliere dalla “graticola” i guai giudiziari di un uomo solo a svantaggio di tanti processi per abuso, malaffare e inadempienze, a cominciare da quello per il disastro del 6 aprile 2009, che non vedrebbero più giustizia.
“Ad oggi infatti – ha detto Daniela Rombi, mamma di Emanuela, la ragazza morta nell’incidente del treno di Viareggio (il cui corpo era ustionato per il 98%) - nella strage ci sono state 32 vittime ma ancora nessun indagato. Eppure a protezione delle case non vi era il muro di cinta e ci siamo più volte sentiti rispondere che le Ferrovie italiane sono le migliori e più sicure d’Europa”. È arrivato il tempo in cui le istituzioni diano un segnale di forte discontinuità da quell’intricato e perverso sistema di potere che ha permesso il verificarsi di gravi e imperdonabili inottemperanze. Infatti dopo che vari studi ufficiali ripetutamente realizzati dal 1995 fino all’anno scorso avevano dato per certo che un grosso terremoto avrebbe colpito L’Aquila entro il 2015, classificando la zona con allarme uno, non si è fatto niente. Con assoluta noncuranza rispetto allo sciame sismico che preannunciava la tragedia, la popolazione non è stata avvertita e il geologo Giuliani è stato tacciato di catastrofismo e allora, si domanda il padre di un ragazzo morto sotto le macerie, “a che cosa serve la protezione civile?” Non si critica il lavoro di assistenza dei vigili del fuoco che qui, al contrario, sono ritenuti degli eroi senza medaglia ma si fa il punto di una situazione che poteva essere evitata con un po’ di buonsenso, efficienza e soprattutto di volontà. Invece ora L’Aquila piange i suoi morti in una città spettrale che vive costantemente il trauma di quella notte in un presente sospeso a cui sono state sradicate le radici, mentre emergono gli stralci di una intercettazione telefonica dell’inchiesta sui grandi appalti in cui due imprenditori ridono compiaciuti al pensiero di fare nuovi affari dopo il sisma. E' di fronte a tali conversazioni che lo sgomento e la sofferenza umana dei tanti genitori si sono trasformati ancora di più in sete di verità. Per questo non fermeranno la loro lotta contro quei politici e imprenditori che hanno avuto a vario modo delle responsabilità in queste gravissime tragedie. “Senza giustizia non ci può essere legalità”. Un concetto che hanno ribadito in molti, anche chi come la mamma di Davide Centofanti dal palco ha detto che per affrontare il dolore ha dovuto ricorrere al segreto della coscienza che da troppo tempo era addormentata nel perbenismo di una vita vissuta con indifferenza. Oggi la morte di Davide, come di tutti quei ragazzi, è un richiamo alla partecipazione diretta e attiva contro quel fenomeno che Paolo Borsellino contrastò fino alla morte, che si chiama corruzione. Una delle malattie principali del nostro sistema politico e “democratico” che grazie al compromesso morale, alla contiguità e quindi alla complicità fagocita tutto ciò che di sano e onesto resta di questo Paese, inquinando e uccidendo il fresco profumo di libertà che apparteneva proprio a quelle giovani vite spezzate sotto i calcinaci di una scuola, nel rogo della propria casa o negli alloggi di una università oramai devastata.
Galleria fotografica della manifestazione: http://www.antimafiaduemila.com/content/view/25944/78/
LE FERITE DELL'IRLANDA. ORA PARLANO LE VITTIME
Viaggio nel Paese cattolico sconvolto dallo scandalo: migliaia di adolescenti violentati da religiosi.
ENRICO FRANCESCHINI / DUBLINO dal nostro inviato
Era una bambina di otto anni, quando la strapparono dalle braccia della madre, giudicata incapace di provvedere ai suoi bisogni, e la rinchiusero in orfanotrofio. «Ho vissuto prigioniera di un incubo fino alla maggiore età», ricorda Kathleen O´Sullivan, una delle vittime delle violenze e degli abusi sessuali perpetrati per decenni nelle scuole, nei riformatori, nelle parrocchie di tutta l´Irlanda. «Le suore ci affamavano, mangiavo la carne, una salsiccia, soltanto a Natale, e ricevevo un uovo sodo per Pasqua. Ma questo era il meno. Ci picchiavano per un nonnulla. Ci seviziavano fisicamente e psicologicamente. Facevo la pipì a letto dalla paura tutte le notti, e loro per punizione mi costringevano a sfilare nuda per la camerata con in testa le lenzuola bagnate di urina. Era un sistema sadico, satanico. I giornali hanno scritto che è stato il nostro Olocausto».
Nell´Ulster sotto shock per il dossier che svela l´orrore subito da migliaia di adolescenti in 216 riformatori e istituti religiosi tra il 1914 e il 2000. Uno scandalo che coinvolge preti, suore e vescovi che sapevano e non denunciarono. Adesso i testimoni accusano: "È il nostro Olocausto"
«Ma se è così, aspettiamo ancora la Norimberga che faccia piena luce e giustizia su quel mostruoso abominio». Luce e giustizia dovevano venire con l´inchiesta ordinata dal governo, durata dieci anni e conclusa nel maggio scorso da un voluminoso rapporto. Cinquemila pagine di testimonianze e indagini sull´attività di 216 istituti gestiti da preti, frati, suore, dai quali tra il 1914 e il 2000 sono passati 35 mila minorenni. La pubblicazione ha sconvolto l´Isola di Smeraldo. Il 90 per cento dei testimoni hanno riportato di avere subito violenze fisiche. La metà hanno raccontato di avere sofferto abusi sessuali. Molti erano orfani. Altri, come Kathleen O´Sullivan, venivano strappati a famiglie povere senza alcuna ragione, per essere trasformati in schiavi del lavoro. Malnutrizione, percosse, terrore e stupri erano il loro pane quotidiano. Tra gli irlandesi, lo shock è stato immenso. E´ perfino diminuito, secondo le statistiche, il numero dei fedeli a messa. Molta gente ha perso la fede: nella Chiesa, nello Stato, nel prossimo. L´Irlanda si è guardata allo specchio, e quel che ha visto l´ha fatta rabbrividire.
Eppure, a sei mesi di distanza dalla pubblicazione, si moltiplicano le accuse secondo cui il rapporto è stato una «copertura», un «insabbiamento» o «solo la punta dell´iceberg», come sostiene Kathleen, una delle poche vittime che è riuscita a ricostruirsi un´esistenza: oggi fa il giudice di pace e ha scritto un libro, "Childhood interrupted" (Infanzia interrotta), sulla tragedia vissuta da lei e da migliaia di suoi compatrioti. Il processo di riparazione e di espiazione, affermano le associazioni formate dai "superstiti", è stato sommario, sbrigativo, riduttivo. Per cominciare, il rapporto non fa nomi, né delle vittime, e questo è in parte comprensibile, né dei carnefici – a meno che non siano già stati condannati in sede giudiziaria, e questo protegge decine o centinaia di individui non solo dalla giustizia penale ma dall´essere almeno identificati in pubblico. «Due delle suore che mi hanno torturato per anni sono ancora vive, libere», dice la signora O´Sullivan, «io vorrei ritrovarmi con loro in un´aula di tribunale, guardarle in faccia, sentire cosa rispondono alle accuse, e non è possibile». In secondo luogo, soltanto una parte delle vittime sono state rintracciate e interrogate: «Nessuno ha interrogato me, e chissà quante altre non sono state ascoltate», accusa Kathleen. E inoltre, per effetto di un accordo con i Christian Brothers, la più vasta associazione religiosa nazionale, è soprattutto lo stato, non la Chiesa, a pagare risarcimenti alle vittime che fanno causa, 12 mila delle quali hanno finora ricevuto compensazioni per un totale di un miliardo di euro. La Chiesa irlandese se l´è cavata con un indennizzo una tantum di 34 milioni di euro e l´accordo la mette al sicuro da ulteriori rivendicazioni legali.
Se non in denaro, la Chiesa ha pagato in mortificazioni. Un cardinale irlandese è andato in pensione in anticipo. Quattro vescovi, su pressioni del Vaticano, sono stati costretti a dimettersi. Un pugno di sacerdoti sono finiti in prigione. Uno si è suicidato. E a Roma Benedetto XVI ha chiesto che siano prese misure per impedire che "accadano di nuovo simili abusi». Ma è abbastanza? Non per le vittime. Il rapporto rivela che l´Archiodiocesi di Dublino ha «ossessivamente» nascosto gli abusi per almeno trent´anni. Tredici vescovi erano a conoscenza delle violenze e non le denunciarono. Un prete ammise di avere abusato sessualmente di oltre cento bambini, e non venne rimosso dall´incarico. Un altro confessò di avere abusato sessualmente di un bambino alla settimana per venticinque anni, e non perse il posto. «Non ci sono stati arresti o dimissioni di massa, né trai religiosi, né tra le autorità che ne sono diventate complici, coprendone i crimini», dice Kathleen O´Sullivan. La commissione d´inchiesta è stata creata sull´onda dello scandalo suscitato da un coraggioso documentario televisivo che rivelò per la prima volta cosa si nascondeva dietro le mura di chiese e conventi, accusano le associazioni delle vittime, ma lo scopo era «voltare pagina, chiudere il doloroso capitolo, se non insabbiare». Dice ancora Kathleen nel suo j´accuse senza più lacrime da spargere: «Il primo presidente della commissione si è dimesso dopo tre anni affermando che non aveva libertà di manovra, insomma che non poteva lavorare. Il presidente che ne ha preso il posto era un giudice legato all´establishment religioso. Il risultato si vede».
Beninteso, le cinquemila pagine del rapporto non sorvolano su quello che accadeva dentro le «case degli orrori», come le definiscono le vittime. I giornali ne hanno finora riassunto il contenuto ed è bastato per farli sommergere di lettere che dicono: «Mi vergogno di essere irlandese». Non è una lettura facile, ma bisogna farla, per cercare di capire. E´ come se da quegli edifici adornati dal crocefisso su cui è morto il Signore, da quelle case di Dio in cui vigeva, per gran parte della giornata, la regola del silenzio, tutto a un tratto fuoriuscissero le urla disperate di generazioni di bambini. Ascoltiamoli. I bambini venivano «presi a pugni, a calci, frustati, accoltellati, obbligati a inginocchiarsi o a restare in piedi per giorni, costretti a dormire all´aperto in inverno, a fare docce gelate, appesi a un palo, assaliti da cani, legati per essere picchiati meglio». Dice uno: «Non feci bene il letto. Il prete mi fece denudare e mi frustò lungamente con una frusta di cuoio a cui erano attaccate delle monete». Un altro: «Appena arrivato, il frate mi fece spogliare, piegare a gambe larghe su una scrivania, mi ordinò di dire il Padre Nostro e si mise a frustarmi». Un terzo: «Non dimenticherò mai il gatto a nove code». Un altro: «Il prete lasciava la frusta di cuoio all´aperto di notte, perché si gelasse e facesse più male». Ancora: «Mi mettevano sale nelle ferite perché bruciassero di più». Un altro: «Gli piaceva tenermi la testa fra le gambe e frustarmi nel sedere». Ancora: «La notte era la cosa peggiore, se non venivano a prendere te, sentivi che portavano via un altro e le urla risuonavano per tutto l´edificio».
Elenco di abusi sessuali in un istituto religioso: «89 masturbazioni forzate, 68 stupri anali, 6 penetrazioni digitali». Un ragazzino: «Il prete mi prese la mano, e se la mise nelle parti private. Scoppiai a piangere. Mi schiaffeggiò. La notte dopo tornò e feci come voleva». Un altro: «Mi chiudeva a chiave nella sua stanza, mi spogliava, si faceva toccare, mi picchiava e poi mi stuprava». Un terzo: «Un frate guardava mentre l´altro mi stuprava, poi facevano cambio». Una bambina: «La suora mi frustava con una cintura dalla fibbia di metallo». Un´altra: «La suora mi faceva mangiare il mio vomito». Una terza: «Mi legò al letto e mi diede cento frustate».
Elenco di abusi sessuali, stavolta su femminucce: «27 stupri vaginali, 22 masturbazioni forzate, 10 contatti genitali». Un esempio per tutti: «La suora mi portò da un uomo. Lei mi spogliò, mi lavò, mi toccò, poi mi diede a lui perché mi stuprasse».
Tutti i giorni, tre volte al giorno, i rintocchi della campana dell´Angelus risuonano sul primo canale della televisione nazionale irlandese, come a scandire il tempo del paese più ferventemente cattolico d´Europa. Ma oggi gli irlandesi si chiedono angosciosamente per chi suona davvero quella campana. Per le migliaia di vittime dell´abominio, che hanno ottenuto solo una parvenza di giustizia? Per la chiesa cattolica irlandese, avvilita da dimissioni e processi? Oppure per il Vaticano e per papa Benedetto XVI, che le associazioni di sopravvissuti alla tragedia accusano di una condanna tardiva e troppo debole? O suona per l´Irlanda intera, per le sue istituzioni, sospettate di avere lanciato l´inchiesta più per nascondere che per fare emergere fino in fondo le dimensioni dell´orrore e le responsabilità collettive? «Ecco cosa mi fa più orrore», dice Kathleen O´Sullivan. «L´idea che così tanti abbiano potuto fare così tanto male, o almeno l´abbiano tollerato, abbiano preferito non vederlo e anche oggi preferiscano dimenticare. Viene da chiedersi se erano tutti mostri o se questa è la normalità umana». Non solo per vittime e carnefici, non solo per preti e suore, per politici e poliziotti, suona a Dublino la campana dell´Angelus. Essa suona per tutti.
Abolire la regola del celibato È l´unica soluzione
HANS KUNG
Abusi sessuali in massa ai danni di bambini e giovani ad opera di preti cattolici, dagli Usa alla Germania, passando per l´Irlanda: un enorme danno di immagine per la chiesa cattolica, ma anche segno palese della sua profonda crisi.
Il primo a prendere pubblicamente posizione a nome della Conferenza episcopale tedesca è stato il suo presidente, l´arcivescovo Robert Zollitsch (di Friburgo). La sua condanna degli abusi, definiti «orrendi crimini», e la richiesta di perdono sono primi passi nel processo di assunzione di responsabilità per fare i conti col passato, ma altri devono seguire. La presa di posizione di Zollitsch mostra indubbiamente gravi errori di valutazione, che vanno contestati.
Prima affermazione: Gli abusi sessuali compiuti dai sacerdoti non hanno nulla a che fare con il celibato.
Obiezione! È indiscutibile che tali abusi si verifichino anche in seno alle famiglie, nelle scuole, nelle associazioni e anche nelle chiese in cui non vige la regola del celibato.
Ma come mai si registrano in massa proprio nella chiesa cattolica, guidata da celibatari? Chiaramente queste colpe non sono attribuibili esclusivamente al celibato. Ma quest´ultimo è la più importante espressione strutturale dell´approccio teso che i vertici ecclesiastici cattolici hanno rispetto alla sessualità. Diamo uno sguardo al Nuovo Testamento: Gesù e Paolo sono stati sì esempio di celibato a servizio degli uomini, ma lasciando ai singoli la piena libertà a riguardo. Pietro e gli altri apostoli erano sposati nell´esercizio del loro ufficio. Questa rimase per molti secoli una condizione ovvia per i vescovi e i presbiteri ed è mantenuta fino ad oggi in oriente anche nelle chiese unite a Roma, come in tutta l´Ortodossia, quanto meno per i preti. La regola romana del celibato è in contraddizione con il Vangelo e l´antica tradizione cattolica. Deve essere abolita.
Seconda affermazione: E´ «totalmente errato» ricondurre i casi di abuso a difetti del sistema ecclesiastico.
Obiezione! La regola del celibato non esisteva ancora nel primo millennio. In occidente fu imposta nell´undicesimo secolo sotto l´influsso dei monaci (volontariamente celibi) soprattutto del Papa di Canossa, Gregorio VII, a fronte della decisa opposizione del clero in Italia e ancor più in Germania, ove solo tre vescovi si arrischiarono a proclamare il decreto di Roma. I preti protestarono a migliaia contro la nuova regola. Il clero tedesco così si espresse in una petizione: «Forse il papa ignora la parola del Signore: "chi può capire, capisca"? (Mt 19,12)? In questa affermazione, l´unica sul celibato, Gesù sostiene la libera scelta di questo modo di vivere». La regola del celibato diventa così - assieme all´assolutismo papale e al clericalismo forzato - uno dei pilastri essenziali del «sistema romano».
Diversamente da quanto avviene nelle chiese orientali, si ha l´impressione che il clero celibatario occidentale, soprattutto attraverso il celibato, si differenzi totalmente dal popolo cristiano: un ceto sociale a sè stante, dominante, che fondamentalmente si erge al di sopra del laicato, ma è del tutto sottomesso al Papa di Roma. L´obbligo di celibato è il motivo principale della catastrofica carenza di sacerdoti, della mancata celebrazione dell´eucarestia, carica di conseguenze, e, in molti luoghi, della rovina della cura personale delle anime. Tutto questo viene dissimulato attraverso la fusione delle parrocchie in «unità di cura delle anime», con parroci costretti a operare sopra le forze. Ma quale sarebbe il miglior incoraggiamento alla nuova generazione di sacerdoti? L´abolizione della regola del celibato, radice di ogni male, e permettere l´ordinazione delle donne. I vescovi lo sanno, ma dovrebbero anche avere il coraggio di dirlo. Avrebbero il consenso della gran maggioranza della popolazione e anche dei cattolici i quali, stando a tutti i più recenti sondaggi, auspicano che ai preti sia consentito sposarsi.
Terza affermazione: I vescovi si sono assunti responsabilità sufficiente.
È ovviamente positivo che vengano ora intraprese serie misure mirate all´indagine e alla prevenzione. Ma non sono forse i vescovi stessi responsabili della prassi decennale di insabbiamento dei casi di abuso, che spesso ha condotto solo al trasferimento dei colpevoli all´insegna della massima riservatezza? Chi in precedenza ha insabbiato è credibile oggi nel ruolo di indagine? Non dovrebbero essere istituite commissioni indipendenti? Finora nessun vescovo ha ammesso la propria corresponsabilità. Ma potrebbe far rimando alle istruzioni ricevute da Roma. Al fine di garantire il più assoluto riserbo la Congregazione vaticana per la fede dichiarò di propria esclusiva competenza tutti i casi importanti di reati sessuali ad opera di religiosi, così i casi relativi agli anni 1981-2005 finirono sulla scrivania dell´allora Prefetto, il Cardinal Ratzinger. Quest´ultimo inviò non più tardi del 18 maggio 2001 una missiva solenne sui gravi reati («Epistula de delictis gravioribus») a tutti i vescovi del mondo, ponendo i casi di abuso sotto segreto pontificio («secretum Pontificium»), la cui violazione è passibile di punizione ecclesiastica.
La Chiesa non dovrebbe quindi attendersi un «mea culpa» anche da parte del Papa, in collegialità con i vescovi? E, come ulteriore riparazione, che la regola del celibato, che non fu permesso mettere in discussione durante il concilio vaticano secondo, possa essere ora finalmente presa in esame liberamente e apertamente in seno alla chiesa. Con la stessa apertura con cui oggi finalmente si fanno i conti con i casi di abuso sessuale dovrebbe essere discussa anche quella che è una delle loro cause strutturali fondamentali, la regola del celibato. È questa la proposta che i vescovi dovrebbero avanzare senza timore e con forza a Papa Benedetto XVI.
(traduzione di Emilia Benghi)
LA REPUBBLICA 5 MARZO 2010
VIAGGIO TRA I GUERRIERI-RAGAZZINI DEL CONGO. CHE ORA COMBATTONO LA BATTAGLIA PIÙ IMPORTANTE: QUELLA PER CONQUISTARE UN FUTURO NORMALE
PIETRO DEL RE
KAMITUGA (CONGO)
dal nostro inviato
Bienvenu Kakulé sa come torturare un uomo con il coltello. Sa come farlo soffrire a lungo, pizzicandolo al ventre e in testa senza mai affondare la lama, prima di finirlo con un fendente alla gola. Ma Bienvenu non sa leggere. Non ha un lavoro, né una casa. Non ha più neanche una famiglia. A 17 anni questo ex bambino-soldato, o ex kadogo, neologismo locale che indica "una piccola cosa, senza importanza", vorrebbe tornare sui banchi di scuola. «Sono stato arruolato quando avevo 9 anni, e a 10 avevo già ucciso il mio primo prigioniero: il nostro comandante ce li lasciava a noi, gli ostaggi, perché sosteneva che i bimbi non provano pietà», racconta Bienvenu.
Sono stati presi con la forza, costretti a imparare a combattere, spinti ad ammazzare e torturare. I "kadogo", i bambini-soldato del Congo, sono il volto più feroce delle guerre che insanguinano il continente. Ma ora c´è qualcuno che cerca di riportarli alla normalità.
Il Centro Madre Misericordia di Kamituga ospita una decina di reduci teenager.
Aiutarli è difficile: quando lasciano le armi non hanno un lavoro, né una casa né una famiglia
Se ne contano anche nell´esercito regolare, che dovrebbe vietarne l´arruolamento
Si calcola che più della metà degli effettivi delle bande ribelli sia composta da minori
Lo incontriamo nel centro Madre Misericordia di Kamituga, duecento chilometri a Sud del lago Kivu, nel cuore di quella che una volta era un´ampia giungla di montagna, e che il disboscamento e l´erosione hanno reso un´interminabile sequela di colline calve. Il centro è appena stato ristrutturato dalla Cooperazione italiana, che adesso gli fornisce farmaci, lettini ginecologici, zanzariere, libri scolastici e soldi per acquistare cibo. Qui, infatti, oltre agli ex kadogo, sono promiscuamente ascoltati, auscultati, consigliati, ospitati e nutriti malati di Aids, donne violentate, vedove di guerra e un centinaio di orfanelli. «Ma sono proprio gli ex bambino-soldato i più difficili da aiutare perché la gente ha ancora paura di loro e nessuno vuole assumerli», dice Fabrizio Falcone dell´ufficio della Cooperazione di Goma.
Bienvenu è stato smobilitato pochi mesi fa grazie all´operato dell´Unicef. «Cerchiamo di recuperare i ragazzi negoziando direttamente con i ribelli: dal 2005 ne abbiamo liberati 34.000, e 2.953 solo dall´inizio del 2009», spiega la newyorchese Tasha Gill, specialista della protezione dei bambini nel conflitto congolese. «Nel paese abbiamo creato 17 centri per accogliergli e paghiamo 250 famiglie per un loro primo reinserimento». Già, perché smobilitarli non basta. Per scongiurare il rischio di riarruolamenti è necessario seguire da vicino i loro primi passi verso la normalità. «Molti recuperano, ma per altri è più difficile. Mi riferisco a coloro che hanno sofferto di più, che hanno assistito allo stupro di persone care, o ai quali è stato chiesto di uccidere un genitore o una sorellina». Per loro sono necessarie cure psichiatriche o psicologiche, che spesso però non possono seguire, sia per mancanza di farmaci sia di personale specializzato.
Bienvenu ci aspetta assieme a una decina di suoi compagni di sventura. Tutti loro sono stati carne da macello per le milizie implicate nella guerra infinita che dal 1996 nel Congo orientale ha già prodotto 4 milioni di morti. Quando combattevano assieme ai ribelli hanno tutti patito la fame, la fatica, le malattie. Hanno tutti violentato, saccheggiato, ucciso. Quell´infanzia trascorsa tra marce forzate nella giungla, digiuni e imboscate ha lasciato cicatrici difficilmente sanabili: due dei dieci ex kadogo del centro di Kamituga tartagliano, tre hanno deturpanti tic nervosi.
Le loro storie si somigliano tutte. Racconta Mukulutombo Kisimbi: «Quando avevo 12 anni il mio villaggio è stato circondato dai ribelli Mai Mai, i quali hanno prima ucciso mio padre, poi dato fuoco alle case. Sono stato costretto a seguirli nella giungla. Mi hanno picchiato fino a quando non ho imparato a combattere». Dice Christian Nyangi: «Avevo 8 anni quando sono stato preso. Vista l´età, pensavo che non mi avrebbero fatto combattere. Mi sbagliavo. Mi hanno messo in prima linea. Facevo finta di mendicare per le strade. Appena i nemici mi davano le spalle io li attaccavo». Riferisce Kilongo Lipanda: «Un giorno mi sono rifiutato di andare a saccheggiare un villaggio e mi hanno bastonato. Alla fine sono stato costretto a unirmi agli altri. In quel villaggio viveva la mia famiglia».
Ma quanti sono i kadogo nel Congo orientale? Nessuno lo sa. E nessuno osa ipotizzare cifre. «Sappiamo però che le milizie continuano ad arruolarli o riarruolarli con violenza», spiega la Gill. «Ci sono anche coloro che si arruolano volontariamente, abbagliati dall´illusione di facili guadagni, ma non superano il 20 per cento». Si sa anche che più della metà degli effettivi delle venti milizie ribelli del Congo orientale è composta da kadogo. Ci sono bambini-soldato perfino nelle Forces armées de la République Démocratique du Congo, le regolari Fard, che dovrebbe invece impedire l´arruolamento dei bimbi tra i ribelli, e che sono accusate di compiere nei villaggi le stesse scorrerie della guerriglia, con la medesima ferocia. Dice ancora Falcone: «Il problema è che il governo non ha soldi per pagare neanche i propri soldati: compiono tutti atrocità contro i civili, poi si scaricano l´un l´altro la colpa».
Dei quasi tremila kadogo liberati lo scorso anno, solo 387 sono bambine (le più giovani hanno 12 anni). Per i soldati, regolari o ribelli che siano, più che "combattenti" queste sono considerate donne a tutto tondo, e perciò destinate a fare il bucato, cucinare, soddisfare i loro appetiti sessuali. Perciò, quando un´organizzazione internazionale riesce a identificarne la presenza in una milizia, è molto difficile che vengono liberate. Ora, secondo Felix Ackebo, capo sezione dell´Unicef a Goma, la maggior parte delle volte sono le bambine stesse che rifiutano di abbandonare la guarnigione di chi le ha schiavizzate. Hanno paura della libertà, perché una volta diventate "serve" della truppa, il loro villaggio e la loro famiglia si rifiuteranno di accoglierle nuovamente, poiché nessuno vorrà sposarle. «Che i kadogo vengano arruolati per combattere, per soddisfare le voglie sessuali dei capi, che siano destinati ai lavori forzati nelle miniere o al trasporto delle armi, a noi poco importa: in ogni caso si tratta di violazione dei diritti dell´infanzia», spiega Ackebo.
Come spiega Paolo Urbano della nostra Cooperazione a Kinshasa, nel Congo orientale c´è una mescolanza di problematiche etniche e di enormi interessi commerciali. È come se il paese fosse vittima della propria ricchezza. «Il governo non ha i mezzi per proteggere quel territorio ambito da tutti perché pieno di legni pregiati e di minerali costosissimi. Qualsiasi ditta che voglia sfruttare queste risorse deve pagare una sorta di pizzo a chi controlla militarmente la regione. Perciò le alleanze tra ribelli si creano e si disfano di continuo, e ogni fazione ha sempre bisogno di nuovi uomini, di staffette, cecchini, sentinelle e così via». Ha bisogno, cioè, di manovalanza armata. Anzi di bassa manovalanza, perché non pagata. O di kadogo, che sono appunto "una piccola cosa", e che non costano nulla. Basta arruolarli, o meglio, rapirli dopo aver depredato un villaggio.
Le testimonianze dei dieci ex kadogo del centro Madre Misericordia non sono storie di bambini-soldati, ma piuttosto di martiri-soldato. Racconta ancora Bienvenu: «Quando nella giungla non trovavamo scimmie o serpenti a cui sparare, eravamo costretti a rubare il bestiame nei villaggi. Un giorno mi hanno costretto a mangiare carne di un militare ucciso. Se avessi rifiutato, mi avrebbero ammazzato come avevano fatto con altri bimbi».
Adesso Bienvenu sta imparando a leggere. Vorrebbe prendere la licenza elementare, e un giorno diventare agronomo. Il suo è solo un sogno, perché è disoccupato, e non ha neanche i pochi franchi necessari per iscriversi a scuola. Ma lui ci crede ugualmente. Dopotutto, nel corso della sua breve vita, ha affrontato situazioni ben più difficili.
LA REPUBBLICA 25 FEBBRAIO 2010
UCCIDERE PER SOPRAVVIVERE COSÌ NASCONO I BABY-KILLER
In molte aree del mondo anche possedere un mitra è un privilegio
GUIDO RAMPOLDI
Chi più di ogni altro capì le potenzialità militari della prima adolescenza fu Pol Pot. Il cambogiano aveva studiato presso l´università parigina della Sorbona, ma probabilmente ignorava quella scuola di pensiero che da Sant´Agostino a Freud intuisce un certo grado di malvagità dietro l´apparenza innocente dei bambini. Però intendeva costruire l´Uomo nuovo, ed era convinto che quel nemico irriducibile del mondo decadente potesse nascere soltanto dalle menti incorrotte dei Khmer giovanissimi, se opportunamente addottrinati. Quando, conquistata Phnom Penh, ebbe modo di sperimentare la sua teoria, i risultati furono rimarchevoli. Migliaia di ragazzi analfabeti furono trasformati nei più spaventosi aguzzini che l´Asia ricordi. «Ammazzavano con una naturalezza sconvolgente», mi raccontò molti anni dopo una cambogiana espatriata in Francia, spiegandomi perché non sarebbe mai più rimpatriata: se quella generazione era il futuro, il Paese era spacciato.
"Naturalezza" in questo caso è parola problematica, in natura sono rarissimi i mammiferi che pratichino l´overkilling, l´uccidere in eccesso e senza scopo, per frenesia omicida priva di ragione pratica. Ma neppure si può dire che a quell´età i guerrieri di Pol Pot ammazzassero per odio di classe: cosa poteva saperne della borghesia cambogiana la Khmer di cui lessi in una lettera pubblicata dal Phnom Penh Post? Nella Cambogia di Pol Pot dirigeva un "campo di rieducazione". Un mostro, scriveva il sopravvissuto. L´aveva vista uccidere per un´inezia e giurava che, se ne avesse avuta l´opportunità, l´avrebbe volentieri strangolata. La Khmer - concludeva la lettera, quasi si trattasse di un dettaglio - all´epoca dei fatti aveva dodici anni.
Quel che rendeva quella ragazzina così proclive ad uccidere probabilmente non era l´ideologia, ma, almeno in origine, la paura di essere a sua volta uccisa. Chi esita è un traditore, la regola che trasformò una generazione di piccoli montanari Khmer in uno sciame di sistematici assassini, potrebbe spiegare la facilità all´omicidio dei bambini-soldato congolesi di cui ci parla Pietro Del Re nel suo reportage. Anche quelli sono cresciuti nella pancia di una guerra caotica nella quale i più deboli, non più protetti dalle remore morali di una società ordinata, possono facilmente convincersi che la loro unica difesa risiede nell´ammazzare per non essere ammazzati. Del resto, chi presta attenzione alla loro sorte? Il Protocollo delle Nazioni Unite che solennemente vieta l´impiego in guerra di bambini-soldato resta una di quelle proibizioni prive di qualsiasi efficacia che riempiono gli scaffali del Palazzo di Vetro. Quella parte d´Africa continua a richiamare eserciti e trafficanti di armi con le sue straordinarie ricchezze. E il Congo di fatto è uno Stato collassato, decomposto a tal punto che il bambino con il kalashnikov è comunque un fortunato rispetto alle migliaia di coetanei che villaggi e famiglie scacciano considerandoli indemoniati, o peggio, consegnano ad esorcisti cristiani che li tortureranno a lungo, perché il diavolo abbandoni i loro corpi.
Nella sola Kinshasa, la capitale del Congo, quei "bambini stregati" sarebbero diciottomila, stima l´associazione italiana Amici dei Bambini (Ai. Bi.) che si prenderà cura di 500 di loro attraverso un programma finanziato con sms solidale (48542). Secondo le credenze locali i sintomi di stregoneria in un bambino sono la sua presenza in concomitanza di piccole o grandi disgrazie, e comportamenti tra i più comuni, come fare la pipì a letto o essere iperattivi e distratti. Tanto basta perché famiglie poverissime si liberino da una bocca da sfamare, e un prete-esorcista trovi una cavia su cui esercitarsi.
LA REPUBBLICA 25 FEBBRAIO 2010
QUEI BAMBINI SOLDATO. Uno di loro si racconta
di Giuliano Rosciarelli - 18 febbraio 2010
La drammatica testimonianza di John Onama, guida dell’esercito ugandese quando aveva 14 anni.
Ora vive e lavora a Padova, dove insegna Europrogettazione alla facoltà di Scienze politiche.
Ha 44 anni ma non può dimenticare quanto ha vissuto: «Ancora oggi faccio fatica a sognare un mondo perfetto, come facevo quando ero piccolo. Credo nella possibilità del cambiamento ma vado avanti giorno per giorno. Non riesco a guardare lontano».
A quattordici anni già conosceva la morte, guidava un plotone di 70 soldati, scovava ribelli nelle immense campagne ugandesi. Sapeva smontare e rimontare un kalashnikov in pochi minuti, sparare e nascondersi, ma non ha mai dimenticato che quella non era la sua vita e che prima o poi tutto sarebbe finito. John Baptist Onama è solo uno dei tanti bambini vittime dei conflitti che insanguinano le terre africane. Strappato dalla sua vita e diviso dalla famiglia venne “reclutato” per fare da guida al Terzo plotone della 13esima Brigata compagnia C dall’esercito governativo, una squadra nata per scovare i ribelli che si nascondevano nei campi fuori della città di Moyo, in Uganda a cinque chilometri dal confine con il Sudan.
Era il 1979 e un colpo di Stato aveva da poco destituito il dittatore Amin (che a sua volta aveva fatto cadere il governo guidato da Milton Apollo Obote). Al governo del Paese si era insediata la Coalizione provvisoria nazionale presieduta da Yusuf Lule. Le tensioni interne, tuttavia, non si erano attenuate e il 13 maggio 1980 un nuovo colpo di Stato militare riportò al potere Obote, costretto comunque a fronteggiare diversi gruppi di guerriglia, fra cui le milizie ancora fedeli ad Amin. John ora ha 44 anni, vive e lavora a Padova dove insegna Europrogettazione alla facoltà di Scienze politiche.
Come sei entrato a far parte dell’esercito?
Nel 1979 con il colpo di Stato che pose fine alla dittatura di Amin scappai con la mia famiglia in Sudan. Mio padre era un politico durante la prima Repubblica nata dopo l’indipendenza. Dopo alcuni mesi passati in un campo profughi, sono voluto ritornare in Uganda per finire le scuole. La situazione sembrava normalizzata. Mio padre e mia madre rimasero in Sudan, io fui accolto da un’amica di famiglia. Dopo nemmeno un anno, scoppiò un nuovo conflitto. Nessuno si poteva salvare, i soldati entravano nelle case e facevano razzia di ogni cosa, per le strade c’erano morti ovunque. Durante una retata venni scovato insieme a mio fratello nella soffitta della casa in cui vivevo. I soldati ci risparmiarono la vita solo perché conoscevamo bene il territorio e a loro servivano delle guide. Venni portato nel quartier generale, interrogato e addestrato per tre giorni alla guerra. Il kalashnikov è un’arma facile da utilizzare anche per un bambino.
Siete stati maltrattati?
Non fisicamente. Più che altro fu una violenza psicologica. Quando ci hanno catturato, ci dissero che ci avrebbero fucilato. Non abbiamo pensato nemmeno un minuto a un bluff. C’erano cadaveri ovunque, nelle strade, nelle case, era in atto una guerra di pulizia etnica e quindi non c’era molto da scegliere.
Sei stato coinvolto in azioni di guerra? Hai mai dovuto sparare?
È il prezzo che si deve pagare per sopravvivere. Il mio plotone era nato per scovare i ribelli di Amin che si nascondevano nelle campagne e facevano agguati continui. In quei casi non hai molte alternative: o vivi o muori. Le guerriglie venivano combattute da gruppi di 5-6 persone, o anche di 2-3 a volte. Eravamo spesso sotto il tiro dei cecchini annidati nella foresta.
Quanto è durato il tuo reclutamento?
In tutto circa due anni, ma non continuativamente. Un primo periodo è durato circa un mese, da metà ottobre del 1980 a metà novembre. Il mio compito era scovare tracce nei sentieri. Si partiva la mattina molto presto, perché gli attacchi dei ribelli coincidevano con il suono delle campane. Allora si partiva prima, si seguiva quello che riuscivamo a captare, si pattugliava il perimetro dell’area e si andava avanti fino all’ora di pranzo, poi c’era una piccola pausa pranzo, riposo al pomeriggio, poi si ripartiva fino a sera. Prima del tramonto del sole si trovava un posto per dormire. Dopo fui rispedito al quartier generale dove facevo vita da caserma anche se non ero ufficialmente arruolato e non percepivo alcuno stipendio. Ricominciai a studiare presso la missione dei comboniani. Provai a fuggire nuovamente in Sudan dalla mia famiglia ma fui ripreso dall’esercito e rispedito al quartier generale.
E poi?
Mi fu affidato un compito diverso: dovevo sorvegliare l’attraversamento del Nilo dove c’era un traghetto, che era l’unico modo di comunicazione tra la sponda occidentale e orientale. Il quartier generale era sulla sponda orientale e questo metteva un po’ a rischio i rifornimenti. C’erano pattugliamenti nelle vicinanze. Questa seconda esperienza è durata da marzo fino ad agosto del 1981.
Perché usano i bambini?
Le motivazioni sono diverse caso per caso. In generale però bisogna dire che obbligare i bambini a fare la guerra è più facile che usare gli adulti. I bambini si abituano subito alle situazioni. Se ne danno una giustificazione e non avendo strumenti per capire o persone vicine, quella per loro diventa la normalità. Non avendo alternative quello che ti viene presentato ogni giorno davanti agli occhi pensi sia la vita reale. Pensi che ciò che stai facendo sia giusto. Addirittura ti senti importante. Io fortunatamente non ho mai dimenticato che quello non era il mio posto e che prima o poi ne sarei uscito.
È possibile farsi delle amicizie in quei contesti?
Noi guide eravamo molto considerate dai soldati. In più occasioni il nostro intuito e la conoscenza del territorio hanno salvato molte vite, per questo eravamo trattati piuttosto bene. In alcuni momenti arrivi quasi ad amare i tuoi “carcerieri” e quando qualcuno di loro muore provi anche dolore.
Come ci si abitua alla morte?
Per noi africani non c’è bisogno di una guerra per capire la morte. Da noi si muore presto per qualunque cosa. La morte diventa parte integrante della vita. Più difficile è abituarsi alla violenza. A quella non ci si abitua mai.
Come sei riuscito a fuggire?
Sono andato via dall’Uganda nel 1989 grazie all’aiuto dei padri comboniani. Sono stato prima accolto in una famiglia italiana poi ho cominciato a lavorare e a guadagnare i soldi per proseguire gli studi e laurearmi.
E la tua famiglia?
Fino a poco prima di arrivare in Italia non avevo visto più nessuno. Ai miei genitori era stato detto che eravamo tutti morti. Ma ora mio padre non c’è più e mia madre è ancora in Sudan.
Sono passati trent’anni. Come si supera una storia come questa?
Non sono mai riuscito a superarla veramente. Ancora oggi faccio fatica a sognare un mondo perfetto, come facevo quando ero piccolo. Credo nella possibilità del cambiamento ma vado avanti giorno per giorno, dando importanza alle piccole cose. Non riesco a guardare lontano. In questo mio percorso mi ha molto aiutato la fede.
Come hai fatto a dare un senso a quanto accaduto?
Utilizzando la mia esperienza come una occasione per aiutare il mio Paese e l’Africa. Vado in giro a raccontare cosa accade in quelle terre sensibilizzando l’Occidente, mettendolo di fronte alle sue responsabilità. Non è stato facile. Per vent’anni non ho mai parlato di quanto accaduto. Nessuno conosceva la mia storia. Ancora oggi, quando mi trovo a parlare di fronte a una platea, spesso faccio fatica.
Tratto da: terranews.it
Il BAMBINO E LA GUERRA
Dall'ospedale di Emergency a Lashkargah, la storia di Aktar: un bambino di Nadalì centrato alla testa da un proiettile mentre guardava la guerra dalla finestra di casa sua.
Anche a Nadalì, altro distretto non lontano dall'ospedale di Emergency a Lashkar Gah, stanno combattendo ormai da giorni.
Anche lì sta arrivando la pace e la democrazia.
Akter Mohammed è arrivato poco fa con il padre Wali Jan, un uomo di almeno 60 anni con una folta barba bianca.
Un proiettile, uno solo, gli ha passato la testa da parte a parte, è ancora vivo e lo stanno operando.
Il padre urlava e si batteva il petto. Non solo per quello che hanno fatto a suo figlio, ma anche per il modo.
Akter era in casa sua, dietro a una finestra su cui picchiava il sole.
La sua curiosità l'ha spinto ad avvicinarvisi per vedere cosa stava succedendo fuori: tutti quei rumori di blindati e colpi di fucile. Qualche portatore malato di pace e democrazia ha visto una sagoma e non gli è parso vero di testare la sua mira. Ha sparato e non ha più visto la sagoma alla finestra.
Ma non è tutto. Sono entrati poi in casa, urlando e facendo alzare le mani al padre, spingendolo con forza contro il muro. In un angolo, sotto la finestra, hanno visto il risultato del proiettile esploso contro quella sagoma che appariva alla finestra. Un bambino di 9 anni.
Nove.
E ovviamente, appena l'hanno visto a terra ferito e spaventato, se ne sono andati.
Senza una parola.
Non si abbandona così nemmeno un cane.
Che schifo!
Matteo Dell'Aira*
(*Infermiere capo dell'ospedale di Emergency a Lashkargah, Helmand)
19-2-10 Peace Reporter
LETTERA APERTA AL PRESIDENTE JOSE MUJICA
Stimato Signor Presidente, José Mujica:
Le presente per porgere i nostri saluti e congratularci con Lei per il risultato delle elezioni dello scorso 29 ottobre 2009. Si è trattato senza dubbio di una importante manifestazione del popolo uruguaiano, che con soddisfazione e gioia ha deciso democraticamente quali dovevano essere le autorità che avrebbero governato il Paese per i prossimi cinque anni. Purtroppo, come ben sappiamo, non possiamo affermare lo stesso di altre realtà, come ad esempio quella in Honduras. Siamo cittadini uruguaiani iscritti all’Associazione Culturale senza fine di lucro “Un Punto en el Infinito”, il cui presidente è l’italiano Giorgio Bongiovanni, stigmatizzato e direttore della rivista AntimafiaDuemila, in Italia. Una pubblicazione di prestigio che gode del consenso delle autorità governative impegnate nella lotta antimafia e che, allo stesso tempo, è molto rispettata anche dagli stessi diffamatori mafiosi. Tra gli obiettivi della nostra associazione c'è anche quello dell’educazione alla legalità della cittadinanza e la denuncia contro ogni tipo di ingiustizie.
La preghiamo di leggere queste righe che riteniamo siano di estrema importanza.
Riteniamo che lei sia stato eletto Presidente grazie al voto di moltissimi giovani, perché la sua immagine è quella di un uomo onesto, che non cerca di arricchirsi approfittando della politica, di un uomo umile che mantiene il contatto con la terra. I giovani vedono in lei un uomo che rappresenta tutto il contrario rispetto ad altri politici. Loro affidano a lei i sogni di una vita migliore e forse a sua insaputa la vita lo ha posto alla guida di questo paese in un cruciale momento storico senza precedenti.
Desideriamo esprimere un’altra riflessione riguardo la crisi mondiale che stiamo attraversando. Attualmente siamo 7000 milioni di abitanti nel mondo. Come ha dichiarato l’ex europarlamentare, giornalista e ricercatore Giulietto Chiesa, durante il suo intervento al Congresso Antimafia realizzato a Rosario (Argentina) lo scorso 29 ottobre 2009: - “Le crisi sono tante e sono tutte convergenti tra di loro. Abbiamo simultaneamente una crisi climatica, una crisi energetica, una crisi dell'alimentazione, una crisi dell'acqua, una crisi dei rifiuti, sono soltanto alcune e sono tutte convergenti e connesse tra di loro, tutte queste crisi si possono riassumere in una sola, semplice, piccola frase che è questa: non è possibile uno sviluppo indefinito in un sistema finito di risorse. Noi viviamo su un pianeta che è un sistema finito, noi abbiamo vissuto gli ultimi duecento anni nell'illusione che sia possibile crescere indefinitamente dentro questo sistema finito. È un problema fisico non è un problema politico. La quantità fisica di energia fossile che noi abbiamo sprecato in un secolo e mezzo non è più riproducibile, la formazione del petrolio, del gas, del carbone è avvenuta in settanta milioni di anni, quando avremo raggiunto il picco del petrolio, poi del gas, poi del carbone non ci sarà altro petrolio, altro gas, altro carbone! Di fronte all'uomo con la U maiuscola c'è una sola possibilità e questa possibilità avverrà nel corso di questo secolo ed è il passaggio all'energia solare, altre alternative non ci sono”.
E non dobbiamo lasciarci ingannare dall'energia nucleare, che oggi come oggi ci vogliono propinare come energia rinnovabile. Menzogna! È l’energia più inquinante che possa esistere. Inquinante durante il processo di estrazione dell’uranio per il combustibile che viene utilizzato, inquinante durante il processo di costruzione (per la grande quantità di petrolio che si deve utilizzare in questa fase), inquinante nel corso del processo di produzione e anche quando gli impianti diventano inattivi. L’uranio, oltre ad essere una risorsa che si sta esaurendo (motivo per cui viene estratto in miniere a cielo aperto, altamente tossiche per coloro che abitano nel sito dove viene estratto), dopo essere stato utilizzato negli impianti, si trasforma in materia prima (plutonio) che viene utilizzato per la produzione di armi nucleari di ogni tipo. Inoltre i residui di questi impianti richiedono accurate attenzioni che costano milioni di dollari e che debbono essere applicate per sempre.
Pertanto, un paese che possiede reattori nucleari, è quasi obbligato a lasciare in mano ai fabbricanti di armi nucleari i propri residui, in modo da liberarsi degli stessi. In questo sistema tutti, cittadini e governanti, ci rendiamo complici di tutte le guerre del mondo e di tante e tante morti di esseri umani. Il motivo vero per cui si incentiva in paesi come il nostro l’uso dell’energia nucleare è quello di consentire ai paesi del primo mondo di ottenere il plutonio senza esserne produttori, per poi fabbricare armi di sterminio di massa.
Ritorniamo alla grandissima crisi che sta coinvolgendo tutto il pianeta, l’unica dimora che abbiamo. Se siamo coscienti che le risorse sono finite, che le abbiamo esaurite, giungiamo alla conclusione che ci vuole un cambiamento radicale della nostra mentalità e delle decisioni politiche che si devono prendere. Decisioni che dovrebbero essere accettate e comprese dalla maggior parte degli esseri umani, altrimenti non sarà possibile realizzare dei cambiamenti. Ci troviamo di fronte ad un problema concreto che richiede la riconversione totale della struttura industriale, produttiva e agricola di tutto il pianeta. Infatti, ci sono studi che dimostrano che restano soltanto 15 anni di tempo da questo momento, sempre se i Governi riusciranno a mettersi d’accordo, siamo al limite dell'autodistruzione, nell’intento di sanare la terribile condizione ambientale ed evitare un disastro.
Inoltre ci troviamo con la temperatura del pianeta che aumenterà di 3, 4 o 5 gradi. Quindi ci troviamo in una situazione molto grave perché siamo arrivati a queste crisi con la maggior parte dell'opinione pubblica mondiale completamente all’oscuro; persino i migliori, i più intelligenti, i più onesti dovranno prendere decisioni drastiche, ma se milioni di persone non sanno niente, queste decisioni saranno impossibili. Citando nuovamente le parole di Chiesa: “Stanno arrivando nel mercato del consumismo altre tre miliardi di persone Un miliardo e trecento milioni di cinesi iniziano a mangiare la carne come noi, un miliardo di indiani cominciano a comprare l'automobile come noi, gli scienziati del club di Roma hanno fatto i conti: in questa situazione ci vorrebbe non un pianeta, ma quattro pianeti come il nostro! Allora è chiaro che in questa situazione il pericolo diventa molto alto perché i più forti cercheranno di prendere tutto perché pensano così di sopravvivere e questo significa che se noi pensiamo alla guerra o alle guerre che abbiamo di fronte dobbiamo pensare in termini di guerre di sterminio dove moriranno centinaia di milioni di persone, e dobbiamo anche pensare che in una situazione dove non abbiamo più il controllo, il rischio più grave che dovremmo pagare sarà che dovranno pagare prima i più poveri di tutti i continenti del mondo. Anche senza guerra. Anche prima della guerra. Il fattore tempo è quindi un fattore decisivo. Dobbiamo dire loro la verità perché possano difendersi! Un programma di difesa si può costruire solo se milioni di persone sapranno la verità e cominceranno a difendersi, a difendere il territorio, a difendere la cultura, a difendere l'educazione dei loro figli, a cambiare l'uso della propria vita, del proprio tempo, del proprio tempo libero. Tutto questo deve essere fatto come termine politico”.
Questa è l’esortazione che vogliamo esporre in queste righe. Chi rappresenta una autorità deve cominciare a dire la verità. Non possiamo continuare a usare parole come sviluppo, apertura al mondo, globalizzazione, ecc. ecc. L’unica cosa che si è globalizzata è il desiderio di consumare beni materiali, disinformazione, il disinteresse per il futuro dei bambini, non ci importa in quale mondo loro vivranno. Forse la presunta era dell’informazione ha diminuito le guerre, la fame, l’incoscienza, la mancanza di etica, l’imminente collasso ambientale, le gravi crisi finanziarie, l’enorme divario tra paesi ricchi e poveri, la corruzione, e per finire, i problemi dell’uomo?
No, tutto si sta intensificando.
Possiamo dire che come società oggi ci identifichiamo con la frase di Einstein: “Ci sono due cose che sono infinite, lo spazio cosmico e la stupidità umana”.
Riassumendo a questo punto: le proponiamo di dire la verità, perché lei può essere ascoltato da molti e non c’è tempo. Bisogna dire che il mondo ha esaurito le risorse, che dobbiamo vivere con più solidarietà, che dobbiamo cambiare le modalità di produzione di energia, abbandonando il petrolio e sviluppando fondamentalmente la produzione e l'utilizzo dell’energia solare. Se lei fa una ricerca vedrà che quest’ultima è una realtà in Spagna e in altre parti del mondo ed è urgente porre in essere questo cambiamento.
Addirittura oggi le dighe idroelettriche sono diventate pericolose, in seguito al cambio climatico. Nei periodi di siccità, rimaniamo senza energia e in caso di inondazione le dighe diventano agenti di accelerazione del processo.
Bisogna dire che dobbiamo lavorare per produrre il necessario per tutti, ma evitando il consumismo sfrenato, a favore dei commerci delle multinazionali.
La terra è la più grande ricchezza dell’Uruguay, dobbiamo averne cura per produrre alimenti sani in vista dei difficili tempi che verranno, e non per produrre cellulosa, monocolture transgeniche o biocarburanti. Anche se queste produzioni apportano benefici economici immediati, questo tipo di attività impoveriscono, avvelenano, rovinano la terra per le future coltivazioni.
Dobbiamo avere cura della nostra terra, perché se viene lasciata in mano straniera non potremmo decidere cosa fare con essa. Anzi, in un futuro non lontano, quando ci sarà l'urgenza alimentare, capiterà di vedere passare i nostri prodotti sani “sopra le nostre teste”, mentre verranno esportati verso l’Europa o verso altre destinazioni, a prezzi elevati, fonte di grandi guadagni per gli stranieri proprietari della terra, mentre noi dovremmo mangiare i frutti contaminati, a prezzo più economico, importati da altri luoghi del mondo. Questo sta già avvenendo attualmente con la nostra lana, che viene commercializzata in Europa. Ormai non c’è più nessun uruguaiano che indossi maglioni di lana uruguayana, bensì lana importata dalla Cina, o sintetica, che il più delle volte non è altro che materiale riciclato.
La nostra campagna potrebbe ripopolarsi grazie a cooperative agricole e zootecniche nelle quali troverebbero impiego giovani e persone senza lavoro. L’Uruguay diventerebbe un paese modello, economicamente autonomo e non in balia delle crisi internazionali. Dobbiamo avere cura della nostra sovranità e della nostra sicurezza alimentare. Un paese dove forse non ci saranno grandi proprietari di terre, grandi mercati internazionali, grandi conti bancari, ma sì un mercato interno ben sviluppato, dove nessuno soffrirebbe la fame o gli verrebbe a mancare il necessario, la propria casa, il proprio vestito, l'educazione per i propri figli, l'assistenza sanitaria.
Molti bambini abbandonerebbero la strada, molti giovani abbandonerebbero la pasta base, ( droga), perché si aprirebbe un cammino di speranza con delle prospettive realmente differenti.
Inoltre potremmo essere un esempio per il mondo. Sarebbe un un cambio di stile di vita economico, sociale, finanziario, educativo, psicologico, ambientale, spirituale. I grandi cambiamenti sono sempre iniziati grazie a una o più persone che li hanno proposti in primis.
Certamente le cose non si posso realizzare di colpo, ma passo dopo passo, con passi concreti. Prima attraverso la vera informazione che deve essere trasmessa alla gente per renderla cosciente del bisogno del cambiamento a tutti i livelli, coscienti che tutti dobbiamo lavorare per questo cambio, che non dobbiamo lasciare tutto nelle mani del Governo, o della scienza, o della tecnologia, come se fossero i salvatori del mondo, perché questo non succederà. La scienza e la tecnologia operano in funzione dei mercati, dei gruppi di potere del mondo, dei guerrafondai, non a favore dell’uomo comune. In altre parole il mercato (il potere) decide cosa bisogna inventare e stabiliscono a beneficio di chi si deve inventare qualsiasi cosa.
È strano sentire continuamente in televisione, e lo ripetono i politici, che la nostra economia, le nostre finanze dipendono dall'andamento di alcune cose nel mondo e del nostro modo di agire in relazione a esse. Si parla dell’economia globale, etc, etc.
Ma non si può pensare ad una possibile prosperità di un paese se non si è coscienti che viviamo in un pianeta al bordo del collasso ambientale, economico, sociale, energetico e che è arrivato già il momento di contrastare le cause che hanno dato origine a tutto questo; e che tutto è in stretta intima relazione a quello che ciascun paese, piccolo o grande, inizierà a fare a partire da ciascun essere umano che vi abita...quindi, ancora ci domandiamo: ma quale cambiamento climatico? Quale guerra? Quale fame? Quale terremoto?
Negli anni sessanta e settanta Lei si mise in gioco per dei sogni che sembravano utopia. Oggi le chiediamo di mettersi in gioco non per la politica di un paese, ma per il prossimo futuro.
Si potrebbe pensare che il nostro pensiero sia utopistico. Ma per noi è molto più utopistico pensare che possiamo continuare inermi all'interno di una bomba ad orologeria che noi, umanità di questo pianeta, abbiamo fabbricato ed avere la speranza che non esploda.
Non saranno serviti a niente tanti “desaparecidos”, tante torture, tanto dolore vissuto e non servirà a nulla ridurre le pene, aprire più carceri, ridurre l’imposta IRPEF, combattere il fumo, alzare o ridurre le tasse, calcolare l’inflazione o pagare il debito estero; a nulla servirà se non agiamo con vera coscienza da dove ci troviamo considerandoci tutti come Umanità. Non possiamo guardare altrove, non possiamo evitare la responsabilità verso la generazione futura, con i bambini di oggi.
Anche se ci rifugiamo nella televisione, in Internet, nelle stupidaggini, nell’apatia, nel dire “non mi riguarda”, anche se pensiamo che usciremo dalla crisi, che le cose non sono poi così gravi, che sempre è andata così, ecc., ecc. la verità ci riguarderà tutti e le conseguenze delle nostre azioni si trasformeranno in realtà.
Siamo a disposizione per offrirle tutta l’informazione che avalla quanto abbiamo espresso. Le chiediamo che si circondi di persone di fiducia e che chieda loro di indagare. Così saprà che quello che diciamo è Verità.
Siamo a Sua disposizione per collaborare con tutto quanto riterrà opportuno.
Abbiamo fiducia nella sua intelligenza, nella sua intuizione e nella vita che la guiderà nel prendere le decisioni giuste.
Giorgio Bongiovanni
Presidente dell’Associazione Culturale Un Punto en el Infinito e collaboratori
8 Febbraio 2010
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