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CINQUE PAESI NATO CONTRO LE ARMI NUCLEARI USA. MA NON L'ITALIA
di Antonio Mazzeo - 3 marzo 2010
“Testate nucleari? No grazie”. Per la prima volta, alcuni paesi europei dell’Alleanza Atlantica starebbero prendendo seriamente in considerazione di chiedere agli Stati Uniti d’America di rimuovere l’arsenale nucleare ospitato nel vecchio continente.
La notizia è stata pubblicata da alcune testate giornalistiche tedesche e francesi; più precisamente, Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda e Norvegia sarebbero intenzionate a porre la questione all’ordine del giorno del prossimo summit NATO previsto per il mese di novembre 2010. Il quotidiano “Der Spiegel” aggiunge che i ministri degli esteri dei cinque paesi avrebbero già inviato una richiesta in merito al segretario generale della NATO, Fogh Rasmussen, mentre sarebbero stati attivati i canali diplomatici per invitare altri alleati europei ad aderire alla richiesta di denuclearizzazione. Sempre per “Der Spiegel”, il ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle avrebbe già richiesto agli Stati Uniti la rimozione di 20 testate nucleari dalla Germania.
L’agenzia France Presse, da parte sua, scrive che alcuni importanti esponenti politici del Belgio starebbero sostenendo la richiesta “No Nukes” presso il quartier generale NATO di Bruxelles, anche se il portavoce del ministero degli esteri belga, Bart Ouvery, ha dichiarato in un’intervista che “non è comunque in discussione la rimozione immediata di tutte le armi nucleari esistenti”. L’ipotesi di riduzione riguarderà inoltre solo le armi nucleari di proprietà degli Stati Uniti, mentre Francia e Gran Bretagna manterrebbero inalterati i loro arsenali di morte.
L’esistenza di contatti tra gli USA e i partner europei per un possibile smantellamento parziale delle testate ospitate nel vecchio continente è stata confermata dal “New York Times”; secondo il quotidiano, l’amministrazione Obama starebbe per completare una “Revisione dei piani di guerra nucleari” che “potrebbe potenzialmente condurre ad un cambiamento della politica USA”. Per Sharon Squassoni, ricercatore del Center for Strategic and International Studies, è tuttavia difficile prevedere oggi come Washington potrebbe reagire ad una formale richiesta degli alleati NATO di rimozione delle armi nucleari dall’Europa.
C’è incertezza sul reale numero delle testate USA esistenti oggi nel vecchio continente. Secondo alcuni ricercatori internazionali indipendenti, esse andrebbero da un minimo di 200 a un massimo di 350. Si tratterebbe in particolare di bombe di gravità del tipo “B-61”, trasportabili dai cacciabombardieri USA e dei paesi partner. Dal computo sono ovviamente escluse le testate nucleari stoccate transitoriamente o in transito nelle principali basi aeree europee o quelle poste a disposizione dei sistemi missilistici dei sottomarini e delle unità navali in transito nelle acque del continente.
Nel maggio 2008, la Federazione degli Scienziati Americani (FSA) ha rivelato i contenuti dei manuali prodotti nel 2005 e 2007 dall’US Air Force, denominati “Nuclear Surety Staff Assistance Visit and Functional Expert Visit Program Management”. Destinati al personale che cura la sicurezza degli ordigni, i manuali indicano le località dove essi sono stoccati in siti sotterranei protetti noti come “WS3 - Weapon Storage and Security System”, e dove, di conseguenza, i tecnici nucleari svolgono i controlli di sicurezza semestrali. Entrambi gli elenchi riportano i nomi delle installazioni italiane di Ghedi Brescia) e Aviano (Pordenone), insieme alle basi di Kleine Brogel in Belgio, Büchel in Germania, Volkel in Olanda, Lakeneath in Gran Bretagna e Incirlik in Turchia. La lista del 2005 comprendeva anche le basi tedesche di Ramstein e Spangdahlem, ma le infrastrutture sono state escluse dalle ispezioni nel documento del 2007. Di conseguenza la Federazione degli Scienziati Americani ritiene che le testate siano state rimosse definitivamente da queste due ultime installazioni. In tempi più recenti, l’US Air Force avrebbe rimosso anche le bombe dislocate nella base britannica di Lakenheath. Così, secondo la FSA, la “maggior parte delle armi nucleari USA è stoccata in tre basi mediterranee: quelle di Ghedi, Aviano e Incirlik”. Solo in Italia, le testate a disposizione delle forze aeree USA sarebbero una novantina, una cinquantina ad Aviano e il resto a Ghedi. Nell’installazione bresciana, gli ispettori dell’US Air Force avrebbero però rilevato “problemi di sicurezza” ai sistemi di protezione delle armi. L’inquietante particolare è stato denunciato ancora dalla Federazione degli Scienziati, che ha citato come fonte un altro report dell’US Air Force, denominato “Air Force Blue Ribbon Review of Nuclear Weapons Policies and Procedures”, parzialmente declassificato nel 2008. Problemi di difficile risoluzione al punto che il Pentagono starebbe pianificando il ritiro da Ghedi del 704 MUNSS, lo speciale squadrone USA di manutenzione delle bombe atomiche, e il trasferimento degli uomini e dei sistemi d’arma ad Aviano.
Ad oggi, nulla è trapelato in Italia se e quando verrà realizzata la concentrazione di tutte le testate nell’installazione friulana. Date le posizioni esasperatamente filo-nucleari del governo italiano è però impensabile che Berlusconi, Frattini e La Russa possano prendere sul serio la proposta di denuclearizzazione parziale di Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda e Norvegia. A complicare le cose c’è poi l’articolato programma di potenziamento delle infrastrutture in atto all’interno della base di Aviano. Per l’anno fiscale 2011, l’US Air Force ha richiesto al Congresso lo stanziamento di 19 milioni di dollari per costruire tre nuovi edifici che ospiteranno 114 abitazioni per il personale di stanza nella base. Essi dovrebbero sorgere accanto alle sei palazzine esistenti nella cosiddetta Area 1 dove sono concentrate le unità abitative, l’ospedale militare e le scuole per i figli del personale USA. Secondo la scheda progettuale presentata al Congresso, lo scopo delle nuove costruzioni è quello di “eliminare o ricollocare tutte le funzioni oggi esplicate nell’Area 2 utilizzata dai primi anni ’90 dai militari USA (niente di più di un paio di dormitori e qualche facilities di supporto), per restituirla alle forze armate italiane, proprietarie dell’area”. Secondo il colonnello Bo Bloomer, comandate del 31st Civil Engineer Squadron, le modalità per la restituzione dei circa 13 acri dell’Area 2 sono in via di discussione con le autorità militari italiane. Ciò non comporterà tuttavia cambi significativi al numero del personale militare e civile USA assegnato ad Aviano; l’US Air Force prevede che si passerà a 4.248 unità nel 2015, 15 in meno di quanto presenti a fine 2009.
L’Area 2 è raggiungibile dall’Area 1 grazie alla “Via Pedemonte”, ma la distanza tra i due siti e i “rischi” e le difficoltà di protezione dei mezzi USA in transito hanno convinto i comandi dell’US Air Force a richiedere il ricongiungimento dei dormitori dei militari. Secondo il quotidiano delle forze armate Stars and Stripes, “gli Stati Uniti hanno tentato di ottenere il controllo della Via Pedemonte qualche anno fa per ridurre questi svantaggi ma sono incorsi nella strenua opposizione degli italiani”. “Grazie al nuovo programma – aggiunge Stars and Stripes – ad Aviano si sta tentando di liberare 100.000 metri quadri di facilities entro il 2020 e ciò consentirà risparmi per oltre 360.000 euro all’anno”.
A un possibile nuovo scenario militare USA sulla Pedemontana ha fatto accenno nei giorni scorsi il console generale degli Stati Uniti a Milano, Carol Peres, durante un’intervista ai microfoni del Tg3 del Friuli Venezia Giulia. Solo una semplice ammissione di possibili novità a medio termine, per poi trincerarsi nel “top secret”. Peres ha comunque negato che gli USA siano intenzionate a trasferire in Polonia una o più squadriglie con cacciabombardieri F-16, come invece auspicato e pubblicato da uno dei massimi strateghi dell’US Air Force nell’ambito di una maggiore proiezione ad Est del dispositivo aereo e missilistico statunitense.
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BIMBI DEFORMI A FALLUJA: COLPA DEL FOSFORO BIANCO
IRAQ AL VOTO NEL SANGUE ATTENTATI KAMIKAZE, 17 MORTI.
Nel 2004 l´esercito americano usò munizioni speciali E ora tumori e malattie aumentano
Prima esplosione subito dopo l´apertura delle urne: tra le vittime soldati e bambini
ROSALBA CASTELLETTI
SI ERANO da poco aperti i seggi per il voto anticipato di quanti domenica non potranno recarsi alle urne quando tre attentati hanno insanguinato Bagdad nell´arco di poche ore: almeno 17 le vittime e decine i feriti all´indomani del triplice attentato che mercoledì aveva provocato 33 morti a Baquba.
Il governo aveva dichiarato festività nazionale la giornata del cosiddetto "voto speciale" per consentire al meglio anche a militari, personale di sicurezza, detenuti e pazienti ricoverati negli ospedali - in tutto 947mila persone su 19 milioni di elettori - di esprimere le loro preferenze per rinnovare il Parlamento iracheno per la seconda volta dal 2001. La maggior parte dei negozi era chiusa e strade di solito affollate erano pressoché deserte. C´erano cecchini appostati sui tetti e elicotteri a sorvolare i seggi. Eppure non è bastato. Poche ore dopo le 8, orario d´apertura delle urne, la prima esplosione: un colpo di mortaio è caduto su un´abitazione ad appena 500 metri da una scuola che domenica verrà adibita a seggio elettorale nel quartiere nordorientale di Hurriya. «Stavo parlando con mio figlio che stava sistemando il filo del generatore sul tetto quando un proiettile ha distrutto metà edificio. Per fortuna mio figlio è sano e salvo, io invece non sento più nulla», ha raccontato un commerciante sessantenne sopravvissuto all´attacco. In sette però non ce l´hanno fatta, compresi quattro bambini. Poco più tardi, nonostante il dispiegamento di oltre 200militari, due attentatori suicidi sono riusciti a farsi esplodere in mezzo ai militari in coda per il voto a distanza di tre quarti d´ora: il primo nel distretto di al-Mansur, il secondo nel centralissimo quartiere di Bab al-Muadham. Dieci i soldati uccisi, oltre 30 i feriti. Ad allungare lo stillicidio di violenze è giunta poi notizia di altri attentati nel Nord del Paese: uno sventato a Ramadi, mentre a Mosul un poliziotto e un soldato venivano feriti da granate a mano dinanzi a due seggi elettorali e a Kirkuk tre civili venivano colpiti da una bomba stordente mentre partecipavano a un comizio elettorale. Una sequenza di terrore su cui s´allunga l´ombra di Al Qaeda: «Abbiamo deciso d´impedire queste elezioni con tutti i mezzi possibili», aveva il 12 febbraio l´emiro di Al Qaeda in Iraq, Abu Omar al-Baghdadi, definendo il voto un «crimine politico orchestrato dagli sciiti».
Ad arroventare ulteriormente il clima politico a tre giorni dal voto cruciale per il Paese, un´inchiesta della Bbc sull´aumento di bambini nati con gravi malformazioni a Falluja, la città a ovest della capitale dove nel novembre 2004 le forze americane usarono munizioni al fosforo bianco contro gli insorti sunniti. I medici hanno parlato all´emittente britannica di «due o tre casi al giorno» di neonati con due teste, affetti da tumori o gravi patologie: vale a dire all´incirca mille l´anno. Se poi per non «creare problemi agli americani» i dottori si sono affrettati a citare la mancanza di «prove che le cause siano attribuibili al fosforo bianco» o di «statistiche degli anni passati da comparare con i dati attuali», la popolazione locale non ha avuto dubbi e ha puntato il dito sulle armi utilizzate sei anni fa.
LA REPUBBLICA 5 MARZO 2010
I VOLI DELLA MORTE. LA VERITÀ SU MIGLIAIA DI DESAPARECIDOS
Di Gigi Riva
Un lungo lavoro investigativo. A cui ha partecipato anche un fotografo italiano. Ecco come sono stati ritrovati gli aerei e i piani di volo usati dalla giunta militare argentina per eliminare gli oppositori
Otto nomi di piloti che tornano, con cadenza regolare, sulla 'planilla para historial de aeronave', il brogliaccio dove viene riportata tutta l'attività di un velivolo. Solo che lo Skyvan PA-51 non è un aereo normale perché quando era di proprietà della Prefectura Naval Argentina tra il 1976 e il 1983 è stato utilizzato per i 'vuelos de la muerte' con cui almeno 5 mila oppositori della dittatura militare sono stati gettati, tramortiti ma vivi, nell'Oceano Atlantico. Tornata la democrazia nel paese sudamericano, gli alti ufficiali della 'junta' hanno sempre sostenuto che quelle carte erano state distrutte. Trent'anni di bugie per coprire le responsabilità, a diversi livelli, di uno dei crimini più odiosi della storia recente. Invece i documenti, preziosissimi, sono riapparsi, in seguito a un lungo lavoro investigativo, durato tre anni in vari continenti, condotto da un fotografo italiano, una ex desaparecida e un ricco signore col gusto della verità. Modello dell'aereo, numero di serie, giorno, itinerario, nome del comandante, durata della missione: tutto è stato registrato. E adesso è un formidabile atto d'accusa. I giuristi già le hanno definite "le carte più importanti sulla dittatura ritrovate negli ultimi dieci anni". Un premio Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel, e il ricco signore, Enrique Piñeyro, rampollo della famiglia Rocca, li hanno consegnati al giudice istruttore di Buenos Aires Sergio Torres, lo stesso che ha condotto le indagini che hanno portato al processo, in corso, sulla Scuola di Meccanica della Marina (Esma), luogo di tortura e detenzione dei 'desaparecidos' (un processo è in corso in Italia in contumacia). Torres ha già chiesto, per rogatoria, gli originali dei piani di volo che si trovano negli Stati Uniti (e vedremo come ci sono arrivati). 'L'espresso' ha avuto modo di visionarli (sono sul nostro sito www.espressonline.it) e conosce i nomi degli otto piloti. Erano, all'epoca, giovani tra i 25 e i 35 anni, hanno poi lasciato la Marina e fatto carriera nelle compagnie civili. Alcuni sono andati in pensione, altri sono ancora in attività e due, dipendenti dell'Aerolineas Argentinas, sono comandanti su rotte intercontinentali. Toccherà alla magistratura stabilire chi di loro era davvero al posto di comando dei voli della morte. Per questo tacciamo i nomi. Il sospetto, comunque, è che tutti fossero coinvolti. Perché una delle prerogative del regime era la condivisione dei misfatti: in modo da essere uniti, in futuro, nel patto scellerato dell'omertà. I protagonisti dell'inchiesta sul filo della memoria hanno rintracciato cinque 'aerei della morte'. Buonsenso, intuito, pazienza e molta passione gli ingredienti che hanno prodotto il risultato.
La storia inizia tre anni fa quando il fotografo romano Giancarlo Ceraudo si stabilisce in Argentina e decide di iniziare un lavoro sulla dittatura. Trascorre mesi nei centri di detenzione illegale, Olimpo, Club Atletico, Esma, Virrey Ceballo, dove sono passati i trentamila desaparecidos, luoghi adesso gestiti da comitati e associazioni per i diritti umani. Ritrae i sopravvissuti, le stanze dove furono torturati. All'Olimpo, garage per la revisione delle automobili della polizia, in via Ramon Falcon, nella zona di Floresta, grazie alla sua curiosità vengono recuperati, in uno scaffale nascosto, dei fogli con le spiegazioni tecniche dei lavori sulle Ford Falcon, le famigerate auto usate dalle squadre della morte per i sequestri di persona. Un piccolo frammento del tempo che fu. Oltre che dai racconti, è influenzato dalla visione del film 'Garage Olimpo' di Marco Bechis, con quell'ultima scena in cui i carcerati vengono trascinati dentro un aereo che decolla. Un riferimento esplicito ai voli della morte. Di cui, quattro anni fa, si sapeva solo quanto riferito da quello che in Italia definiremmo un pentito, Adolfo Scilingo, trentenne capitano all'epoca dei fatti. Nel 1995 aveva raccontato al giornalista Horacio Verbitsky di aver partecipato a due voli della morte in cui furono ammazzati rispettivamente13 e 17 prigionieri. E aveva aggiunto: "La decisione dei voli fu comunicata ufficialmente dal viceammiraglio dell'Armada Mendìa pochi giorni dopo il golpe del 1976. Ci è stato spiegato che le procedure per lo smistamento dei sovversivi nell'Armada si sarebbero svolte senza uniformi, indossando solo scarpe da ginnastica, jeans e magliette. I sovversivi non sarebbero stati fucilati per non aver gli stessi problemi avuti da Franco in Spagna e Pinochet in Cile". E circa il modo: "Erano incoscienti. Li spogliavamo e, quando il comandante del volo ci dava l'ordine, aprivamo le porte e li gettavamo, nudi, uno alla volta. Questa è la storia vera, nessuno può negarla".
Scilingo aveva acceso una luce sulla pagina forse più buia della dittatura. Aveva fornito delle tracce per chi volesse andare a fondo, compresi i tipi di velivoli usati, gli Skyvan e gli Electra della Lockheed. Curiosamente, nessuno le aveva volute seguire. Giancarlo Ceraudo parte da lì, il suo progetto fotografico, chiamato 'Destino final' (dalla formula usata dalle compagnie aeree di lingua spagnola per indicare il punto di arrivo di un viaggio), è quello, adesso, di ritrovare gli aerei e i piloti. Viene affiancato da una giornalista, Miriam Lewin, origini ebraiche, 53 anni, sequestrata quando ne aveva 19 perché simpatizzante peronista, tenuta prigioniera per un anno a Virrey Ceballo dalla polizia federale e poi venduta alla Marina dell'ammiraglio Emilio Massera, nome in codice 'Zero', e, grazie alla conoscenza delle lingue, usata come traduttrice di giornali stranieri. In quella posizione conobbe alcuni tra gli ufficiali più feroci come Jorge Acosta detto 'El Tigre', il tenente Alfredo Astiz, 'Angel', assassino infiltrato nei gruppi delle madri di plaza de Mayo. Miriam adesso fa la giornalista, conduce il programma 'Telenoche investiga' per la rete Canal 13. Una giornalista, un fotografo. Che hanno però bisogno delle conoscenze, anche tecniche, di un personaggio assai noto in Argentina e dai multiformi interessi: Enrique Piñeyro. Nato a Genova 53 anni fa, Piñeyro è contemporaneamente medico, pilota, attore, regista e produttore. Fu lui a denunciare la compagnia per cui lavorava, la Lapa (Lineas aereas privadas argentinas) per la cattiva manutenzione dei velivoli e una serie di irregolarità. E quando, poco dopo, un aereo Lapa cadde, fu incaricato di fare l'inchiesta.
Il terzetto è ben assortito ma il suo lavoro andrebbe assai più a rilento se non esistesse, nel mondo, un gruppo di persone che dedicano gran parte delle loro energie nel seguire, dalla culla alla tomba, il destino di qualunque oggetto abbia le ali. Salvo poi pubblicare su Internet una biografia completa di ciascun aereo. Grazie alla Rete non è così complicato sapere cosa ne è stato degli cinque Electra della Marina. Uno è caduto durante la guerra delle Falkland-Malvinas, un altro è precipitato nel sud del Paese. Di un terzo si sono perse le tracce. Ne restano due. Uno, nome Ushuaia, ha trovato ricovero nel museo dell'Armada nella base 'comandante Espora' di Bahia Blanca, come se fosse un cimelio di cui menare vanto. L'ultimo, Rio Grande, ha avuto un curioso itinerario. È rimasto fermo all'aeroporto Ezeiza di Buenos Aires finché un privato ha deciso di acquistarlo per farne un ristorante, senza peraltro conoscere quale fu il suo impiego. Per trasportarlo sino al Camino de cintura, Buenos Aires, dove attualmente si trova, ha dovuto spendere un patrimonio. I costi di ristrutturazione per modificarlo si sono rivelati così alti che la strada di periferia dove è parcheggiato, sotto la vista dei cittadini della capitale, è anche diventato il suo cimitero.
Con gli Electra i militari si liberavano degli oppositori, gettandoli dal capace portellone posteriore. Gli Skyvan, invece,
avevano il vantaggio di avere un portellone ventrale, comodo da aprire. Di questi la Prefectura Naval ne aveva cinque. Uno pure abbattuto alle Falkland, un altro scomparso mentre tre vengono acquistati, nel 1995, dalla lussemburghese Cae Aviation, una compagnia che li noleggia anche alle Nazioni Unite. Quello con la sigla PA-53 è rimasto in Lussemburgo. Il PA-52 è stato venduto a una società inglese che lavora anche per il ministero della Difesa e ha finito di volare nel 2006. Sinora ha dato le soddisfazioni maggiori il terzo, Skyvan PA-51, girato nel 2002 alla Gb Airlink di Fort Lauderdale, Florida, Stati Uniti, che, sino ad alcuni mesi fa, lo impiegava per un servizio postale con le Bahamas. Un collega di Miriam Lewin di Canal 13, di base a Miami, è andato a vederlo. Senza altro intento se non fotografarlo. Forte è stato il suo stupore quando un addetto della Gb Airlink gli ha segnalato i numerosi documenti che, come vuole del resto la legge, lo accompagnano. I militari dicevano di averli distrutti. Invece no, eccoli. Parlano di quegli anni dal 1976 al 1983. I voli sospetti sono presto individuati. Ci vuole poco per un esperto del ramo come Piñeyro: "Ci sono dei tragitti da Aeroparque Jorge Newbery a Punta Indio (poco più di cento chilometri) che ci mettono 4.7 ore, cioè quattro ore e 35 minuti nel codice aeronautico. Lo stesso tempo che impiega un Bariloche-Buenos Aires, distanti 1.700 chilometri. Altri ancora Punta Indio-Punta Indio di 4.6 ore cioè 4 ore e mezza. Insostenibili. Senza contare che tutto coincide con le confessioni di Scilingo. Aeroporti usati, giorni, aerei. E oggi sappiamo anche dove i desaparecidos venivano scaricati in mare. A 500 chilometri dalla costa, seguendo la rotta sud-sud-est. E il tempo che ci vuole per quel tragitto corrisponde esattamente con quello indicato sui piani di volo".
La scoperta è choccante. No, i militari non hanno distrutto i piani di volo. Perché avevano un senso profondo dell'impunità, perché credevano che quei brogliacci emigrati all'estero non sarebbero più stati ritrovati. C'è da mettere in moto la giustizia, adesso. Non sarebbe stato possibile sino al 2005 quando le leggi 'de obediencia debida' e 'de punto final', che avevano di fatto sancito l'impunità per torturatori e killer, sono state dichiarate incostituzionali e si sono potuti riaprire i processi. Ceraudo, la Lewin e Piñeyro scelgono un Premio Nobel come Adolfo Pérez Esquivel, torturato per 14 mesi durante la 'junta', come il personaggio di prestigio assieme al quale presentare la denuncia al giudice istruttore Sergio Torres. Gli consegnano un esposto con le fotocopie della 'planilla para historial de aeronave'. Gli chiedono di acquisire gli originali attraverso una rogatoria internazionale da presentare immediatamente agli Stati Uniti (già fatto). Non c'è tempo da perdere, sono ancora in molti che temono quelle carte. E sono ancora potenti. La dittatura è finita 27 anni fa, ma per dirla con Piñeyro "solo nel 2015 quando se ne sarà andato in pensione anche l'ultimo generale, che all'epoca era magari un soldatino, le forze armate si saranno davvero ripulite". Ancora, a suo giudizio, possono compiere nefandezze nell'ombra e "controllano una parte dell'informazione". Di certo sono attive squadre della morte che agiscono con le stesse metodologie degli anni Settanta. Proprio legato a un processo riaperto contro Miguel Osvaldo Etchecolatz, ex direttore investigativo della polizia di Buenos Aires, coinvolto nella 'Notte delle matite spezzate' in cui scomparvero molti studenti di scuola superiore, c'è stato, nel 2006, il primo caso di un desaparecido durante la democrazia. Si chiama Julio Lopez, teste chiave dell'accusa. Anche il giudice di primo grado Carlos Rosanzki ha ricevuto pesanti minacce anonime. Tutto questo non ha impedito di condannare il gerarca all'ergastolo. Stessa pena comminata, in primo grado, al cappellano della polizia federale Christian Von Wernich, ritenuto responsabile di sette omicidi. In corso, riprenderà a giorni, l'importante giudizio sulla Esma.
Le nuove carte aprono la possibilità di portare alla sbarra i piloti dei voli della morte. Nelle pance dei due aerei che stanno in Lussemburgo e in Gran Bretagna potrebbero nascondersi altri fogli preziosi. Per questo l'inchiesta continua. I parenti dei desaparecidos non hanno avuto nemmeno i corpi dei loro cari da piangere. Almeno vogliono guardare in faccia chi diede l'ordine di aprire il portellone: per buttarli in pasto ai pescecani. n
L'ESPRESSO 5 MARZO 2010
SUD ISOLATO, IL CILE NEL CAOS L´ESERCITO CONTRO I SACCHEGGI
Ordine di sparare a vista a chi assalta i negozi
Coprifuoco prorogato e trenta giorni di stato d´emergenza in tutto il Paese
ALBERTO FLORES D´ARCAIS
SANTIAGO - La terra ha tremato ancora ieri mattina, una scossa 6,2 della scala Richter, ma ormai nessuno ci fa più caso. Le emergenze sono altre, i saccheggi e l´ordine pubblico a Concepción, le cittadine devastate dalle onde sulla costa pacifica, i due milioni di sfollati, il milione e mezzo di edifici distrutti. Il sud del Paese è nel caos, solo adesso, quasi tre giorni dopo il terremoto, ci si rende conto di come quella terribile scossa di sabato abbia devastato un terzo del Cile, lungo una striscia di mille chilometri. I morti ufficiali sono 723 ma il governo mette le mani avanti, «il numero è destinato ad aumentare», e decreta lo stato d´emergenza per trenta giorni.
L´esercito sta cercando di riportare la calma, ma ci vogliono diecimila soldati, inviati d´urgenza nel sud, per mettere a freno la rabbia di chi ha perso ogni cosa, la disperazione di chi cerca acqua e cibo, la violenza di chi approfitta della tragedia.
I blindati dell´esercito pattugliano le strade distrutte di Concepción, centinaia di soldati controllano gli edifici, i negozi, le banche, ma questa massiccia presenza ancora non è stata sufficiente. Nuovi incidenti, un supermercato messo a ferro e fuoco, hanno fatto seguito alla "notte senza legge", quella tra domenica e lunedì, quando migliaia di persone hanno sfidato il coprifuoco, assaltando supermercati e negozi di hi-fi, distruggendo vetrine e anche qualche casa privata. La rabbia non ha risparmiato un gruppo di vigili del fuoco che distribuivano acqua e tè, le cui auto sono state pesantemente danneggiate.
Il governo minaccia di usare le maniere forti, il coprifuoco è stato prorogato ma per il momento i poliziotti si limitano ad arrestare (sono già 160) solo coloro che saccheggiano negozi di lusso; per chi esce dai negozi alimentari con beni di prima necessità si chiude un occhio. La capitale del sud (Concepción con i suoi 500mila abitanti è la seconda città cilena) deve affrontare anche l´emergenza sfollati, decine di migliaia di persone che per due notti hanno dormito all´aperto, in tendopoli o in rifugi provvisori, mentre le squadre di soccorso stanno tentando di salvare diverse persone rimaste intrappolate sotto le macerie.
Violenze ed emergenza ordine pubblico a Talcahuano, il principale porto militare e di pesca del Cile, dove l´esercito ha ricevuto l´ordine di sparare a vista contro chi assalta negozi o edifici pubblici.
Saccheggi, anche se limitati, si sono avuti anche a Santiago. Nelle zone centrali della capitale il primo giorno lavorativo dopo il terremoto è trascorso tranquillo, ma all´alba nella popolosa zona di Maipu e a Puente Alto bande di giovani hanno assalito alcuni negozi. Milleduecento militari armati pattugliano il centro e controllano gli edifici pubblici. «È la prima volta dai tempi di Pinochet, fa un certo effetto, spero che vadano via presto», commenta all´angolo della Moneda (il palazzo presidenziale) un uomo sui settant´anni che si definisce «un vecchio militante socialista».
La zona più devastata del Paese è la costa pacifica a sud di Santiago, dove gli aiuti stentano ad arrivare. Le strade di accesso sono parzialmente distrutte, il traffico è caotico perché le vacanze estive finivano proprio nel week end del terremoto e decine di migliaia di villeggianti che si trovavano qui (o a Santiago) stanno tentando di tornare nel sud. La benzina scarseggia. Nella regione di Maule onde alte da due a sei metri hanno raso al suolo paesi e località balneari e il numero di morti è qui il più alto di tutto il Cile. 544 persone travolte dalla furia del mare per quello che il governo ha burocraticamente definito «un errore di previsione» sull´urto dello tsunami sulle coste cilene, scaricando le colpe sulla Marina militare.
Un «errore di previsione» che a Constitución è costata la vita ad almeno 360 persone. Ufficialmente i morti in questa città sul mare nella provincia di Talca sono solo sessanta, ma le immagini di devastazione che arrivano da lì non danno alcuna speranza ai trecento scomparsi, molti dei quali erano turisti in villeggiatura nell´isolotto di Orrego, proprio lì di fronte, venuti a festeggiare la «noche veneciana», la festa locale che celebra la fine dell´estate. Metà della città è rasa al suolo e il racconto dei testimoni raccolto dalle radio locali è impressionante: «Ci sono state due onde terribili, una che veniva da ovest e una da nord, si sono scontrate violentemente alla foce del fiume, si sono alzate ancora, erano almeno quindici metri, perché hanno superato gli eucalipti di fronte all´isola di Orrego e hanno travolto la città».
I corpi dei sessanta morti accertati sono stati allineati nella palestra dello stadio Municipal, con familiari ed amici in fila per il riconoscimento. Per i «desaparecidos» occorrerà molto più tempo; ce ne sono a centinaia in tutta la cosa pacifica e basta fare un rapido calcolo per capire come il numero dei morti "ufficiali" sia destinato a crescere rapidamente nei prossimi giorni.
LA REPUBBLICA 2 MARZO 2010
CILE: NUOVE SCOSSE, IL BILANCIO DELLE VITTIME È DESTINATO A SALIRE
I soccorritori stanno raggiungendo le zone più vicine all'epicentro devastate dal maremoto
MILANO - Mentre si scava per cercare di salvare le persone rimaste sepolte sotto le abitazioni crollate per il terremoto di 8,8 gradi Richter di sabato, sono salite a circa 140 le scosse di assestamento registrate in Cile di magnitudo Richter superiore a 4,5. Le repliche sismiche si sono verificate in una fascia estesa 500 km. Le vittime finora registrare sono 711, ma i soccorritori stanno raggiungendo le zone più vicine all'epicentro, colpite anche da devastanti ondate di maremoto. Si teme per i molti dispersi in queste aree, che possono essere stati spazzati via dallo tsunami. La presidente Michelle Bachelet ha detto che il bilancio delle vittime è destinato a salire, come è stato confermato lunedì mattina che dal ministro dell'Interno, Edmundo Perez Yoma.
Il terremoto in Cile
COPRIFUOCO - Il coprifuoco dalle 21 di sera alle 6 di mattina (le 10 in Italia) è entrato in vigore nella regione di Maule e a Concepcion, gravemente danneggiata dal sisma, dove centinaia di saccheggiatori hanno preso d'assalto i negozi in cerca di cibo e altri beni. Ma anche nella capitale Santiago ci sono stati espisodi di saccheggio. «Nessuno si è presentato per portare aiuti e ci serve più polizia per mantenere l'ordine. Qui c'è troppa gente che sta rubando», ha testimoniato una donna di 78 anni a Talca, una delle città più colpite dal sisma. A Concepcion i senzatetto accampati lungo le strade, hanno scatenato la loro ira contro i pompieri che stavano distribuendo acqua potabile in thermos danneggiando i veicoli dei vigili del fuoco. In alcuni casi le forze dell'ordine sono intervenute con il lancio di lacrimogeni e l'utilizzo di idranti, mentre i supermercati per evitare il saccheggio hanno distribuito gratuitamente acqua e viveri.
Onde anomale dopo il sisma
ARRIVA HILLARY CLINTON - Nelle ultime ore sono arrivati i primi aiuti internazionali provenienti dall'Argentina: tre ospedali da campo e personale medico. A Santiago l'aeroporto è stato parzialmente riaperto e sono potuti atterrare cinque voli internazionali. In serata, o al massimo martedì mattina, è previsto l'arrivo del segretario di Stato americano Hillary Clinton, che aveva già incluso una tappa a Santiago per salutare la presidente uscente Bachelet e conoscere il suo successore, Sebastian Piñera.
SCUSE IN GIAPPONE - Intanto l'Agenzia meteorologica giapponese (Jma) si è scusata per l'allarme lanciato domenica mattina per l'arrivo di uno «tsunami davastante» scatenato dal terremoto in Cile, giudicato «eccessivo». Per la prima volta dal 1993 e per la quarta dal 1952, le autorità giapponesi hanno evacuato 470 mila persone dalle coste, «invitando» un altro milione a farlo per onde anomale fino a oltre 3 metri nelle prefetture di Aomori, Iwate e Miyagi e onde fino a 2 metri lungo tutto la costa del Pacifico. Dopo la prima onda anomala da 30 centimetri, la Jma ha rilevato un maremoto fino a 1,20 metri e inondazioni parziali di porti e strade, senza vittime o danni importanti.
01 marzo 2010
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SISMA IN CILE, CENTINAIA SOTTO LE MACERIE. ALLARME TSUNAMI, PAURA ALLE HAWAII
Il bilancio ufficiale ma provvisorio è di 147 morti. Il centro monitoraggio del Pacifico: «Effetti devastanti»
SANTIAGO (Cile) - Prima il violentissimo sisma, poi una impressionante sequenza di repliche, ora l'allarme tsunami. La natura ha messo in ginocchio il Cile, colpito nella notte da un devastante terremoto. La prima scossa di magnitudo 8,8 gradi della scala Richter, a una profondità di 55 chilometri e con epicentro a 115 chilometri da Concepcion e 325 da Santiago del Cile (LA MAPPA), ha colpito le regioni centrali del Cile alle 3.34 ora locale (le 7.34 in Italia). Altre 45 scosse sono state poi registrate dall'istituto americano di geofisica Usgs, nelle successive 11 ore, nessuna delle quali inferiore alla magnitudo 5, e tutte lungo una linea di circa 500 chilometri. Il bilancio ufficiale, ancora del tutto provvisorio, è di 147 morti anche se la tv pubblica aveva parlato di 180 vittime. E si temono danni enormi dallo tsunami generato dal sisma nell'Oceano Pacifico: il Pacific Tsunami Warnin Center, ha spiegato che «il livello del mare indica che è stato generato uno tsunami che potrebbe esser devastante per le coste vicino all'epicentro e potrebbe anche minacciare le coste più lontane». Il Noaa, il centro dati statunitense sul clima ha confermato che il forte terremoto che ha colpito il Cile ha generato uno tsunami in tutto l'Oceano Pacifico che si esaurirà intorno al Giappone con onde alte pochi centimetri. Onde alte più di due metri hanno già raggiunto la costa cilena nelle città di Talcahuano, Valparaiso e Coquimbo. Il mondo intanto comincia a mobilitarsi in vista degli aiuti alle popolazioni colpite dal sisma. Il presidente americano Barack Obama ha detto che gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare il Cile. Le comunicazioni con i territori colpiti dal sisma sono difficili e l'ufficio per gli affari consolari del dipartimento di Stato Usa ha inviato i cittadini statunitensi che cercano i propri cari in Cile a usare i social network. Intanto, il responsabile dell'Unità di crisi della Farnesina, Fabrizio Romano, ha detto che «al momento non si registrano vittime italiane» nel sisma che ha colpito il Cile, «ma purtroppo è un dato provvisorio che richiede verifiche continue».
PAURA ALLE HAWAII - Svegliati dalle sirene alle 6 del mattino locali, poco prima dell'alba, gli abitanti dell' arcipelago delle Hawaii, nel bel mezzo del Pacifico, si sono immediatamente preparati all'allarme tsunami, con il timore che onde di oltre due metri di altezza possano investire aree popolose come Hilo, sull'isola di Hawaii (quella più a sud), o Kahului, a Maui, l'isola centrale. Le prime onde potrebbero raggiungere l’arcipelago alle 22.19 italiane, le 11.19 locali. Tanta paura ma situazione relativamente tranquilla sull'isola di Pasqua, 3.600 km dalla costa pacifica del Cile. Sulla base dei primi dati preliminari pervenuti, l'onda di maremoto che ha colpito le coste dell'isola, già evacuata, avrebbe registrato un'altezza media di 30 centimetri.
SANTIAGO E CONCEPCION - Mentre lo tsunami minaccia i paradisi della natura e del turismo mondiale, a Conception, una delle città cilene più vicine all'epicentro del sisma, edifici crollati, strade sprofondate di tre metri, incendi, blackout totale, niente acqua né collegamenti telefonici. Un centinaio di persone si trova intrappolato tra le macerie di un edificio di 14 piani crollato nel centro di Concepcion a causa del terremoto. A Santiago, a causa del sisma, sono crollati ponti ed edifici, ci sono difficoltà nei collegamenti telefonici, l'aeroporto è stato chiuso per i gravi danni arrecati dal sisma. Le testimonianze dei sopravvissuti sono drammatiche (GUARDA il video). «In quel minuto e mezzo di terrore ho pensato che sarei morto: era come se un mostro gigantesco mi stesse per inghiottire» ha raccontato il tecnico italo-brasiliano Felipe Spiandorin, che al momento del sisma dormiva a Las Condes, quartiere di lusso di Santiago. Duecentosessantacinque prigionieri sono evasi del carcere di Chillan, località nell'entroterra cileno 140 chilometri a sud di Talca. Lo ha scritto in un messaggio Twitter il sito del canale all news della tv pubblica cilena, Tvn 24H, affermando che la notizia è stata confermata dalla gendarmeria.
LE VITTIME - La prima scossa con epicentro nel Pacifico, di 8,8 gradi della scala Richter, ha provocato onde alte 1,3 metri di altezza. La scossa è stata avvertita violenta nella capitale cilena, dove gli edifici hanno tremato per decine di secondi ed è saltata la corrente elettrica. Disagi e blocco delle linee telefoniche anche a Valparaiso. La popolazione delle grandi città si è riversata nelle strade in preda al panico. Le autorità cilene hanno reso noto che in seguito al terremoto risultano isolate due regioni nel sud del Paese, Biobio e Talca. La notizia della prima vittima era arrivata attorno alle 9, ora italiana. Era stata poi la presidente cilena, Michelle Bachelet ad annunciare in tv che i morti accertati erano almeno sei. E da quel momento il bilancio è stato via via aggiornato con le notizie arrivate a fatica dalle diverse regioni colpite. Le stime della World Agency of planetary monitoring and earthquake risk reduction (Wapmerr), citate in queste ore dai sismologi, dicono che il disastro in atto potrebbe provocare dagli 800 ai 6000 morti.
ALLARME TSUNAMI - Ad aggravare il bilancio del terremoto potrebbe essere lo tsunami. L'allarme riguarda tutto il Pacifico. Le prime onde hanno raggiunto l'isola di Juan Fernandez, davanti a Valparaiso, dove sarebbero stati causati, secondo le notizie della radio locale, ingenti danni. E presto le onde raggiungeranno anche l'Isola di Pasqua, abitata da 3800 persone: la presidente cilena Michelle Bachelet ha informato che le autorità stanno evacuando gli abitanti delle coste dell'isola di Pasqua verso le zone più elevate dell'isola: «Esiste un chiaro pericolo di onde violente e molto intense», ha riferito. Le sirene hanno svegliato gli abitanti delle Hawaii per informarli della decisione di lanciare un allarme tsunami provocato dal terremoto in Cile. La autorità non escludono onde di oltre 3,5 metri, che potrebbero iniziare a flagellare le coste dell'arcipelago poco dopo le 11. L'aeroporto principale è stato chiuso, come anche le strade vicine alle coste. Allarme anche sul fronte opposto dell'Oceano, ovvero in Giappone - dove venerdì si era registrata una scossa di terremoto pari a 7 gradi della scala Richter - e in Australia.
VISTO DALL'ITALIA - Dall'Italia sta monitorando la situazione anche l'istituto nazionale di vulcanologia e il suo presidente, Enzo Boschi, ha spiegato che dai primi dati «lo tsunami appare essere meno devastante di quanto si pensasse. Le prime misure effettuate dai mareografi - ha spiegato - danno infatti un'altezza delle onde di maremoto pari a 1,5 metri». Lo tsunami, ha confermato Boschi, dovrebbe colpire per primi i Paesi del Sudamerica e dell'America Centrale: «Le onde di maremoto - ha spiegato - si stanno propagando ad una velocità di 500-600 chilometri l'ora e si prevede che arriveranno anche in Giappone e alle Hawaii». Nessun allarme, invece, per i Paesi occidentali (ASCOLTA l'intervista). Un esperto interpellato dal network statunitense Cnn ha detto che quello registrato in Cile è un terremoto mille volte più potente di quello che ha devastato Haiti.
I PRECEDENTI - Il Cile ha il triste primato del terremoto più forte mai registrato, quello di magnitudo 9,5 del maggio 1960, che fece 1.655 morti. La città di Concepcion, una delle più antiche del Paese (fu fondata nel 1550), nel 1751 fu letteralmente cancellata dalle carte geografiche a seguito di un terremoto associato ad un violento maremoto. Concepcion vive del suo porto, di pesca e dell'industria che si è sviluppata nei sobborghi di Talcahuano e di Huachipato. Vicino alla città si trovano alcune delle principali miniere di carbone del Cile e una grande base navale. Nel cuore dell'area colpita dal terremoto, fra le città di Concepcion e Talca, si trova anche la città natale del poeta Pablo Neruda, Parral.
GLI ITALIANI IN CILE - Dalle prime ore di sabato mattina, l'Unità di crisi della Farnesina sta raccogliendo le segnalazioni di parenti e amici di persone che risultano trovarsi nella zona del terremoto in Cile, e cerca riscontri compatibilmente con le difficoltà di collegamenti.L'ambasciata italiana a Santiago, in costante contatto con Roma è pronta a inviare un proprio funzionario sul posto per conoscere l'entità dei danni provocati dal sisma e la sorte degli italiani, circa 500, che risultano residenti nella città di Concepcion. Il funzionario partirà non appena le condizioni lo consentiranno, visto che le autorità locali hanno chiesto anche alla popolazione di evitare gli spostamenti non necessari. Su indicazione del ministro degli Esteri, Franco Frattini, che segue costantemente lo sviluppo della situazione, anche l'Unità di crisi tiene un proprio team in 'stand by' pronto a partire per la zona del disastro, per costituire un'antenna mirata all'individuazione di eventuali connazionali coinvolti nel sisma e per coordinarsi con le autorità locali.
USA E UE - La Casa Bianca «segue da vicino» le situazione dopo il terremoto in Cile, compresi i rischi di tsunami, e gli Stati Uniti sono pronti ad intervenire: lo ha detto il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si sta recando nella Situation Room della Casa Bianca per seguire minuto per minuto l'allarme tsunami alle Hawaii: lo indica con un messaggio Twitter il suo portavoce, Robert Gibbs. Anche la Commissione Ue è pronta a fare la sua parte, dando il via libera ad un finanziamento di 3 milioni di euro per aiuti di prima necessità alle popolazioni colpite dal tremendo terremoto. Lo ha annunciato il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Durao Barroso, il quale si è detto «profondamente scioccato dalla portata della devastazioni provocate dal sisma in Cile».
Redazione online
27 febbraio 2010 – Corriere della Sera
CAMBOGIA TRENT’ANNI PER FARE I CONTI CON LA MEMORIA
I PROCESSI INIZIATI CONTRO I LEADER KHMER ROSSI RESPONSABILI DEL GENOCIDIO POSSONO INFINE RIAPPACIFICARE IL PAESE
di Silvia Bonucci
Diciassette aprile 1975: i Khmer rossi fanno il loro ingresso trionfale a Phnom Penh, accolti come eroi liberatori dai volti sorridenti di un popolo spossato e allo sbaraglio, fuggito dalle campagne in fiamme e dalla carestia. Di fronte a quei ragazzini vestiti di nero, col krama intorno al collo e il berretto cinese, i cambogiani si illudono che le loro sofferenze siano finalmente finite. 17 aprile 1975: inizio dello sterminio di un terzo del popolo khmer da parte dei seguaci di Pol Pot, Brother Number One. In una manciata di ore, i due milioni di abitanti di Phnom Penh si riversano sulle strade con pochi fagotti per l’esodo forzato verso le campagne. La città brulicante di vita del giorno avanti diventa città morta, i templi e i palazzi vengono distrutti, i pazienti degli ospedali buttati giù dai letti, i soldi delle banche – simbolo dell’oppressione capitalista – gettati al vento. Tabula rasa, morte e paura. Chi non muore di fame nelle risaie, chi non viene giustiziato nei “campi della morte” per la sua appartenenza alle classi dirigenti, per il suo sapere, per il suo essere contadino diventa un traditore potenziale. O con noi o contro di noi. E anche se sei con noi, lo devi dimostrare ogni giorno, perché di te non mi fido. E tutto questo solo trent’anni fa, nell’indifferenza totale dell’Occidente. Peggio: con la complicità di buona parte dei nostri governi e delle nostre intellighenzie, ancora cariche di adrenalina per la disfatta degli americani in Vietnam, per nulla disposte ad ammettere che il rimedio possa a volte essere peggio del male. Rileggetevi gli articoli di Tiziano Terzani di quel periodo, scoprite l’incredulità di Jean Lacouture denunciata da François Bizot nel suo sconcertante libro e forse comincerete a percepire quale peculiare contesto tutto ciò è potuto accadere. Tuol Sleng, il cosiddetto S21: è fra le mura di questa ex-scuola che i Khmer rossi, capeggiati da Duch, hanno torturato e ucciso più di 15mila persone (una per una, come sempre a sprangate sulla nuca, perché le pallottole andavano conservate). Quindicimila persone fotografate e schedate meticolosa-mente, interrogate per mesi, finché non si otteneva una qualsivoglia confessione che potesse giustificarne l’eliminazione. Quindicimila persone che comprendevano donne, vecchi, bambini, anche se poi i neonati venivano presi per i piedi e sbattuti contro i muri e il loro numero esatto rimane perciò difficile da stabilire. E tutto questo senza sensibilizzazioni né tv o cortei, cartelli, concerti di protesta.
Ci sono voluti trent’anni, dopo la liberazione del paese da parte del Vietnam, per riuscire a mettere in piedi il primo processo contro i crimini dei Khmer rossi. Trenta lunghi anni durante i quali le Nazioni Unite, bloccate dai veti di Usa e Cina (accomunati dall’odio per il Vietnam e il rifiuto di riconoscere la legittimità del nuovo governo), non sono riuscite a fare giustizia. Un orrore aggiunto all’orrore, di cui nessuna opinione pubblica si è mai scandalizzata, e che ha condannato la Cambogia a non poter ancora fare i conti col proprio passato. Si può forse immaginare cosa sarebbe la Germania di oggi senza Norimberga?
Il processo del tribunale speciale contro i Khmer rossi è iniziato un anno fa, il 17 febbraio 2009. Il primo imputato è Kaing Guek Eav, nome di battaglia Duch, capo del famigerato S21. Il lungo braccio di ferro tra le Nazioni Unite e il governo cambogiano – capeggiato dall’ex Khmer rosso Hun Sen, contrario a ogni ingerenza nei propri affari interni e preoccupato da un processo che potrebbe compromettere la “riconciliazione nazionale” – si è concluso con la creazione di un tribunale misto, composto da due avvocati difensori (uno francese e uno khmer). Una soluzione che è sfociata su due linee difensive diverse, che rischiano ora di avere pesanti conseguenze sul verdetto.
Infatti, dopo essersi in un primo tempo dichiarato colpevole e aver chiesto scusa alle vittime nella speranza di ottenere le attenuanti, Duch se ne è uscito a sorpresa il 24 novembre scorso con un’altra richiesta: quella di venire semplicemente assolto in quanto vittima a sua volta del sistema imposto dai Khmer rossi. Una richiesta chiaramente pilotata dall’avvocato cambogiano agli ordini del governo di Phnom Penh, che ha lasciato sbigottito l’omologo francese, François Roux. Un’ulteriore ferita per un paese in cui sono ben pochi ormai a interessarsi al processo degli artefici di uno dei più grandi stermini del secolo scorso. Il verdetto dovrebbe essere pronunciato a primavera e dal suo esito dipenderà anche quello dei processi agli altri quattro imputati eccellenti, fra cui spicca la figura di Nong Chea, Brother Number Two, ritenuto da alcuni ancor più temibile di Pol Pot. Speriamo che nel frattempo qualcosa si muova nell’intorpidita e indifferente opinione pubblica internazionale e che il governo di Phnom Penh capisca che una mancata giustizia avrebbe effetti devastanti non solo per la Cambogia, ma per tutti noi. Poiché, come recita l’ormai celebre scritta sui muri di Auschwitz: “Chi ignora la storia sarà condannato a riviverla”.
IL FATTO QUOTIDIANO 28 FEBBRAIO 2010
A LEZIONE DAL MOSSAD
Scritto da Giulietto Chiesa - 21 Febbraio 2010
Quante volte, discutendo dell'11 settembre, mi sono sentito rivolgere domande sul funzionamento dei servizi segreti e sulla loro possibile connessione con attentati terroristici. Ogni volta è difficile spiegare a pubblici inesperti come funzionano le cose. Non ne capiscono un acca nemmeno molti giornalisti. I quali, infatti, da anni corrono dietro ad al-Qa'ida, che è la sigla, il logo, che non ha dietro un bel niente se non le capacità inventive della CIA, del Mossad e dell'MI-5.
Non ne capisce molto nemmeno quel degno e ammirevole intellettuale critico che si chiama Noam Chomsky, figuriamoci.
Per questo scrivo questa postilla alle istruttive rivelazioni che emergono dallo scandalo dell'assassinio, in Dubai, di Mahmoud Al-Mabhouh, uno dei principali dirigenti dell'ala militare di Hamas.
In scena, ovviamente, il Mossad, ma la firma non la si troverà mai. Gl'imbecilli che continuano a pensare che i complotti non esistono, non possono ovviamente capire un mondo dove il complotto è diventato la regola generale, inclusa la finanza e l'economia. Ma basta dare un'occhiata nel mucchio delle cose che si vedono, per capire come funzionano queste operazioni. Lasciamo stare i passaporti veri, rubati, con le foto false. A parte il fatto che il trucco ricorda da vicino quello che venne usato per rivelare le identità dei 19 terroristi presunti dell'11 settembre: questo è l'abc delle spie. Ma guarda invece chi ha partecipato all'operazione in Dubai.
Nota 1 – Il Mossad è imbottito di agenti arabi. Così come di ogni altra nazionalità immaginabile, in ogni scenario. Ma questo è solo il primo strato. Ce ne sono molti altri. Per esempio nelle indagini in Dubai sono incappati due ex funzionari della polizia politica palestinese (Ahmad Hasnain e Awar Shekhaiber). Nota l'”ex”. Lo erano. Adesso sono businessmen in Giordania. Si fa sempre così. E' la forma di outsourcing dei servizi segreti. Comunque sappiamo che il Mossad ha suoi uomini direttamente nei gangli vitali dell'Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. La quale è interamente al soldo della CIA. Si chiama infiltrazione. E poi andate a chiede ad Hamas di fare pace con Al Fatah: se vi ridono in faccia è perché sono gentili.
Nota 2 - Ma non penserete mica che il Mossad abbia le sue mani così corte da fermarsi agli amici degli amici! Infatti ha infiltrati anche dentro Hamas. E' finito in carcere, in Siria, uno dei più vicini consiglieri di Khaled Mashaal, il capo di Hamas. L'accusa è di essere stato la talpa per liquidare Mahmoud Al Mabhouh.
Nota 3 (storica) – A parte lo stranissimo “anarchico” Gianfranco Bertoli - che tirò la bomba contro la folla che stazionava attorno alla Questura di Milano dopo il passaggio dell'allora premier Mariano Rumor - (“anarchico” proveniente da un kibbutz israeliano, ex agente - per ammissione esplicita di Niccolò Pollari – prima del SIFAR e poi del SID) torna alla mente la rivelazione che Giovanni Galloni, stretto collaboratore di Aldo Moro, fece dopo l'assassinio dello statista democristiano. Sono le parole pronunciate da Aldo Moro in persona prima di essere rapito e ucciso: “La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la notizia che i servizi segreti, sia americani che israeliani, hanno infiltrati nelle Brigate Rosse, ma noi non siamo stati avvertiti di questo, sennò i covi li avremmo trovati”.
Lo ricordo perché tutti (in particolare i più giovani) si guardino dalle sciocchezze che circolano e non mi chiedano più se io penso che CIA e Mossad avessero infiltrati nei gruppi terroristici che parteciparono all'11 settembre. Certo che li avevano! E che li hanno! Dunque ogni volta che un attentato produce morte e paura ricordatevelo sempre: loro come minimo sapevano, come massimo hanno partecipato. La percentuale azionaria varia da caso a caso.
LA SCACCHIERA DELLE CASTE E L'OSCENO
di Pino Cabras - Megachip
I segnali erano già tanti, ma lo scandalo Fastweb, in aggiunta a Bertolaso, è un segnale ancora più forte, per come mette a nudo l'impossibilità di distinguere – in seno alle classi dirigenti italiane – fra imprenditori corsari, mafie in espansione finanziaria, politici e amministrazione pubblica. È un unico groviglio che esce dall'«Osceno», ossia dal fuori scena, dall'occulto. Si gonfia così il turbine che travolgerà la Seconda Repubblica.
Un potere che non si vedeva, che non si sentiva, che non si toccava, che molti non volevano nemmeno raccontare, ma che ora non potranno più ignorare.
Per ora non nasce tuttavia una ribellione morale “spontanea”, non può nascere dal deserto della politica di questi anni, che ha fatto evaporare i partiti. Se ora lo scandalo si sente e se fra un po' creerà movimenti, sarà “merito” della Grande Crisi economica e finanziaria, che farà certo danni alla società, a intere classi sociali, ai territori più deboli del Paese, ma tempesterà anche il potere, le sue relazioni, il collante delle clientele e delle ruberie.
Anche Tangentopoli emerse in un momento di forte sbandamento economico. Come dice l'economista Joseph Stiglitz «rimane vero che qualsiasi cosa sia insostenibile non è sostenibile per sempre». La fase terminale della Seconda Repubblica è una di quelle cose insostenibili.
È una regola di valore generale, quella di Stiglitz. In ogni paese, non solo in Italia, l'Osceno rientra in scena, a dispetto degli estremi tentativi di ritardare il rendiconto.
Gli Stati si sono dissanguati per cercare di rinviare gli effetti della crisi, ma gli esiti si annunciano distruttivi. Trilioni di dollari e di euro creati dal nulla hanno rallentato l'avvitarsi «sistemico» della crisi finanziaria globale, ma si tratta di una dilazione che avrà costi immensi, intanto che non si è risolto nessun problema strutturale. Di certo quei rimedi non sono ripetibili. La crisi si scongela e percola. La bolla del disavanzo è lì per scoppiare, e lo farà rendendo gli Stati incapaci di adempiere a molti dei loro doveri.
Quei pazzi che sproloquiano di una crisi ormai alle spalle cominceranno ad ammutolire, quando gli occhi e i raid speculativi punteranno verso Stati vicini a fallire, quando vedranno i tassi di disoccupazione impennarsi, quando si profilerà la fine degli ammortizzatori sociali per milioni di famiglie, quando si noterà il crollo repentino delle prestazioni dei servizi pubblici, anche quelli più consolidati, quando le caste militari-industriali saranno le uniche a prosperare, in mezzo all'incapacità di creare percorsi credibili di governance planetaria. Tutte tendenze già in atto, del resto.
Le banche – al di là e al di qua dell'Atlantico - hanno ripreso la loro corsa, ma questa sarà breve, di fronte alle scadenze ravvicinate dell'enorme bolla del debito.
La vicenda della Grecia è un banco di prova fondamentale per cercare di capire cosa si prepara per tutti noi. Ora però è difficile comprendere, perché le notizie filtrate dagli organi di informazione mainstream perlopiù mentono. Se non fosse così, nessuno oserebbe dire ancora che “il peggio è passato”.
In Italia la bolla della propaganda del sistema berlusconiano - che ha cooptato di fatto gran parte della presunta opposizione - ha potuto reggere corrompendo il bilancio. Ma la conosciamo, non è il caso di insistervi troppo su questa pagina.
Non è un problema solo nostrano. Ovunque la propaganda dei governi ha manipolato e dominato oltre ogni ragionevolezza l'interpretazione dei dati della Grande Crisi. Come funziona questa strana propaganda?
Il gruppo di analisti di Europe2020 fa notare ad esempio che Barack Obama ha fatto il suo solito figurone retorico quando ha dichiarato la sua ferma intenzione di "ridurre la dipendenza americana dal
debito", ma lo ha fatto mentre intanto autorizzava un aumento senza precedenti del tetto del debito USA (da 1900 miliardi di dollari a 14300 miliardi di dollari). Un divario pazzesco tra il dire e il fare: ma questo è il marchio di fabbrica di Obama, in ogni campo. Funziona? Sì e no. L'imprinting informativo dura, ma intanto Obama è molto impopolare.
Che dire allora di Nicolas Sarkozy, il quale nientemeno “prevede” una caduta nella disoccupazione francese? La realtà è che il rebus per le relazioni industriali d'Oltralpe è semplicemente terribile: come gestire un milione di persone che nel 2010 non avranno più sussidi sociali per via della perdita di posti di lavoro. E anche Sarko è impopolare.
Pure in Gran Bretagna la realtà vera non ha ancora bussato bene dalle parti del discorso pubblico. Il fatto è che a maggio si vota. Così come è accaduto in Grecia, il popolo non può sapere la verità prima delle elezioni. Oggi, mentre i giornali della City bacchettano l'Euro per la crisi greca, nascondono il fatto che a Londra cova una crisi dieci volte più catastrofica. A urne aperte, o forse anche prima, l'Osceno tornerà in scena, anche lì.
La Cina, per affogare le sue contraddizioni grandi come un continente, ha ingrandito la torta del suo PIL di un altro 10% in un anno, ma ha gonfiato una bolla di credito difficilissima da controllare, specie nel settore immobiliare, mentre si profila una classica crisi da sovrapproduzione. L'Osceno è una realtà tuttavia più dinamica, a Pechino.
Cosa nascondono dunque gli scricchiolii italiani, oltre a un paese in declino? A cosa prelude la drammatica crisi greca?
In realtà sono manifestazioni di una crisi sistemica più vasta. Sono gli alberi che nascondo una foresta di debiti assai più pericolosi (in USA e UK) e sono anche il primo passo di una nuova fase calante dell'economia mondiale a guida USA.
I leader del club anglosassone e i loro media tentano di indebolire l'attrattiva della zona euro nel momento in cui USA e UK hanno sempre più difficoltà ad attirare i capitali senza i quali crollerebbero, visto il sostrato paurosamente deteriorato delle loro economie. Sperano - ecco i due piccioni con una fava - che il Fondo Monetario Internazionale, in mano loro, arrivi a gestire qualcosa nell'Eurozona, dove ora non hanno presa. Magari ci riescono con un vecchio asset di Goldman Sachs come Mario Draghi.
Ogni casta cercherà una via d’uscita o una fuga in avanti, seguendo le ideologie e i rapporti sociali e di potere che la sostengono. In Italia la Casta gelatinosa appare in crisi. Berlusconi mette ancora in campo l’opzione piduista dell’eversione costituzionale. Perciò e pericoloso e va fermato.
Altrove le insidie sono diverse. Crescono le tensioni di fondo del grande gioco che dal Medio Oriente porta in Cina. Crescono cioè le chance per le caste militariste. L’aumento della tensione retorica intorno all’Iran va in quella direzione. Il rischio di fondo di una guerra di vaste proporzioni si scava nicchie sempre più comode. E anche questo pericolo andrà fermato.
25 Febbraio 2010
http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/2882-la-scacchiera-delle-caste-e-losceno.html
IRAN VENTI DI GUERRA
Israele vara il drone più grande del mondo e blocca la vendita di missili russi a Teheran
Segnatevi questo nome: The Heron Tp, detto anche Heron 2 e Eitan. E' il più grande drone (aereo senza pilota) mai costruito. L'hanno realizzato i ricercatori dell'Israel Aerospace Industries e l'aviazione militare d'Israele l'ha presentato ieri, domenica 21 febbraio 2010, alla stampa.
Arma micidiale. Grande come un Boeing 737, un'apertura alare di 26 metri, una quota di volo fino a 12mila metri e oltre 20 ore di autonomia. "Con l'inaugurazione dell'Heron Tp realizziamo un sogno", ha commentato durante la cerimonia di presentazione il brigadiere generale dell'aviazione israeliana Amikam Nortin, comandante della base che ospita il drone, con l'eccitazione che alcuni uomini e alcuni militari provano di fronte a strumenti di morte sempre più sofisticati. L'Heron Tp, di sicuro, inaugura una nuova fase nel suo genere. "Può fare tante missioni. Può fare anche un certo tipo di missioni speciali che nessun altro Ual - Unmanned Aerial Veihcle - (aerei senza pilota) può realizzare", ha commentato il tenente colonnello Eyal Asenheim, che fa parte dello staff che ne curerà le azioni.
Azioni, in vero, di tutti i tipi. Dal rifornimento in volo, all'intercettazione e all'oscuramento delle comunicazioni del nemico, fino a un vero e proprio attacco missilistico su un obiettivo.
L'autonomia di volo, poi, permette di colpire ben oltre il Golfo Persico. Nessuno dei militari presenti alla cerimonia dell'Heron Tp ha risposto in modo diretto alle domande dei giornalisti, ma è non è certo un segreto che il destinatario della nuova arma israeliana è l'Iran.
Conto alla rovescia? Il 16 febbraio scorso, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad l'ha detto senza mezzi termini: "Sono convinto che l'entità sionista sta cercando di dare avvio a una guerra, in primavera o in estate, ma credo anche che non sia stata ancora presa una decisione definitiva". Da Mosca, dove si è recato in visita ufficiale, gli ha risposto il premier israeliano Benjamin Netanhyau: "Non esiste alcun piano militare contro l'Iran. Sono le solite manipolazioni di Ahmadinejad, che alza la tensione in vista delle nuove sanzioni a Teheran. Sanzioni per le quali non dovremmo perdere tempo, aspettando il via libera del Consiglio di Sicurezza". Netanyahu ha le idee chiare: l'Onu è un inutile perdita di tempo. Lo dimostra la storia stessa dello Stato d'Israele, che viola tutte le risoluzioni del Palazzo di Vetro dal 1948. Inoltre, in passato, i vertici politico - militari di Tel Aviv non hanno esitato ad agire da soli: nel 1981 venne bombardato il sito di Osirak, in Iraq, dove il regime di Saddam sviluppava il suo programma nucleare. Lo stesso è accaduto nel 2007, in Siria. Nell'attesa di sapere se accadrà di nuovo, ora che all'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica (Aiea) non c'è più il segretario generale El Baradei e il nuovo corso dell'ente dell'Onu si annuncia meno morbido con Teheran, il governo di Ahmadinejad ha incassato un brutto stop.
Corsa agli armamenti. Alexander Fomine, vicedirettore del Sistema Federale russo di cooperazione tecnico - militare, ha dichiarato il 17 febbraio scorso che la fornitura di missili all'Iran è sospesa a tempo indeterminato.
"Il rinvio è dovuto a problemi tecnici, la fornitura verrà effettuata quando saranno risolti", ha detto all'agenzia Interfax il dirigente russo, che ha escluso qualsiasi coincidenza tra questa decisione e la visita del premier israeliano Netanyahu a Mosca. In realtà un nesso c'è, visto che il sistema terra-arai S-300 è ritenuto di vitale importanza dal regime degli ayatollah per difendere i siti del suo programma nucleare da un eventuale attacco mirato Usa o israeliano. Il blocco delle forniture ufficiali avviene dopo il fermo delle consegne illegali, quando gli agenti dei servizi segreti israeliani intercettarono un carico di armi per l'Iran dalla Russia. Per equilibrare lo scacco moscovita, Teheran ha annunciato - il 19 febbraio - attraverso la televisione di stato il varo del primo cacciatorpediniere di fabbricazione iraniana. "Il cacciatorpediniere Jumaran si è già unito alle forze navali dell'Iran nelle acque meridionali del Golfo Persico". Armato di siluri, il Jumaran (lungo 94 metri e con una stazza di 1500 tonnellate) è in grado di tenere sotto il controllo dei suoi radar fino a 100 bersagli nello stesso momento. Una corsa agli armamenti che nel Golfo si è arricchita anche del nuovo sistema di difesa missilistico che, a spese degli Usa, si sono dati Bahrein, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti nel mese di gennaio. In attesa delle nuove sanzioni all'Iran (che oggi ha annunciato l'apertura di altri due siti nucleare) la tensione sale e il Golfo diventa sempre più affollato di strumenti che non promettono nulla di buono.
Christian Elia
http://it.peacereporter.net/articolo/20363/Iran%2C+venti+di+guerra
LE RAGIONI DELL’URANIO
di Massimo Fini
Sulla questione del nucleare iraniano è Teheran ad avere ragione e la cosiddetta “comunità internazionale” (in realtà sono gli Stati Uniti e Israele a trascinare tutti gli altri) torto. L’Iran ha firmato, a differenza, per esempio, di Israele, che la Bomba ce l’ha (basta attraversare il deserto del Negev per vedere la sua centrale atomica), ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Cosa può e deve chiedergli la “comunità internazionale”? Di accettare le ispezioni dell’Aiea, l’agenzia Onu per il controllo del nucleare. Cosa che l’Iran ha sempre fatto. Quando, un paio di anni fa, riaprì i suoi siti nucleari fu alla presenza degli ispettori Onu. C’è un via vai continuo fra Vienna, dove ha sede l’Aiea, e Teheran di questi ispettori che c’erano anche tre giorni fa quando gli iraniani hanno inaugurato l’impianto di Natanz. L’arricchimento dell’uranio è il passaggio necessario per ottenere il nucleare civile ad usi energetici ma anche medici. Per questi usi è sufficiente un arricchimento al 20%, per l’atomica bisogna arrivare al 90%. Gli ispettori Aiea hanno accertato che, finora, gli iraniani non hanno superato il limite del 20%. E allora? Gli americani sospettano, senza lo straccio di una prova, che vi siano dei siti segreti sfuggiti agli ispettori. Ma con questa storia del sospetto allora tutti possono essere messi sotto scacco, è una specie di prolungamento della teoria della “guerra preventiva” di George W. Bush. Noi italiani stiamo riaprendo i nostri siti nucleari (se sia giusto o sbagliato non è argomento da affrontare qui) ed è come se una potenza ostile ci intimasse di non farlo perché da lì, in teoria, potremmo arrivare all’atomica. Gli americani obiettano anche che l’Iran ha il petrolio e quindi non ha bisogno del nucleare. A parte il fatto che uno Stato avrà ben il diritto di diversificare le sue fonti di energia senza dover chiedere il permesso agli americani, la BP ha calcolato che entro il 2049 il petrolio sarà esaurito. Gli iraniani considerano quindi il nucleare civile un loro diritto indiscutibile e su questo non sono disposti a trattare. Sarebbe già una gran concessione, perché lede la loro sovranità, che accettassero di far arricchire il loro uranio in Russia o in Turchia (bei soggettini anche questi, rispettosi dei “diritti umani”). Dice: Ahmadinejad ha affermato che Israele deve “scomparire dalle mappe geografiche”. Affermazioni gravi e inaccettabili, ma sono pur sempre parole. Non sono invece parole i missili atomici israeliani puntati su Teheran e i piani di attacco, anche nucleare, all’Iran di Stati Uniti e Israele svelati dalla stampa americana. E, devo dire, fa una certa impressione vedere paesi seduti su enormi arsenali atomici (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna) far la voce grossa, e indignarsi, con uno che la Bomba non ce l’ha. C’è molta prevenzione e “disinformatia” nei confronti dell’Iran. Qualche mese fa gli iraniani misero in orbita un satellite per le comunicazioni, un normalissimo satellite come abbiamo anche noi. Subito la “comunità internazionale” gridò all’“allarme” e alla “provocazione”. Idem quando testarono dei missili, missili che abbiamo anche noi. Anche la repressione dell’opposizione, almeno quella dell’11 febbraio, dove, secondo i siti antiregime, la polizia ha sparato in aria, usato spray al peperoncino, catene, manganelli, proiettili di gomma e operato decine di arresti, non mi sembra poi tanto diversa da quanto fece il governo Berlusconi al G8 di Genova. Infine l’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Iran (retrocesso al secondo posto dopo le imprudenti affermazioni di Berlusconi alla Knesset, perché a nessun premier fa piacere essere paragonato a Hitler, nemmeno a Berlusconi). Certo, non si possono barattare principi contro quattrini. Ma finché l’Iran resta dentro le regole internazionali, ha l’ambasciatore a Roma come noi a Teheran, non è il caso che ci appecoroniamo “in toto” agli interessi degli Stati Uniti. O nemmeno noi abbiamo il diritto di tutelare i nostri interessi nazionali?
IL FATTO QUOTIDIANO 13 FEBBRAIO 2010
COSA C'È DIETRO ALL'ESCALATION DELLA TENSIONE ALIMENTATA DA WASHINGTON NEI CONFRONTI DI PECHINO?
Perché gli Stati Uniti continuano a provocare la Cina? Se lo chiedono in molti, anche negli Usa.
L'escalation. Prima l'aggressivo pressing sulle emissioni inquinanti, accompagnato dalla minaccia di Obama di spiare la Cina con i satelliti militari a scopo ambientale.
Poi il durissimo attacco della Clinton alle politiche informatiche cinesi in seguito al caso Google (azienda legata alla più potente agenzia d'intelligence Usa, la National Securty Agency) che con insolito clamore ha denunciato un attacco informatico non diverso dai tanti già subiti in passato.
Pochi giorni dopo, l'annuncio statunitense della vendita di sei miliardi e mezzo di dollari di armamenti a Taiwan in funzione anti-cinese, proprio nel momento in cui i due paesi stanno iniziando a riavvicinarsi.
Poi l'annuncio dell'incontro tra Obama e il Dalai Lama a Washington.
Infine le sorprendenti dichiarazioni del presidente americano, che - proprio alla viglia dei nuovi allarmi sulla crescente disoccupazione Usa - ha apertamente accusato la Cina di mettere in difficoltà il commercio Usa impedendo la ripresa occupazionale, quasi a indicare all'opinione pubblica americana un capro espiatorio esterno per la crisi economica.
I rischi. Che interesse ha Washington ad alzare la tensione con il paese che tiene a galla artificialmente l'economia Usa in crisi, continuando a finanziare l'astronomico debito pubblico Usa (Pechino detiene ormai 800 miliardi di dollari di buoni del Tesoro americano) e a sostenere il valore del biglietto verde detenendo riserve in valuta Usa per due triliardi di dollari?
Se la Cina, stanca di sostenere la decadente egemonia economica Usa basata sul dollaro, decidesse di sfidarla creando un'alternativa basata sullo yuan, vendendo i suoi Bot americani e diversificando le sue riserve, per gli Stati Uniti sarebbe la fine.
Il problema, osservano da mesi gli analisti economici di oltreoceano, è che Pechino pare decisa ad imboccare proprio questa strada.
L'allarme. Il primo campanello di allarme è suonato nei palazzi di Washington quando, lo scorso marzo, il premier cinese Wen Jiabao ha espresso preoccupazione per il futuro degli investimenti cinesi in Bot americani alla luce della debolezza dell'economia Usa.
Pochi giorni dopo il governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, ha avanzato la proposta di abbandonare il dollaro come moneta di riserva internazionale per sostituirlo con la valuta-paniere del Fondo Monetario Internazionale (i Diritti Speciali di Prelievo) in cui inserire anche lo yuan.
Nello stesso periodo il governo cinese ha negoziato scambi valutari (swap) per 650 miliardi di yuan con le banche centrali di Hong Kong, Indonesia, Malesia, Corea del Sud, Bielorussia, Argentina e Giamaica, consentendo di fatto a questi paesi di commerciare con la Cina senza ricorrere al dollaro.
A maggio Pechino ha iniziato a comperare, per la prima volta, buoni del Tesoro Usa a breve scadenza (invece che a lunga scadenza, come aveva sempre fatto) per garantirsi una maggiore flessibilità di disinvestimento, diminuendo i rischi di perdite in caso di vendita.
A settembre il governo cinese ha iniziato a vendere all'estero i suoi primi buoni del Tesoro: ulteriore passo verso l'internazionalizzazione della valuta cinese.
Il 1° gennaio 2010, con l'entrata in vigore del Trattato di libero commercio tra la Cina e i paesi dell'Asean (Vietnam, Laos, Cambogia, Birmania, Thailandia, Malesia, Singapore, Indonesia, Brunei e Filippine, Giappone e Corea del Sud), lo yuan cinese ha iniziato la sua trasformazione in moneta di scambio regionale asiatica: esito apertamente auspicato dal governo di Pechino.
L'impotenza. Insomma, vista da Washington la situazione appare molto chiara: la Cina si sta preparando a voltare le spalle al dollaro, e a farlo in maniera tale da non subire danni economici, ovvero gettando le basi di un sistema commerciale e finanziario internazionale alternativo e basato sulla valuta cinese.
Una gran brutto affare per l'agonizzante potenza economica Usa, costretta a cooperare con chi si sta preparando a prendere il suo posto. Una situazione che risulta certamente umiliante e pericolosa agli occhi di molti esponenti del mondo politico, economico e militare americano. Poteri forti che, secondo alcuni, potrebbero essere dietro alla recente escalation di provocazioni nei confronti di Pechino.
La soluzione? Nell'aprile del 2009, quando la tensione Usa-Cina aveva appena iniziato a montare, il giornalista economico Ilvio Pannullo, scriveva su Business Online: "Stando alla storia e cercando di ritrovare esempi simili nel corso degli anni, i più maliziosi potrebbero ravvisare in questo l'inizio di una strategia della tensione per portare a qualche 'incidente' capace di creare uno stato di guerra, magari non totale, ma sufficiente a bloccare i normali rapporti economici e di mercato, con lo scopo finale di azzerare l'esposizione debitoria americana nei confronti dello stato cinese".
Per certi influenti ambienti della politica Usa, continuava Pannullo, è "insopportabile l'idea di essere così profondamente condizionati dallo stato dei rapporti economici e monetari con Pechino. Oggi è in ballo la fine dell'egemonia americana e quella è gente che non arretra davanti a nessun crimine. (...) Il momento di grande crisi sembrerebbe estremamente opportuno per poter liquidare l'enorme debito estero e dare così una speranza di ripresa".
Enrico Piovesana
http://it.peacereporter.net/articolo/20134/Perch%26eacute%3B+gli+Usa+provocano+la+Cina%3F
PECHINO ATTACCA LA CASA BIANCA "MANOVRE PER DESTABILIZZARCI"
Dalai Lama, moneta, armi e dissidenti: è gelo con gli Usa
Secco no anche alle sanzioni Onu contro l´Iran: "C´è ancora spazio per i negoziati"
Dopo il caso Tibet il regime considera non recuperabile la piena intesa con gli Stati Uniti
Giampaolo Visetti
dal nostro corrispondente
PECHINO - Lo scontro sull´imminente incontro tra il Dalai Lama e Barack Obama ha tenuto ieri in allarme i governi di Cina e Stati Uniti. Le due superpotenze sono state costrette a prendere atto che sull´invecchiata questione tibetana l´incendio è divampato pur in assenza di una qualsiasi novità. Pubblica da ottobre era l´intenzione del presidente Usa di ricevere il leader spirituale dei buddisti. Nota da sempre, ma ripetuta personalmente in novembre da Hu Jintao, era l´opposizione di Pechino. I nuovi "separati in casa" del G2 non hanno potuto così che confermare le proprie divergenze. Ma la Cina, per la prima volta dallo scoppio della crisi in Occidente, ha iniziato a rivedere lo schema del confronto con l´America. Da Pechino l´unica dichiarazione ufficiale è arrivata dal ministero degli esteri, che ha invitato gli Usa a cancellare l´incontro e a «comprendere l´estrema sensibilità delle questioni che riguardano il Tibet». Il portavoce Ma Zhaoxu ha chiarito la ragione essenziale: «Altrimenti le relazioni Cina-Usa saranno ulteriormente compromesse». Dopo il caso Tibet, la Cina considera cioè «non recuperabile la piena intesa» che aveva inaugurato la presidenza Obama e il governo è al lavoro su uno scenario segnato da «un´elevata conflittualità permanente».
I vertici comunisti hanno interpretato come «uno sgarbo deliberato» a Hu Jintao l´offensiva della Casa Bianca, che nel giro di una settimana ha denunciato la censura cinese su Internet, annunciato la vendita di armi a Taiwan e confermato la legittimazione della lotta del Dalai Lama per una reale autonomia del Tibet storico. La Cina è convinta che non sia un caso e che il pressing politico abbia «inaugurato le posizioni di forza dei prossimi anni»: su un fronte il peso del business cinese, sull´altro quello dei valori americani. Per questo le autorità cinesi, ferme nel non aderire alle pressioni Usa per rivalutare lo yuan, sono agitate. «L´impatto destabilizzante dei valori - ha detto Shi Yinhong, consulente presidenziale per le relazioni internazionali - per ora resta superiore a quello dei ricatti economici». Pechino teme che Washington sia decisa a «ricorrere ai nuovi strumenti di comunicazione» per minare dall´interno l´autorità della sua leadership. Non c´è solo l´incubo delle rivolte etniche e di un terrorismo separatista ostile allo stesso Dalai Lama. La democrazia di Taiwan e la voglia di libertà sprigionata dalla Rete, possono fermare socialmente la corsa economica del treno cinese, innescando conseguenze imprevedibili.
Al contrario, secondo un rapporto del ministero delle finanze, «gli Usa sono sempre meno spaventati dalle leve economiche di Pechino». Ogni mossa anti-americana, valutaria, industriale o fiscale, danneggia ormai prioritariamente la Cina, «con effetti paragonabili ad una instabilità politica». L´equilibrio «più importante, complesso e fragile del mondo», secondo la definizione dell´ambasciatore Usa a Pechino, è dunque al punto più basso. I vertici del partito comunista ieri hanno tacciato di «propaganda imperialista» anche l´articolo con cui il New York Times ha denunciato la sparizione da oltre un anno dell´avvocato dissidente Gao Zhisheng. La concatenazione degli «scontri su valori diversi» li sta convincendo che questi siano «la nuova arma di contenimento Usa».
Il governo ha così reagito rabbiosamente alla candidatura dei «dissidenti cinesi» al prossimo Nobel per la pace e ieri ha optato per una risposta di inedita concretezza alla Casa Bianca. Ha ufficializzato che sul nucleare iraniano «c´è ancora spazio per i negoziati», confermando il no alle sanzioni Onu sollecitate da Obama e la propria disponibilità a rifornire di energia Teheran. Ha poi citato i fornitori di armi Usa a Taiwan a cui è pronta ad applicare il blocco delle commesse. Nulla di trascendentale, ma è la prima volta che Pechino presenta a Washington i costi economici delle sue scelte. A turbare il Pentagono è stato però il terzo annuncio, con cui il ministero della difesa cinese ha rivelato «significativi stanziamenti per l´ammodernamento e il potenziamento delle forze armate». L´agenzia di Stato ha riferito di «investimenti per missili avanzati, sottomarini e sistemi di difesa aerea a lungo raggio». L´intelligence americana si è detta «molto preoccupata per la mancanza di trasparenza e per la natura dello sviluppo militare cinese», spostando al primo posto «i programmi di guerra elettronica e l´impressionante impulso dato alla flotta navale». Un editoriale del giornale del partito, ha spiegato che «Google, Taiwan e Tibet sono solo i fanti dell´offensiva di un´America costretta a ridefinire le sfere d´influenza del secolo». «Ma queste ore - ha osservato un diplomatico europeo - riservano anche due buone notizie. Se Cina e Usa si azzuffano, significa che ancora se lo possono permettere. E che si incrina il pericoloso direttorio globale del G2».
LA REPUBBLICA 4 FEBBRAIO 2010
SCONTRO STELLARE
Scontro stellare - Immagine composta realizzata con il telescopio stellare a raggi X Chandra e altri tre telescopi terrestri che mostra il prossimo scontro tra le galassie NGC 6872 e IC 4970 (Chandra X-Ray Observatory/Afp)CD)
18 Febbraio 2010
Link: http://web.tiscali.it/vanni_38/astro46.htm
http://www.corriere.it/gallery/scienze/12-2009/spazio/1/piu-belle-foto-2009-spazio_9530d0f8-efdc-11de-b696-00144f02aabc.shtml#2
LE COLPE DEI PADRI RICADONO SUI FIGLI E QUELLE DEI FIGLI SUI NIPOTI
di Paolo Farinella, prete – 17 Febbraio 2010
Ho ricevuto da diverse parti il seguente testo a cui ho dato un titolo che a me pare appropriato. Il testo circolava senza fonte, ma solo con il nome dell’autrice. Sembrava troppo cucito su misura per correre il rischio di divulgarlo senza essere certi e sicuri della sua origine. Ho chiesto a chi me l’ha inviato e dopo qualche ricerca, mi è stata data la fonte bibliografica che faccio mia e che pertanto pubblico. Inutile dire lo sdegno e l’amarezza per una ripetizione di condizione e di comportamenti che condannano l’Italia all’estinzione. Ho sempre creduto che la vita fosse responsabilità di chi la vive e di come la vive, di fronte a questo testo devo rassegnarmi all’ineluttabilità del «fato», cioè una condanna ancestrale che ha sanzionato in qualche anfratto infernale che l’Italia non merita di essere né libera né democratica. A meno che … insieme non facciamo la rivoluzione, ribellandoci, scioperando e principalmente sussultando di orgoglio e indignazione in nome della dignità di uomini e donne liberi, oggi brutalizzati da un governo e un parlamento ignobili e immorali che hanno svuotato l’Italia della sua anima e forse anche del suo riscatto.
Ecco il testo di Elsa Morante [con citazione bibliografica]:
«Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto.
Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano.
Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare».
Morante Elsa, Opere, vol. I, Mondadori (Meridiani), Milano 1988, L-LII.
Post Scriptum: Qualunque cosa abbiate pensato, il testo è del 1945 e si riferisce a Mussolini.
Paolo Farinella, prete – Chiesa di San Torpete (= St. Tropez) – Genova
MARJAH, LA FALLUJAH DI OBAMA
Le truppe Usa continuano a impedire l'evacuazione dei feriti nell'offensiva, che prosegue con bombardamenti su aree abitate e feroci combattimenti
"Anche oggi (lunedì, ndr) c'è un gran via vai di caccia ed elicotteri e si continuano a sentire gli echi di forti esplosioni e di sparatorie provenienti dalla direzione di Nadalì, la zona dei combattimenti più vicina a noi", racconta Matteo Dell'Aira, capo infermiere dell'ospedale di Emergency a Lashkargah. "Gli operatori sanitari in zona non hanno ancora ottenuto dalle truppe Usa il permesso di evacuare i civili feriti da Marjah per portarli nel nostro ospedale, dove continuano ad arrivare solo i pochi feriti che riescono ad aggirare i checkpoint o che ci vengono direttamente consegnati dai militari britannici del locale Prt. Il bambino di sette anni arrivato ieri con un proiettile in corpo lo abbiamo operato e ora è fuori pericolo".
Missili Usa sui civili. Mentre a Marjah, a causa del blocco militare Usa che impedisce di evacuare i feriti, altri civili rischiano di morire per mancanza di cure adeguate - nel finesettimana ne sono già deceduti sei - a Nadalì si contano i cadaveri dei civili rimasti uccisi sotto le macerie di una casa distrutta ieri in un bombardamento dell'artiglieria americana: almeno dodici morti, tra cui cinque bambini. I generali Usa si sono scusati, dicendo che si è trattato di un errore di mira: due missili sono caduti a 300 metri dall'obiettivo stabilito colpendo l'edificio sbagliato. Cose che capitano quando si bombarda un centro abitato con missili sparati da oltre venti chilometri di distanza - in questo caso dalla base di Camp Bastion.
"E' come a Fallujah". Nonostante le dichiarazioni di alcuni generali afgani che parlano di talebani in rotta e di vittoria ormai vicina, le truppe alleate continuano a incontrare una forte resistenza da parte dei guerriglieri talebani.
Il capitano Ryan Sparks, al comando della compagnia Bravo del 1° battaglione, 6° reggimento Marines, ha paragonato l'intensità dei combattimenti in corso a Marjah con quelli dell'attacco a Fallujah, in Iraq, nel 2004. "E' come a Fallujah, salvo che qui ci sparano addosso da tutte le parti perché non avanziamo in linea retta, ma da direzioni diverse".
Secondo i comandi alleati, finora gli insorti uccisi sono 35 e le perdite subite sono solo 5.
I talebani hanno però dichiarato di aver perso solo 6 uomini (tutti gli altri sarebbero civili) e di aver ucciso 192 soldati, tra soldati afgani e stranieri.
Messaggio dei talebani. Dai talebani è giunto ieri anche un messaggio per il presidente Obama in occasione del ventunesimo anniversario del ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan (15 febbraio 1989): "Gli americani dovrebbero capire che se hanno bisogno di 15 mila uomini per prendere il controllo di un solo distretto, per impossessarsi di tutti i 350 distretti dell'Afghanistan dovrebbero utilizzare oltre 5 milioni di soldati. I dirigenti della Casa Bianca trarrebbero maggior vantaggio a comprendere la lezione della storia invece di abbandonarsi a esibizioni di forza: Obama, come Gorbaciov, deve guardare realisticamente la realtà sul terreno in modo da mettere fine alla tirannia e alla repressione nei confronti degli afghani, invece di portare altre sventure all'America".
Cheney con Obama. Ma per ora il premio Nobel per la pace Obama sembra più in sintonia con i falchi guerrafondai dell'era Bush che con l'ex premier russo - anch'egli insignito del Nobel per la pace (forse a maggior ragione). "Appoggio completamente quello che l'amministrazione Obama sta facendo in Afghanistan", ha dichiarato l'ex vicepresidente Dick Cheney. "Penso che il presidente abbia fatto la scelta giusta quando ha deciso di inviare altri soldati".
Enrico Piovesana
15-2-10 Peace Reporter
LA SCUOLA DELLA GUERRA
La riforma scolastica del ministro Gelmini e gli affari con Finmeccanica
Scritto per noi da Stefano Ferrario
Il Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Scientifica, On. Mariastella Gelmini, e il presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, hanno firmato un protocollo d'intesa per l'avvio della sperimentazione del nuovo Progetto di Riforma relativo agli istituiti tecnici superiori (ITS), denominato "Tecnici Superiori per Finmeccanica".
Uno degli anelli fondamentali delle aziende a prevalente produzione bellica è la collaborazione con le scuole del territorio dove esse sono ubicate. Vi sono le storie di alcuni scambi tra AgustaWestland, Alenia Aermacchi e le scuole elementari e medie inferiori della provincia di Varese e Novara. Ora siamo di fronte ad un fatto grave che, in sostanza, vede un accordo sistematico di ingresso del "privato" (Finmeccanica, anche se va ricordato che circa un terzo delle azioni di Finmeccanica sono possedute dal Ministero del Tesoro) nel "pubblico" (il sistema scolastico pubblico), per la formazione in loco della forza lavoro altamente qualificata necessaria all'azienda, con i finanziamenti di questo percorso ad opera del "pubblico" (ad esempio il Ministero dell'Istruzione, Università e Ricerca Scientifica - MIUR).
Vediamone i dettagli. L'intesa si prefigge la partecipazione di Finmeccanica, attraverso le proprie aziende presenti sul territorio, alla costituzione di Fondazioni che sorgeranno in Piemonte, Toscana, Campania e Puglia.
Come contribuiranno al progetto le aziende della holding italiana? Si muoveranno su tre livelli: "Governance, individuando propri rappresentanti nel consiglio direttivo e nel comitato scientifico delle Fondazioni; Asset, con personale interno che fornirà attività di docenza (per la metà delle ore curriculari previste) e la disponibilità ad utilizzare le proprie strutture interne (ad esempio laboratori e macchinari); Placement, selezionando i giovani partecipanti più meritevoli per l'inserimento in azienda."
Chi sosterrà la riforma degli ITS è il "pubblico" e saranno, appunto, il MIUR, le Regioni e, in quota parte, il Ministero dello Sviluppo Economico.
Finmeccanica dichiara che "il progetto è pienamente in linea con le strategie del Gruppo, da sempre attento alla valorizzazione delle persone, alla loro formazione ed al loro sviluppo professionale, nella convinzione che il sapere tecnico e una cultura del saper fare siano le chiavi per rispondere adeguatamente alle sfide attuali." Pier Francesco Guarguaglini sottolinea, inoltre, che "questo progetto rispecchia i valori e le caratteristiche del nostro Gruppo, votato alla continua innovazione tecnologica, alla ricerca dell'eccellenza, alla valorizzazione del merito e alla cultura del lavoro; con una particolare attenzione al territorio, considerato che Finmeccanica è una realtà internazionale, ma, al tempo stesso, molto sensibile alle specificità dei territori nei quali opera."
Dal canto suo Mariastella Gelmini, mionistro dell'istruzione afferma che con questa modalità "si da concretezza ad un obiettivo che il Ministero sta perseguendo con determinazione: rafforzare le competenze di base del sistema scolastico, per preparare in maniera adeguata i giovani alle sfide del mondo del lavoro."
11-2-10 Peace Reporter
Dalla scrittrice albanese Elvira Dones riceviamo questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle "belle ragazze albanesi". Durante il recente incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all'Albania. Poi ha aggiunto: "Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze".
In nome delle belle ragazze albanesi. "Signor Berlusconi, basta battutacce"
"Egregio Signor Presidente del Consiglio,
le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."
Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel
puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.
Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.
* Elvira Dones, scrittrice-giornalista.
Nata a Durazzo nel 1960, si è laureata in Lettere albanesi e inglesi all?Università di Tirana. Emigrata dal suo Paese prima della caduta del Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha vissuto e lavorato in Svizzera. Attualmente risiede negli Stati Uniti, dove alla narrativa alterna il lavoro di giornalista e sceneggiatrice.
(15 febbraio 2010)
http://www.repubblica.it/politica/2010/02/15/news/scrittrice_albanese-2292563/
AHMADINEJAD E OBAMA: DUE ATTORI PER UN FINALE GIÀ SCRITTO?
di Simone Santini - 09 Febbraio 2010
Mentre le immagini di esercitazioni missilistiche in Iran, anche quando si tratta di test dell'industria aero-spaziale nazionale, riempiono gli schermi dei notiziari occidentali, ingenerando l'impressione di una incombente e oscura minaccia, ben poca eco ha invece avuto il dispiegamento voluto da Obama delle batterie di missili patriots nei paesi arabi del Golfo persico.
Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi. Ognuno di questi paesi, secondo il generale Petraeus, riceverà due batterie di sistemi di missili anti-missile difensivi denominati patriots, mentre negoziati sono in corso con l'Oman. Il termine "difensivo" non deve trarre in inganno. Il sistema è concepito per rispondere ad eventuali rappresaglie iraniane in seguito ad un attacco che coinvolga la penisola arabica come corridoio aereo. In questo modo Washington intende ottenere una serie di risultati: accrescere la pressione su Teheran; rassicurare i paesi arabi vicini senza l'intervento sul posto di truppe che potrebbero contrariare le opinioni pubbliche di quei paesi; calmare e dissuadere Israele da un attacco preventivo.
I paesi arabi del Golfo sono sempre più inquieti a fronte della tensione internazionale che cresce fra Iran e Occidente e per quella che viene avvertita come una intensificazione del paese persiano quale potenza regionale, con effetti destabilizzanti verso le proprie minoranze sciite interne.
Da più parti, ormai, ed in maniera sempre più esplicita, si ammette che la crisi sul nucleare possa sfociare in un aperto conflitto. Secondo il Washington Post il coordinamento militare tra gli Usa e questi paesi si sta rafforzando sempre più strettamente negli ultimi anni. Con l'aiuto americano l'Arabia Saudita sta allestendo una armata che conta circa 30mila uomini. Gli Emirati Arabi Uniti, principale cliente bellico degli Usa, hanno speso nell' ultimo biennio 17 miliardi di dollari per sistemi di difesa elettronici ed aerei da combattimento (tra cui 80 F-16).
L'Iran ha dunque comunicato alla AIEA l'intenzione di procedere unilateralmente all'arricchimento del suo uranio dal 3,5% al 20% per usi civili (nella fattispecie per il settore medico radiologico). La notizia è giunta dopo giorni di passione.
Lo scorso 2 febbraio, il leader dell'opposizione Mir Hossein Mussavi aveva lanciato un durissimo attacco contro le istituzioni statali, arrivando a delegittimare dalle fondamenta il sistema della Repubblica islamica nato dalla rivoluzione e che "mostra le radici della tirannia e della dittatura [...] Non c'è dittatura peggiore di quella in nome della religione [...] La più evidente manifestazione di un atteggiamento tirannico sono i ripetuti abusi del parlamento e del potere giudiziario, in cui abbiamo completamente perso speranza [...] Reprimere i media, riempire le prigioni e uccidere brutalmente persone che pacificamente chiedono il rispetto dei propri diritti dimostra che le radici della tirannia e della dittatura sono rimaste intatte dall'epoca della monarchia. Non credo che la rivoluzione abbia raggiunto i suoi obiettivi".
Le dichiarazioni di Mussavi anticipavano di poche ore una apertura di Ahamdinejad all'Occidente sulla possibilità di trasferire il nucleare all'estero: "Non c'è davvero alcun problema. Taluni si agitano per niente. Firmiamo un contratto. Diamo loro dell'uranio arricchito al 3,5% e nel termine di quattro, cinque mesi, ce lo restituiscono al 20%".
L'apertura era confermata dal ministro degli Esteri Manucher Mottaki che il 5 febbraio alla Conferenza internazionale di Monaco di Baviera sulla sicurezza dichiarava "vicino" un accordo "soddisfacente per tutte le parti [...] personalmente ritengo che si siano create le basi per procedere a uno scambio in un futuro non troppo lontano". Ma le aperture venivano immediatamente gelate dal segretario alla Difesa americano Robert Gates: "Non ho l'impressione di vedere che siamo più vicini ad un accordo, l'Iran non ha fatto nulla per rassicurare la comunità internazionale della sua volontà di rispettare il Trattato di non proliferazione o metter fine ai progressi verso un'arma nucleare".
Per la prima volta, in modo pubblico ed esplicito, Robert Gates si schiera frontalmente contro l'Iran. È questo un passaggio determinante, provenendo da un esponente della Amministrazione americana a capo (almeno nel ruolo pubblico) della componente realista che aveva auspicato il dialogo con Teheran. Ciò significa che il cambiamento di strategia, le decisioni prese dietro le quinte nei mesi scorsi possono ora essere dichiarate apertamente. Una sorta di chiarificazione e accelerazione, i ponti sono stati rotti e il governo americano si muove con compatta unità di intenti.
Non a caso il sito della televisione iraniana Press-Tv ha anche divulgato la notizia che il capo della CIA Leon Panetta (altro esponente ascrivibile alla "fazione" di Robert Gates) si è segretamente recato alla fine di gennaio in Israele per incontrare il primo ministro Netanyahu, il ministro della Difesa Ehud Barack, e il capo del Mossad Meir Dagan. Motivo del meeting (inizialmente previsto per il mese di maggio) la crescente possibilità di una guerra nella regione. Obiettivi indicati: Iran, Libano, Siria, Hamas nei Territori occupati (1).
Si è arrivati infine al 7 febbraio, quando Ahmadinejad nel corso di un discorso televisivo, ha annunciato: "Avevo detto (alle grandi potenze) che concedevamo dai due a tre mesi (per concludere un accordo sullo scambio di uranio) e che se non fossero stati d'accordo avremmo cominciato da soli. Adesso, dottor Salehi (capo dell'agenzia atomica iraniana), avviate la produzione di uranio al 20 per cento con le nostre centrifughe".
Il proposito iraniano di procedere autonomamente, è giusto ricordarlo, non è una provocazione o una sfida come hanno titolato la quasi totalità dei media occidentali, ma, dal punto di vista giuridico internazionale, l'attuazione di uno specifico diritto. L'Iran, infatti, quale sottoscrittore del Trattato di Non Proliferazione ha la possibilità di arricchire uranio, sotto controllo AIEA, come sta regolarmente accadendo, per scopi civili.
Altro discorso riguarda l'opportunità politica. La risposta occidentale è stata aspra con l'annuncio di sanzioni dure, paralizzanti. "Se la comunità internazionale resta unita, siamo ancora in tempo perché le pressioni sull'Iran e le sanzioni abbiano l'effetto desiderato, ma dobbiamo lavorare insieme. La comunità internazionale ha offerto molteplici possibilità all'Iran di rassicurare sulle sue intenzioni riguardo al programma nucleare. Ma i risultati sono stati molto deludenti" ha dichiarato ancora Robert Gates.
E l'ammiraglio italiano Giampaolo Di Paola, presidente del Comitato militare della Nato, in una intervista a La Repubblica, ha illustrato il clima cupo che si respira nelle cancellerie occidentali verso l'Iran ("su Teheran buio pesto"), e quanto le aperture iraniane come quella di Mottaki fossero state percepite come l'ennesimo tentativo di guadagnare tempo, "una presa in giro", la mancata comprensione della "gravità del momento" (2).
E tuttavia, una lettura più attenta dei fatti può portare a considerazioni molto più ragionevoli ed obiettive. Ahmadinejad e l'Agenzia atomica iraniana hanno specificato che in caso di accordo l'arricchimento dell'uranio può essere sospeso in qualunque momento. Questo elemento e le aperture precedenti dimostrano quanto il governo iraniano stia disperatamente cercando una via d'uscita e tentando di ottenere una sponda favorevole dall'esterno.
Ahmadinejad si trova di fatto assediato all'interno del paese. Da un lato l'onda verde che, con le parole di Mussavi, minaccia il cuore stesso del regime; dall'altra parte l' "opposizione" conservatrice, pronta a cogliere ogni passo falso del presidente per intaccarne il suo blocco di potere (Alì Larijani è tornato a ripetere che l'offerta occidentale sull'uranio è solo un "imbroglio"). Il governo, dunque, deve mostrasi tanto forte all'interno quanto pronto ad accettare una offerta onorevole all'esterno, a cui aggrapparsi, che gli consenta di salvare l'intero quadro. Dimostrare debolezza potrebbe portare allo sfaldamento del sistema; troppa durezza sfociare in un conflitto drammatico.
Diplomaticamente gli occidentali si trovano, ora, nella migliore condizione possibile per concludere un accordo vantaggioso. Se la mano tesa ("open hand") di Obama fosse stata sincera, è in questo frangente che essa avrebbe dovuto mostrarsi. Invece, dopo un periodo di silenzio sul tema, oggi (9 febbraio) arriva da Obama il segnale definitivo di chiusura, la porta sbarrata. "L'Iran si è posto sulla strada per ottenere la bomba. Questo è inaccettabile. [Stati Uniti e alleati svilupperanno] un significativo regime di sanzioni". Il partito della guerra voleva arrivare, a questo stadio del processo, in questo preciso punto.
Un ruolo di mediazione poteva essere svolto efficacemente dall'Italia. Per la sua storia, per i legami economici con Teheran, per la credibilità del governo Berlusconi presso il mondo islamico, visti i buoni rapporti con Gheddafi e le ultime affermazioni sui crimini del colonialismo italiano in Africa che ottima impressione avevano destato dall'altra parte del Mediterraneo. Questo credito è stato completamente bruciato con la recente visita del premier in Israele ed il discorso pronunciato alla Knesset.
Il riposizionamento della politica estera italiana totalmente a favore di Israele, le accuse rivolte all'Iran e la giustificazione dell'operazione "piombo fuso" a Gaza, hanno avuto l'effetto diplomatico, questo sì, di una bomba nucleare sui rapporti bilaterali con Teheran.
Anche analisti prudenti come Lucio Caracciolo hanno avvertito la problematicità dello strappo: "Gli attacchi senza precedenti di Silvio Berlusconi al regime iraniano rappresentano probabilmente anche il frutto dei suoi recenti incontri con i dirigenti israeliani. [...] Nel nostro rapporto con Gerusalemme verremo valutati soprattutto per quello che vorremo e sapremo fare contro Teheran. In particolare, bisognerà vedere fino a che punto saremo disposti a sacrificare i nostri tradizionali, corposi vincoli economici e commerciali con l'Iran. [...] In ogni caso, i prossimi mesi saranno decisivi. Se le sanzioni non ci saranno o saranno inefficaci, è possibile che non solo in Israele, ma anche negli Stati Uniti torni a farsi sentire il partito del bombardamento, come unica alternativa alla bomba atomica iraniana. In quel contesto, evidentemente, noi italiani avremmo poco da dire. Ma certamente saremmo tra i primi a subire direttamente e indirettamente le conseguenze di una guerra. I nostri uomini in Libano e Afghanistan sono, di fatto, sotto un ambiguo ombrello di protezione iraniano. È ovvio che, in caso di conflitto, questa protezione cadrà. I nostri contingenti sarebbero probabilmente oggetto delle prime rappresaglie iraniane. Ma non è detto che queste considerazioni siano state presenti a Berlusconi nel momento in cui si lanciava nell'offensiva verbale contro Teheran" (3).
Il tentativo odierno dell'assalto all'ambasciata italiana in Iran mostra quanto delicato sia il momento. Da possibili pompieri ci troviamo nel mezzo del fuoco che abbiamo contribuito ad accendere. Ma i tafferugli che sono avvenuti devono preoccupare anche in altro senso.
Quello che Caracciolo chiama "il partito del bombardamento" necessita di un ulteriore scatto nell'escalation della crisi. In vista dell'11 febbraio, anniversario della vittoria della rivoluzione islamica, è previsto un picco di tensione negli scontri di piazza. Le azioni verso le ambasciate occidentali denunciano l'esistenza di gruppi di ultrà (ispirati chissà da chi) che si stanno predisponendo allo scontro, col rischio di autentici scontri civili fra opposte fazioni. Uno scenario che potrebbe facilmente degenerare e sfociare nell'imposizione della legge marziale, arresti indiscriminati (se non peggio) tra la popolazione e tra i leaders del movimento di protesta. Insomma, una sorta di colpo di stato militarista non più strisciante ma palese. A quel punto l'allarme verso un paese non più sotto controllo (e determinato ad avere la bomba) equivarrebbe ad uno stato di urgenza e necessità che può giustificare qualunque intervento dall'esterno.
(1) Secret CIA-Mossad meeting, preparation for new war? Press-Tv
http://www.presstv.ir/detail.aspx?id=117579§ionid=351020202
(2) "L'Iran nucleare minaccia del secolo". L'allarme dell'ammiraglio Di Paola. La Repubblica, 7 febbraio 2010.
http://www.repubblica.it/esteri/2010/02/07/news/di_paola_iran-2222233/
(3) "Se Berlusconi lancia l'offensiva anti Iran", Lucio Caracciolo
http://temi.repubblica.it/limes/se-berlusconi-lancia-loffensiva-anti-iran/10777Si
Clarissa.it
SULLA ROTTA DEI LADRI DI BAMBINI. IN BENIN VENDUTI PER FARE I DOMESTICI
Quello che succede ad Haiti è solo la punta dell’iceberg. Sono 40 mila ogni anno e ognuno costa 40 euro
Bernadette ha treccine ribelli e occhi che sembrano volerti strappare l’anima. Gioca con la nostra macchina fotografica, scatta ritratti belli e primordiali, e a 13 anni è già veterana della vita. Una sola volta ha provato la paura vera, quella che ti attanaglia le viscere e ha il sapore della fine: quando la zia, sua carceriera, sorprendendola a rubare del riso le ha detto che l’avrebbe fatta a pezzi per donare il suo cuore sanguinante alla madre. Era stata lei a convincere i genitori di Bernadette ad affidargliela, quando aveva 7 anni: «La porto lontano da questa miseria, la faccio studiare». La infila in auto, all’alba, verso la frontiera di Kraké che separa il Benin dalla Nigeria. Nella bolgia del mercato addossato al confine, le piazza una tanica d’acqua in testa e pacchi di biscotti sotto braccio. «Portali oltre la sbarra, non voltarti. Io sono dietro di te». Bernadette esce dal Benin così, come 40mila piccoli fantasmi ogni anno: camminando nella polvere tra la folla che ondeggia tra i due Stati come un serpente lento, sotto lo sguardo pigro dei doganieri. Nessuna domanda. Nessun controllo. La zia la raggiunge, la porta a Lagos. La mette a lavorare nel suo spaccio di bibite con altre due piccole beninesi: le ribattezza tutte Fumilajo, perché cancellare memoria e identità rende docili i bambini. «Ci svegliava alle 5 e fino a sera portavamo pesi, vendevamo, pulivamo. La zia ci dava poco da mangiare perché costava. Ogni tanto tornava dai miei genitori a chiedere soldi per la mia scuola ». Bernadette è analfabeta e stremata dalle bastonate. Un giorno fugge, d’istinto. Si nasconde nell’immondizia. Una donna sconosciuta le dà da mangiare, poi l’affida al figlio che va a Kraké e la consegna alla polizia beninese. Ma lei non sa più il nome del suo villaggio, della famiglia, nemmeno il suo: per due anni vaga da un centro d’accoglienza all’altro finché arriva qui, dalle suore Salesiane di Cotonou, capitale economica del Benin. Loro la iscrivono a scuola, rintracciano i suoi con un appello alla radio ma decidono di tenerla con loro: la zia reclama la piccola manovale, i genitori prima o poi cederebbero, e Bernadette sarebbe ancora in marcia sulle rotte degli schiavi.
Benin, sulla rotta dei ladri di bambini
Strana Africa, il Benin. Si bagna nel golfo di Guinea, s’appoggia a est sul gigante nigeriano ed è alieno da certi stereotipi del continente nero: Paese democratico dopo la fine del regime comunista; ignaro di guerre civili, tragedie umanitarie, epidemie di Aids. Povero, certo (il reddito medio è 490 euro l’anno; il 47 per cento degli 8 milioni di abitanti vive con meno di un dollaro al giorno): quando era colonia francese, seppelliti i regni sanguinari del Dahomey, si dava arie da “quartiere latino dell’Africa occidentale” snobbando le fatiche dei campi per darsi al commercio. Si vendevano anche gli schiavi ai negrieri portoghesi, sotto i sovrani di Ouidah; oggi si scambiano merci di ogni genere, si contrabbanda benzina dalla Nigeria. E si esportano bambini. Dai 5 anni in su. Venduti da genitori disperati a trafficanti professionisti per l’equivalente di 40, 60 euro, o affidati a parenti che promettono studi e carezze e invece sono intermediari delle mafie: li trascinano in Nigeria, Gabon, Costa d’Avorio, Congo, per piazzarli come domestici, nelle cave, fra le bancarelle dei mercati. Nel 2001 il mondo leggeva del battello Etireno, che vagava nel golfo di Guinea con il suo carico umano: i baby-schiavi erano solo 43, ma bastò per indagare e accorgersi che il Benin era, e rimane, la piattaforma della tratta di bambini nell’ovest africano. Un rapporto del governo e dell’Unicef indica oltre 40mila giovani vittime ogni anno. Provengono dalle campagne e dai villaggi di palafitte sul lago Nokoué, dove si campa vendendo pesce a Dantokpa, il più grande mercato dell’Africa occidentale sdraiato nella laguna di Cotonou. Otto su 10 attraversano, senza documenti, frontiere di burro: via terra in Nigeria, per mare in Gabon. L’86 per cento sono femmine. Come Bernadette. Come Elizabeth ed Esta, 13 e 12 anni, sguardi disorientati, appena rimpatriate e accolte dalle Salesiane: vendute dagli zii come serve in Nigeria, si sono incontrate e sorrise al consolato beninese di Lagos e da allora sono inseparabili. Hanno dimenticato la lingua fon, parlano un ostico melange di yoruba e inglese di Lagos. La ricerca delle loro famiglie è appena cominciata.
«I numeri non sono che stime per difetto» ammette il sottosegretario al ministero per la Famiglia e l’infanzia, Rigobert Hounnouvi, un omone in tunica blu elettrico. Ci parla della legge del 2006 che finalmente punisce i mercanti d’infanzia, e dell’accordo con la Nigeria per frenare l’emorragia umana. Ma fa intendere che il budget ridicolo del suo ministero paralizza l’azione, e il fatto che solo il 60 per cento dei nuovi nati sia registrato all’anagrafe produce eserciti di baby fantasmi. Il corpo di polizia creato contro la tratta dei minori, con soli 12 uomini, non fa che il solletico ai trafficanti: il numero verde per le denunce è sempre occupato, e i 26 bambini appena intercettati su una nave diretta in Gabon sono stati frettolosamente rispediti da padri che dopo due settimane li avevano già rivenduti. «Una madre me l’ha detto chiaro: “Se mi lasci la bimba la rimando in Nigeria” » racconta suor Maria Antonietta Marchese, che dopo una vita da insegnante in Piemonte se n’è costruita un’altra da missionaria a Cotonou, disegnando un futuro per le bambine schiave. «Non è solo la povertà, la radice della compra-vendita» spiega. «È una tradizione degenerata: si chiama vidomegòn, l’affidamento di bimbi poveri a famiglie facoltose per farli studiare. Ormai anche i funzionari statali vanno nei villaggi in cerca di piccole serve o baby sitter». Nella casa d’accoglienza delle Salesiane, finanziata dall’Unicef, centinaia di ex ragazze vidomegòn studiano, diventano sarte, parrucchiere, cuoche. Si riconciliano con la propria dignità. Talvolta con la famiglia. A Porto Novo, capitale politica del Paese, si occupa dei ragazzi il salesiano spagnolo Juan José Gómez, ascoltando da ognuno un identico, incomprensibile desiderio: «Riabbracciare i genitori, quelli che li hanno venduti per quattro soldi. Hanno un’inesauribile capacità di sopportare: sono vivi e questo, per loro, è sufficiente per sorridere di nuovo». Julie, 15 anni, è un fiume di parole: dice del padre che l’ha affidato alla nonna, di lei che lo ha portato in Nigeria per venderlo al padrone di una cava, di sé che scappava seguendo un’unica immagine: il volto del padre. E Pacôme, magro e curvo, sorpreso con decine di ragazzini mentre montava su un camion nel mercato di Dantokpa, mimetizzato fra le cipolle dirette oltre confine. Era il suo secondo viaggio: «Io dovevo andare a Lagos» scandisce con una gravità che non si addice ai suoi 10 anni «mio padre non ha soldi». Ruphine ha 18 anni e parla un ottimo francese. Suor Maria Antonietta l’ha vista per strada un giorno di 11 anni fa, in mutande e canotta, carica di sacchi di riso. «Sono una bambina domestica e voglio andare a scuola» le ha detto la piccola. E la sua padrona, per non farsela portar via, l’ha rinchiusa al buio, senza scarpe, in una sacrestia. «Ho pianto per la prima volta» sussurra Ruphine «nessuno sarebbe venuto a salvarmi». Invece il padre, che pure l’aveva venduta, ha sentito qualcosa dentro e l’ha cercata per portarla dalle suore. Ruphine è cocciuta, brava a scuola. «Voglio fare l’ostetrica, per dimostrare a mio padre che sono capace di grandi cose. Persino di dare la vita».
Emanuela Zuccalà
12 febbraio 2010
Corriere della Sera
HU JINTAO: LIBERIAMOCI DALLA DIPENDENZA DAL DOLLARO E DA POTENZE ESTERNE SLEALI
Lo schiaffo di Pechino a Obama "No alla rivalutazione dello yuan"
Per il "Quotidiano del Popolo" l´incontro con il leader buddista è uno sgarbo
GIAMPAOLO VISETTI
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
PECHINO - «Acqua che scivola sulle penne di un´anatra». Per la Cina è questo l´effetto delle pressioni Usa per rivalutare lo yuan. L´ultima offensiva di Obama su commercio e valuta ha suscitato ieri più ironia che preoccupazione. Pechino, dopo il declino di autorevolezza del dollaro e lo scoppio della crisi americana, non accetta più lezioni di economia impartite da Washington. Anche il mondo del business oggi ascolta e segue più i leader comunisti, che i profeti del capitalismo. E la Cina, nel pieno della bufera sul G2, non esita a ridicolizzare «il bilancio non proprio in attivo» e la «bolla ideologica» della Casa Bianca.
«Guardando alla bilancia internazionale dei pagamenti e alle dinamiche di domanda e offerta del mercato - ha risposto il ministero degli Esteri cinese al presidente Usa - il tasso di cambio dello yuan è a un livello ragionevole e non stiamo perseguendo deliberatamente un surplus commerciale con gli Stati Uniti. Accuse e pressioni infondate non aiuteranno l´America a risolvere i suoi problemi». Messaggio chiaro: se gli Usa pensavano di raccogliere un cambio meno svantaggioso dallo scontro su Google, censura, diritti umani, Taiwan, Dalai Lama e Iran, si sono sbagliati. La Cina, per alimentare la sua crescita prossima al 10 per cento e nonostante le avvisaglie di inflazione, per ora non toccherà il valore dello yuan. Tantomeno dopo i rimproveri Usa, tesi a salvare la propria industria. La frattura tra le due superpotenze è però più profonda della disputa valutaria e commerciale. Moneta e protezionismo saranno i temi caldi del 2010, ma a rendere bollente ogni dossier comune è la differenza di velocità della ripresa: quella cinese corre, l´americana arranca. Per questo Pechino, più che irritata, è offesa. Ritiene che la stabilità dello yuan, le sue misure anti-crisi e la sua disponibilità ad acquistare il debito Usa, «stiano tenendo in piedi i nostri censori». Alla vigilia dell´«ultimo sgarbo della propaganda americana», come il Quotidiano del Popolo ha definito il prossimo incontro tra Obama e il Dalai Lama, il presidente Hu Jintao ha così annunciato ieri l´inizio dello sganciamento cinese «dal tramonto statunitense». In un importante discorso ai vertici del partito, ha definito «essenziale trasformare il nostro modello di sviluppo economico».
Hu Jintao ha spiegato che la Cina «deve liberarsi dalla dipendenza da esportazioni e investimenti in dollari» e che non può più affidare il proprio destino «a potenze straniere che si rivelano sleali». «La crisi globale - ha detto - rende più urgente il nostro lungo e arduo compito di cambiare». Gli ultimi contrasti politici hanno convinto Pechino che «l´intreccio con l´economia Usa non resterà conveniente e che il fronte si può allargare all´Europa». Ieri la Cina ha denunciato la Ue alla Wto per la proroga dei dazi sulle scarpe. Per la prima volta, da oggi, parteciperà alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera.
Soldi e missili sono il fattore nuovo, a cui Pechino ricorre per affrontare quella che la tv di Stato chiama «inedita guerra intelligente tra le sponde dell´Oceano». Barack Obama sa che il riarmo di Hu Jintao non serve a combattere il Dalai Lama, che Taiwan non vale l´Iran e che il dollaro viene prima di Google. «Per questo - si ride a Pechino - gli vengono i capelli bianchi».
LA REPUBBLICA 5 FEBBRAIO 2010
LO SCONTRO TRA TITANI: JP MORGAN CONTRO GOLDMAN SACHS
Postato il Lunedì, 08 febbraio @ 17:10:00 CST di davide
Stiamo assistendo ad uno scontro epico tra due giganti bancari, JPMorgan Chase (Paul Volcker) e Goldman Sachs (Geithner/Summers/Rubin). A rimanere disseminati sul campo di battaglia ci potrebbero essere i vostri fondi pensione e i vostri 401K.
Il compianto economista liberale Murray Rothbard scriveva che sin dal 1900, quando William Jennings Bryan non arrivò per poco alla presidenza, la politica degli Stati Uniti è stata una lotta tra due giganti bancari, i Morgan e i Rockefeller. A volte le parti si sono invertite ma il burattinaio che tirava i fili è sempre stato uno di questi facoltosi giocatori. Nessun altro candidato di successo ha mai avuto una reale possibilità di vittoria perché i banchieri avevano il potere esclusivo di creare l’offerta monetaria nazionale e, quindi, avevano in mano le carte vincenti.
Nel 2000 i Rockefeller e i Morgan hanno unito le forze, quando JPMorgan si è fusa con Chase Manhattan per diventare JPMorgan Chase Co. Oggi i colossi bancari che stanno combattendo sono JPMorgan Chase e Goldman Sachs, una banca di investimenti che ha guadagnato notorietà a causa delle sue pratiche speculative negli anni Venti. Nel 1928 venne lanciato il Goldman Sachs Trading Corp, un fondo chiuso simile ad uno schema di Ponzi. Il fondo fallì nel crollo azionario del 1929, rovinando la reputazione della società negli anni a venire. Gli ex Segretari al Tesoro Henry Paulson, Robert Rubin e Larry Summers provenivano tutti da Goldman, e l’attuale Segretario al Tesoro Timothy Geithner è stato promosso alle schiere governative essendo un protetto di Summers e Rubin. Un commentatore ha definito il Tesoro americano “Goldman Sachs Sud”.
I superpoteri di Goldman derivano da qualcosa di più del semplice accesso ai rubinetti del denaro del sistema bancario. A dire il vero, Goldman ha l’abilità di manipolare i mercati. Un tempo solamente una banca di investimenti, nel 2008 Goldman si è magicamente trasformata in una holding bancaria, dandole accesso alla finestra di prestito della Federal Reserve. Ma allo stesso tempo è rimasta una banca di investimenti, speculando in maniera aggressiva sui mercati. Il risultato è che ora può prendere a prestito enormi quantità di denaro ad un tasso di interesse praticamente nullo, e può utilizzare questo denaro non solo per speculare per conto proprio ma per piegare i mercati a piacere.
Ma Goldman Sachs è stata pescata così spesso in questa sfacciata manipolazione dei mercati che alla fine la fazione dell’impero bancario di JPMorgan ne ha avuto abbastanza. Anche gli elettori ne hanno evidentemente avuto abbastanza, come si è dimostrato nel recente ribaltone nel Massachussets che ha assegnato il seggio del compianto senatore democratico Ted Kennedy ad un repubblicano. Questa perdita importantissima ha dato a Paul Volcker, presidente del Comitato Consultivo sulla Ripresa Economica da poco nominata dal presidente Obama, un’opportunità per mettere sul piatto alcune proposte per una seria riforma del sistema bancario. A differenza della sfilza di Segretari al Tesoro che sono giunti al governo tramite la porta girevole di Goldman Sachs, l’ex presidente della Federal Reserve Volcker è arrivato direttamente da Chase Manhattan Bank, dove ricopriva il ruolo di vicepresidente prima di entrare a far parte del Tesoro. Il 27 gennaio, il commentatore economico Bob Chapman scriveva nella sua newsletter settimanale The International Forecaster: “E’ avvenuta una rottura tra le potenze di carta di Goldman Sachs e JP Morgan Chase. Volcker rappresenta gli interessi di Morgan. Entrambe le parti sono Illuministe, ma la sponda di Morgan è stanca dell’avidità e dell’arroganza di Goldman… Non che JPMorgan Chase sia esente da colpe, anche loro hanno saccheggiato e danneggiato il sistema, ma non nel modo così prepotente e arrogante in cui hanno agito gli altri. Il richiamo di Volcker è un tentativo per riparare il più possibile i danni. Ciò significa che l’influenza di Geithner, Summers, Rubin e degli altri verrà messa per il momento in soffitta, così come l’influenza di Goldman. Sarà lentamente e astutamente messa fuori gioco…. Washington ha bisogno di una faccia nuova a Wall Street, non quella di un cartello criminale”.
I crimini di Goldman, sostiene Chapman, sono stati quelli “di essere stata beccata a rubare. Prima in vendite allo scoperto, poi in operazioni di front-running, cose che stanno continuando a fare mentre la SEC guarda dall’altra parte, e poi vendendo MBS e CDO [1] ai loro migliori clienti e, contemporaneamente, vendendoli allo scoperto”.
La proposta di Volcker limiterebbe questi abusi, sia ponendo fine al rischioso “proprietary trading” (la negoziazione per conto proprio) intrapreso dalle banche troppo grandi per fallire sia obbligandole a ridimensionarsi vendendo quelle parti delle loro attività che si sono cimentate in queste operazioni. Fino a poco tempo fa, il Presidente Obama si era rifiutato di appoggiare il piano di Volcker, ma lo scorso 21 gennaio lo ha definitivamente approvato.
La reazione immediata del mercato è stata quella di scendere – giorno dopo giorno. Quella è sembrata essere perlomeno la reazione del “mercato” ma l’analista finanziario Max Keiser indica una prospettiva più spiacevole. Goldman, che ha il potere di manipolare i mercati con i suoi programmi di contrattazioni ad alta velocità, potrebbe arrivare a provocare una paralisi. La velata minaccia suona come “Fate marcia indietro sulla riforma del sistema bancario oppure state qui a guardare mentre facciamo crollare i vostri mercati”. Le stesse manipolazioni erano evidenti nel salvataggio bancario imposto al Congresso dal Segretario al Tesoro Henry Paulson nel settembre 2008.
Nella sua trasmissione del 23 gennaio insieme all’altra conduttrice Stacy Herbert, Keiser spiega come vengono effettuate le manipolazioni di Goldman. Keizer parla velocemente, quindi questa non è una trascrizione letterale ma si avvicina molto.
“Le contrattazioni ad alta velocità incidono per il 70% di tutte le contrattazioni alla Borsa di New York. Di norma, un acquirente e un venditore si incontrano in sala e uno specialista fissa il prezzo di una contrattazione che soddisfi entrambi, e questo è il prezzo di mercato. Se ci sono troppi venditori e non abbastanza acquirenti, lo specialista abbassa il prezzo. Le contrattazioni ad alta frequenza così come sono condotte da Goldman Sachs rivelano che prima che lo specialista compri o venda e prepari il mercato, Goldman inonda elettronicamente lo specialista con migliaia e migliaia di contrattazioni per scompaginare totalmente il processo e, in sostanza, per sequestrarlo, appropriandosi di una piccola quantità di denaro contante. Non solo si appropriano di contanti dalla Borsa di New York, ma stanno anche manipolando i prezzi. Quella che vedo come una possibilità è che la prossima settimana, se i banchieri di Wall Street decidono che non vogliono essere riformati in alcun modo, impostano semplicemente l’algoritmo delle contrattazioni ad alta frequenza su “vendere”, creando un’enorme tendenza negativa al corso delle azioni. E fondamentalmente faranno crollare il mercato, e ci sarà una paralisi. Il mercato è rimasto al ribasso per tre giorni di fila, cosa che non accadeva dall’estate scorsa. E’ un gioco del coniglio, fino a che Obama dice “Va bene, forse c’è bisogno di rivedere tutto”.
Ma il Presidente non si è ancora fatto mettere i piedi in testa. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 27 gennaio, non si è dilungato molto sulla questione della riforma del sistema bancario ma si è mantenuto fermo sulla propria posizione, dicendo:
“Non possiamo permettere che gli istituti finanziari, compresi quelli che incassano i vostri depositi, si prendano dei rischi che mettono a repentaglio l’intera economia. La Camera ha già approvato una riforma finanziaria con numerose modifiche e i lobbysti stanno già tentando di affossarla. Bene, non permetteremo che vincano questa battaglia. E se il disegno di legge che finirà sulla mia scrivania non corrisponderà al testo della vera riforma, lo rimanderò indietro”. Come sarà questa “vera riforma” è ancora un argomento aperto a tutte le ipotesi, ma Bob Chapman colma un po’ di dubbi e suggerisce ciò che sarebbe necessario per un’effettiva riorganizzazione:
“Il tentativo sarà quello di riportare il sistema finanziario alle cose serie… e questo comprenderà l’utilizzo di pochi o di nessun MBS e CDO, la regolamentazione dei derivati e degli hedge fund e la fine dell’enorme manipolazione dei mercati, sia da parte del Tesoro, della Fed e dei giocatori di Wall Street. Il Congresso deve porre fine al ‘Gruppo di lavoro del Presidente sui mercati finanziari’, o almeno limitarne l’utilizzo per le vere emergenze… la legge Glass-Steagall dovrebbe essere reintrodotta nel sistema e dovrebbero terminare le pressioni delle lobby e i contributi alle campagne elettorali… Basta con le attuali politiche di prestito, le banche dovrebbero essere limitate a prestare denaro in un rapporto di 10 a 1… Già non va bene la leva che hanno adesso. Le banche statali come quella del Nord Dakota sono un’idea migliore”.
Il 28 gennaio la prevedibile reazione del “mercato” è stata quella di precipitare per il settimo giorno consecutivo.
Era in corso la battaglia tra i Titani.
Ellen Brown
Fonte: http://webofdebt.wordpress.com
Link: http://webofdebt.wordpress.com/2010/01/29/jpmorgan-vs-goldman-sachs-why-the-market-was-down-7-days-in-a-row/
29.01.2010
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6747
AFGHANISTAN, MARJAH COME FALLUJAH?
Contro questa città, principale roccaforte talebana in Helmand, sta per scattare la più grande offensiva alleata dall'inizio della guerra. Migliaia di civili sono scappati, ma la maggior parte della popolazione è rimasta intrappolata
Secondo i generali della Nato, l'operazione Moshtarak ('Insieme', in lingua pashto) contro Marjah, la principale roccaforte talebana della provincia meridionale di Helmand, sarà la più grande offensiva lanciata dalle forze alleate in Afghanistan dall'invasione del 2001. Molti evocano addirittura l'inquietante fantasma della battaglia di Fallujah.
Migliaia di civili stanno fuggendo dalla zona, mentre dal locale ospedale di Emergency riferiscono che nei villaggi a nord di Marjah gli scontri sono già iniziati.
15mila soldati contro 2mila talebani. Quindicimila soldati (8.500 marines americani, 4 mila fanti britannici, 2.500 uomini dell'esercito afgano) più i commando delle forze speciali anglo-americane, si stanno preparando a fronteggiare nei prossimi giorni oltre duemila guerriglieri talebani trincerati a Marjah (ma altri pare che stiano affluendo in zona): una cittadina rurale di 80 mila abitanti, che si trova una quarantina di chilometri a ovest del capoluogo Lashkargah, dalla quale la separa un'ininterrotta distesa di campi di papavero da oppio, spogli e incolti in questa stagione.
Marjah, bastione inespugnato. A Marjah, e in generale in tutto il distretto agricolo di Nadalì, si sono concentrati negli anni tutti i talebani in fuga dalle offensive alleate condotte in Helmand, prima da quelle britanniche nel nord (Musa Qala, Sangin e Kajaki), poi quelle statunitensi nel sud (Garmisr, Nawa e Khanashin). Lo scorso maggio le truppe britanniche lanciarono una prima offensiva a Marjah, ritirandosi dopo una feroce battaglia che lasciò sul terreno un centinaio di talebani, ma non solo. "Dopo quattro giorni di combattimenti e bombardamenti i soldati stranieri se ne andarono. Era tutto distrutto e c'erano decine di civili morti, anziani, donne e bambini. Mai vista una cosa del genere: nemmeno i russi facevano queste cose!", raccontò pochi giorni dopo un contadino di Marjah a Peacereporter.
Già si combatte nei villaggi vicini. "Nei giorni scorsi sono iniziati violenti scontri e bombardamenti nei villaggi di Babajì e Nadalì - riferiscono dall'ospedale di Emergency a Lashkargah - e abbiamo già ricevuto i primi civili feriti. Intanto qui in città stanno arrivando migliaia di sfollati da Marjah in fuga dall'imminente attacco e dai villaggi dove già si combatte. Finora sono stati sistemati in una nuova tendopoli allestita in periferia e in due scuole adibite a rifugio. Altri vanno da parenti o in altri villaggi più sicuri".
Il comando militare britannico ha confermato che le sue truppe, supportate da forze aeree, sono impegnate da giorni in 'operazioni preliminari' nel distretto di Nadalì, per "preparare il terreno" in vista dell'attacco a Marjah, che sarà sferrato dai marines, già posizionatisi attorno alla città assieme alle truppe afgane.
I talebani si preparano a resistere. I talebani, dal canto loro, sembra che questa volta siano decisi a combattere per difendere la loro roccaforte, contrariamente a quanto successo in altre grandi offensive Nato che hanno sempre visto i guerriglieri ritirarsi in altre zone evitando lo scontro diretto. "Rimarremo e combatteremo", ha dichiarato alla stampa il portavoce dei talebani, Qari Yusuf Ahmadi. "Siamo ben preparati e combatteremo fino alla fine", ha aggiunto Abdullah Nasrat, comandante talebano locale.
Abdul Manan, fuggito da Marjah, ha raccontato ai giornalisti che "attorno a Marjah è pieno di truppe straniere e in città ci sono talebani ovunque, e non hanno intenzione di andarsene: si stanno preparando a combattere, stanno facendo affluire combattenti e armi. E' chiaro che ci sarà una grande battaglia. Abbiamo avuto paura e così ho preso la mia famiglia e siamo scappati".
"I talebani sono a Marjah stanno piantando mine attorno dentro e fuori la città", ha riferito Abdul Khaleq, un altro sfollato arrivato a Lashkargah con la sua famiglia.
Migliaia di civili rimasti intrappolati. "Marjah è stata circondata dalle truppe straniere e dalle forze governative - ha dichiarato Ahmadullah Ahmadi, direttore della Mezzaluna Rossa afgana - e pare che i talebani non consentano alla popolazione di fuggire, costringendo i civili a scappare di notte. Finora, oltre duemila sfollati sono fuggiti da Nadalì e Babaji, mentre da Marjah sono arrivati solo settecento sfollati". Cifre confermate dal capo del dipartimento provinciale per i rifugiati, Ghulam Farooq Noorzai, da cui si deduce che la maggior parte della popolazione civile di Marjah è ancora in città e probabilmente rimarrà intrappolata nei combattimenti. Una situazione drammatica che non è solo colpa dei talebani, ma anche dei volantini lanciati su Marjah dagli aerei alleati, in cui la popolazione veniva invitata solamente a non uscire di casa, in particolare nelle ore notturne, e delle autorità afgane, che hanno invitato la popolazione di tutto il distretto di Nadalì a non scappare perché l'offensiva "non danneggerà i civili", come ha garantito il governatore distrettuale Habibullah. Ma in molti non si fidano.
Chi può scappa dalla "collera degli americani". Shir Ali Khan, rifugiatosi nel capoluogo con il suoi 25 parenti, dice che "Marjah non è sicura, ci sono un mucchio di aerei ed elicotteri che vanno avanti e indietro".
"Sappiamo che la collera degli americani si sta per abbattere su Marjah", ha detto un anziano sfollato, Gul Muhammed. "Ce ne siamo andati per salvare le nostre vite e quelle delle nostre famiglie".
Enrico Piovesana
9-2-10 - Peace Reporter
HAITI, ALLARME TRAFFICO BAMBINI
MARIA GRAZIA BRUZZONE
«Dobbiamo fare in fretta, non c’è tempo. Bisogna proteggere i bambini di Haiti dagli sciacalli e dai nuovi mercanti di schiavi che si sono messi in caccia subito dopo il terremoto». A lanciare l’allarme è Vincenzo Spadafora, presidente della sezione italiana di Unicef, che ha già denunciato la scomparsa di 15 bimbi da un ospedale di Port-au-Prince. E la notizia dei 10 americani battisti arrestati dalle autorità haitiane con l’accusa di voler «rubare» 33 bambini dai 2 ai 12 anni, non fa che accrescere le preoccupazioni. «E’ la prova che in questo momento persone, sia in buona sia in cattiva fede, possono rubare bambini per portarli in altre nazioni con i fini più diversi», sostiene Valerio Neri, direttore di Save The Children Italia. «Chi ci dice che dietro non ci siano traffici perversi, addirittura pedofili?», incalza, avanzando dubbi inquietanti.
Spadafora ha delle certezze, e ne parla in una intervista al settimanale «Gente»: «Sappiamo di trafficanti arrivati ad Haiti da Santo Domingo in aereo o via terra. Il loro obiettivo sono i bambini. Da rapire e vendere alle poche famiglie ricche della zona, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore i piccoli possono diventare merce per l’infame mercato del sesso o per quello, terribile, del commercio di organi». Per entrambi i dirigenti delle organizzazioni l’unica via è evitare adozioni affrettate e seguitare a lavorare ai ricongiungimenti familiari, cercando i genitori o i parenti. L’Unicef ha ad Haiti 9 campi, dove accoglie e censisce i minori trovati o consegnati da famiglie in difficoltà. «Mandarli lontano sarebbe un trauma ulteriore» aggiunge Spadafora.
Non a caso il governo di Haiti fin all’inizio di gennaio ha bloccato molti tipi di adozione, e ogni richiesta deve essere approvata dal primo ministro Bellerive in persona. Gli americani fermati sono cinque uomini e quattro donne, appartenenti a Chiese Battiste dell’Idaho, del Kansas e del Texas. Sono stati fermati mentre stavano portando i bambini - in età compresa tra due mesi e 14 anni - nella Repubblica Dominicana. L’autobus pieno di piccoli ha destato sospetti. «Non avevano documenti che provassero l’adozione attraverso qualche ambasciata né avevano carte che mostravano che fossero orfani. Ciò è totalmente illegale. Nessun bambino può lasciare Haiti senza autorizzazione», ha spiegato il ministro degli affari sociali Yves Christalin.
I fermati si sono giustificati spiegano che avevano il permesso della Repubblica Dominicana di portare i bimbi in un orfanotrofio che la loro organizzazione caritatevole, New Life Children’s Refuge, avrebbe lì. In realtà, come ha raccontato una di loro, Laura Silsby, l’orfanotrofio lo volevano costruire per dare un posto ai bambini in attesa di adozione. «Il gruppo ce lo ha affidato un nostro pastore, ben conosciuto ad Haiti, la cui struttura è crollata col terremoto. Non abbiamo pagato nulla» ha spiegato Silsby. E, non senza una certa ingenuità, ha assicurato che «il traffico di bambini è proprio ciò che vogliamo combattere». Il loro progetto era prelevarne un centinaio e portarli in un resort affittato nella Repubblica Dominicana e lì far nascere un orfanotrofio. Oggi i fermati compariranno davanti al giudice.
LA STAMPA 1 FEBBRAIO 2010
LA SOMALIA STA MORENDO E L'ONU NON FA NULLA
Da Sud a Nord. Il conflitto somalo si espande e dalle regioni meridionali si allarga verso quelle settentrionali del Somaliland e del Puntland. A lanciare l'allarme è l'Igad, l'Autorità intergovernativa per lo sviluppo che raggruppa alcuni Paesi dell'Africa orientale. “I gruppi terroristici – afferma un comunicato stampa dell'Igad – hanno di recente esteso le loro azioni alle regioni relativamente stabili del Somaliland e del Puntland”. Entrambe queste aree sono situate nella zona centro-settentrionale del Paese.
L'appello lanciato dall'Autorità intergovernativa per lo sviluppo non ha, tuttavia, smosso i vertici delle Nazioni Unite. Il segretario generale Ban ki Moon, nel corso del suo intervento al vertice dell'Unione africana, in corso in Etiopia, aveva fatto un accenno al conflitto somalo, paventando solo la possibilità dell'invio di un contingente di pace nel Paese. Non di più. Mentre ad Addis Abeba si discute della tecnologia dell'informazione e delle telecomunicazioni, tema a cui è dedicato il quattordicesimo summit dell'Unione Africana, in Somalia si continua a sparare. E si inizia a combattere anche in quartieri e aree, fino ad ora risparmiate dalle violenze. Ieri sono stati quattordici i morti e cinquantacinque i feriti nel corso della battaglia che ha insanguinato Mogadiscio, la capitale, per tutta la notte. Vittime e feriti sono per lo più civili, visto che i combattimenti hanno interessato diversi quartieri residenziali, tra cui quello molto popolato di Suqa al Holana.
A Mogadiscio nell'ultima settimana i combattimenti si sono intensificati e l'esercito, supportato dai peacekeeper della missione Amisom, istituita nel 2007 dall'Unione africana con l'approvazione delle Nazioni Unite, non è più in grado di far fronte alla minaccia rappresentata dalle due organizzazioni legate al fondamentalismo islamico: gli Shaabab e l'Hezb al-Islam. Entrambi si oppongono al governo di transizione, installato nella capitale e riconosciuto dalla comunità internazionale, e controllano buona parte della Somalia centro meridionale e la capitale.
Per la prima volta, inoltre, al-Shabab ha confermato le proprie relazioni con al-Qaeda. I legami con l'organizzazione terroristica che fa capo ad Osama bin Laden erano noti, ma non erano mai stati ufficializzati dagli Shabab che, anzi, avevano sempre negato qualunque rapporto. “Il jihad del Corno d'Africa – si legge in una dichiarazione del gruppo fondamentalista somalo – deve essere unito con lo jihad internazionale, che fa riferimento ad al-Qaeda”.
La dichiarazione odierna potrebbe segnare una svolta nel conflitto somalo, che si protrae ormai da diversi anni. Raggiunta l'indipendenza nel 1960, dall'unione della Somalia italiana con il Somaliland, territorio corrispondente all'ex colonia britannica, la nazione ha vissuto pochi momenti di pace e di democrazia. Già nel 1969, dopo soli nove anni dall'unificazione, il Paese cadeva nella morsa della dittatura del generale Siad Barre e nel 1991, in seguito alla caduta del despota, lo Stato unitario si dissolveva.
4-2-10
da http://it.peacereporter.net/homepage.php
I VELENI DI “PIOMBO FUSO” CONTAMINANO TERRA E UOMINI DI GAZA
di Stefania Pavone
Il suolo di Gaza esala veleno. Le armi non convenzionali usate da Tsahal durante la campagna di “Piombo Fuso” un anno fa hanno impastato il terreno della Striscia con una quantità impressionante di metalli cancerogeni, con effetti sulla salute degli abitanti. Cadmio, mercurio, molibdeno e cobalto si annidano nelle pieghe del terreno di Gaza City. Leucemie, problemi di fertilità, malformazioni nei neonati e patologie di origine genetica sono alcune delle malattie che rischiano di marchiare a fuoco il futuro della salute della popolazione della Striscia. È quanto emerge dallo studio di un comitato di scienziati indipendenti con sede in Italia (il New Weapons Research Group) che indaga sull’impiego di armi non convenzionali nei conflitti del nuovo secolo e sugli effetti di medio periodo nelle aree in cui questi vengono utilizzati. Sono quattro i crateri analizzati dagli scienziati, formatisi a seguito delle esplosioni di bombe durante la campagna
di Piombo Fuso: due nella città di Beit Hanoun, uno nel campo profughi di Jabalia ed, infine a Tufah, sobborgo di Gaza City. A Beit Hanuon sono state rilevate quantità consistenti di tungsteno e mercurio: altamente cancerogeni. La deflagrazione di una bomba ha contaminato acque e terreno. E poi: il molibdeno, presente in grosse quantità in tutti i crateri, è risultato tossico per gli spermatozoi. Cadmio nel cratere di Tufah: anch’esso cancerogeno. E ancora: cobalto, manganese, zinco, stronzio, tutti materiali con effetti devastanti per il corpo umano. Se si pensava che l’immagine dell’orrore della guerra a Gaza fosse incarnato solo da quelle lingue di luce emanate dalle bombe al fosforo bianco, ci si è in parte sbagliati. Gli scienziati del New Weapons Group hanno analizzato la composizione di una polvere residua di una bomba esplosa presso l’ospedale di Al Wafa: oltre al fosforo, altri metalli altrettanto pericolosi impastano il terreno contaminandolo, come molibdeno e tungsteno. Perché, dunque, tutto questo? Una prima risposta è quella fornita dalle accuse di crimini di guerra contro i civili del rapporto Goldstone, il giudice ebreo che ha compilato per l’Onu un dettagliato resoconto su Piombo Fuso. Ma una seconda risposta la fornisce Paola Manduca, ordinaria di Genetica presso l’Università di Genova e portavoce del gruppo internazionale degli scienziati. Che afferma: “Auspichiamo che le indagini fino a ora svolte dalla Commissione Goldstone, voluta dalle Nazioni Unite vadano oltre il rispetto dei diritti umani e prendano in considerazione gli effetti sull’ambiente provocati dall’uso di varie tipologie di bombe e le ricadute sulla popolazione nel tempo. Una rapida raccolta di dati può essere realizzata secondo modalità che si possono descrivere agevolmente e programmare”. E mentre a Gaza City il veleno avvolge un’intera popolazione, nei campi profughi le
precarie condizioni di vita fanno da veicolo alle peggiori malattie attraverso la cute e gli alimenti. Cosa potrebbe fare la scienza per evitare il peggio? Dice ancora la Manduca: “Le persone possono essere curate con farmaci che costano poco ma che non entrano a Gaza, mentre per i territori e gli animali il discorso è più complesso, c’è il rischio che si possa fare molto poco, nell’area mediorientale in molti territori non si può fare più nulla. Nelle guerre contemporanee sono state usate armi formate da una serie di componenti chimici altamente tossici, che rimangono nei territori. Il mercato delle armi è il più florido di cui l’Occidente disponga”. Intanto l’ospedale Ash Shifa ha sfornato la prima mostruosità di Piombo Fuso. Si tratta di un bambino soprannominato “baby gorilla” per via del naso schiacciato, dell’incarnato rosso bruno, degli arti accorciati e delle dita dei piedi incurvate verso l’interno, proprio come i gorilla. Il neonato è stato rifiutato dai genitori. Sembra che, nel corso del 2009, i casi di bambini malformati siano saliti a 50. Per i medici, il colpevole numero uno si chiama a chiare lettere fosforo bianco. E mentre questo accade a Gaza City, in una quotidiana guerra per la sopravvivenza e nel disinteresse della comunità internazionale, nel cielo della Striscia i bambini non fanno volare più gli aquiloni.
Il fatto quotidiano 3 febbraio 2010
KABUL: TERRORE NELLE NOTTI AFGANE
«Gli dissi che un attacco senza l’Onu era illegale»
Viaggio a Bagram. Dove nasce l’odio per l’America
Alastair Campbell-George Galloway-Lord Goldsmith
ANAND GOPAL
Il reporter
Terrore nelle notti afgane. Le operazioni segrete Usa
I prigionieri delle carceri speciali: è peggio che Guantanamo
KABUL
In una gelida notte dello scorso inverno, nella città afghana di Khost, un giovane impiegato del governo di nome Ismatullah sparì. L’ultima volta che lo avevano visto era nel bazar con un gruppo di amici. La famiglia lo cercò per giorni, gli anziani contattarono i comandanti taleban della zona, venne coinvolto anche il governatore, che ordinò una retata contro le gang che ogni tanto prendevano qualcuno al bazar per poi chiedere il riscatto. La caccia non diede risultati. Passarono la primavera e l’estate e quando tutti ormai disperavano arrivò alla famiglia un biglietto dalla Croce Rossa, nel quale Ismatullah succintamente raccontava di trovarsi a Bagram, un carcere americano distante più di 200 km, che a rapirlo all’uscita dal bazar erano stati i soldati americani e che non sapeva quando sarebbe stato liberato.
Negli ultimi anni i pashtun dei villaggi afghani hanno cominciato a perdere fiducia nel progetto americano. Molti di loro possono indicare il momento preciso di questo cambio di atteggiamento, quasi sempre un momento nel cuore della notte. Nelle segrete pratiche americane i sospettati di solito vengono arrestati nel buio e poi spediti in una delle prigioni nelle basi militari, spesso sulla scorta di sospetti debolissimi e senza informare le famiglie. Questo modo di procedere è ancora più temuto e odiato dei raid aerei. Così gli afghani si stanno lentamente rivoltando contro quell’esercito che solo pochi anni fa avevano salutato come liberatore.
Il 19 novembre 2009, alle tre del mattino, un forte scoppio svegliò gli abitanti di un quartiere residenziale alle porte di Ghazni, nel Sud dell’Afghanistan. Una squadra di soldati americani sfondò il cancello della casa di Majidullah Qarar, portavoce del ministro dell’Agricoltura. In quel momento lui si trovava a Kabul, ma i suoi parenti erano in casa. Due si fecero avanti e furono colpiti in pieno. I soldati, quasi tutti barbuti e pieni di tatuaggi, entrarono in casa, si fecero strada gettando a terra abiti e suppellettili, forzarono le porte chiuse e finalmente trovarono l’uomo che cercavano: Habib-ur-Rahman, un programmatore di computer, dipendente del governo. Era il responsabile della traduzione di Microsoft Windows dall’inglese al pashtun in modo che in tutti gli uffici governativi si potesse usare quel software. Aveva passato qualche tempo in Kuwait. Il traduttore afghano che accompagnava i soldati americani spiegò che una soffiata aveva denunciato Rahman come membro di Al Qaeda. Trascinarono lui e un suo cugino, scalzi, fino a un elicottero poco lontano e di lì a una piccola base Usa per l’interrogatorio. Due giorni dopo il cugino venne rilasciato, ma di Rahman non si è più saputo nulla. Qarar ha messo in campo tutto il suo potere, invano. Gli americani, alla domanda sul perché avessero ucciso due membri della famiglia, hanno risposto con un comunicato in cui spiegavano che «i due morti erano militanti nemici che avevano mostrato intenzioni ostili».
Al di là dell’innocenza o colpevolezza di Rahman, è il modo in cui è stato catturato ad aver lasciato una scia di odio e rabbia. «Dovevano proprio uccidere i miei cugini? Distruggermi la casa? - chiede Qarar -. Sapevano dove Rahman lavorava. Non potevano venire di giorno con un mandato di cattura? L’avremmo costretto a consegnarsi. Io sono andato molte volte in tv a convincere la gente ad appoggiare il governo e gli stranieri, ma avevo torto. Perché devono agire così? Non m’importa se adesso mi licenziano, questa è la verità».
Le catture notturne sono solo il primo passo del processo detentivo americano in Afghanistan. I sospettati vengono mandati in una delle prigioni delle basi militari Usa sparse per il Paese. Ufficialmente queste sono nove, costituite da una serie di celle separate da pareti in compensato, di solito usate per gli interrogatori. Diciassette dei ventiquattro ex detenuti che ho intervistato sostengono di essere stati maltrattati o in viaggio o in quei luoghi. Medici, funzionari governativi e la commissione indipendente per i diritti umani in Afghanistan hanno confermato dodici di queste denunce. Uno di quei detenuti, Noor Agha Sher Khan, ex ufficiale di polizia di Gardez catturato una notte del 2003, racconta la sua storia: «Mi hanno interrogato tutta la notte, ma io non avevo nulla da dire».
Agli occhi degli americani appariva sospetto perché aveva fatto occasionalmente da autista a un comandante che le forze Usa avevano arrestato per presunti legami con i ribelli. Nell’interrogatorio l’avevano incatenato al soffitto con gli occhi bendati. Ogni tanto gli aizzavano contro un cane. Gli avevano anche fatto ingollare dodici bottiglie d'acqua: «Due mi tenevano la bocca aperta, gli altri versavano. Sono svenuto. E poi ho vomitato». Continuarono così per un certo numero di giorni. Quattro mesi dopo fu liberato con una lettera di scuse delle autorità americane: l’arresto era ingiusto.
La segretezza è la regola, in questi siti di detenzione di cui però Croce Rossa e altre organizzazioni umanitarie conoscono l’esistenza. Meno segreta è la stazione finale per la maggior parte dei detenuti: la prigione militare di Bagram, ribattezzata «la Guantanamo di Obama». Ospitata in un vecchio hangar sovietico privo di finestre, consiste di due file di celle simili a gabbie, immerse in una luce bianca. Le guardie camminano su una passerella sopraelevata, dalla quale controllano i prigionieri. Nel 2009 c’erano 900 detenuti. Abusi continui, nello stile del carcere iracheno di Abu Ghraib, hanno segnato i primi anni. Abdullah Mujahed, per esempio, un comandante della milizia Tajik che aveva guidato un’insurrezione contro i taleban, nel 2003 fu catturato dalle forze Usa con l’accusa di avere legami con i ribelli: «A Bagram avevamo mani e piedi incatenati per giorni, gli occhi bendati. Per 13 giorni e notti non ci hanno permesso di dormire». Una guardia gli frustava le gambe ogni volta che si assopiva. Un giorno i soldati lo caricarono su un aereo ma si rifiutarono di dirgli dov’erano diretti. Arrivò in una prigione, dove l’aria era spessa e umida. Mentre camminava in mezzo a due file di gabbie, i prigionieri cominciarono a gridare: «Questa è Guantanamo! Siete a Guantanamo!». Ci rimase poco: gli americani riconobbero che l’avevano scambiato per un omonimo e lo liberarono.
C’è una prigione ancora peggiore di Bagram, segretissima, dove neppure la Croce Rossa ha accesso. E’ così temuta che i prigionieri la chiamano «il buco nero». E’ lì che venne portato Noor Muhammad, un medico che nella città di Kajaki gestiva una clinica aperta a tutti, taleban compresi. «Ero in una cella in cemento, senza finestre - racconta -, in isolamento assoluto, con la luce sempre accesa». Per portarlo agli interrogatori lo prendevano per il collo, gli rifiutavano acqua e cibo. Lo accusavano di aver curato taleban, lui replicava: «Sono un medico, il mio dovere è curare tutti». Finirono col rilasciarlo. E lui, adesso, ha paura degli americani come dei taleban. Tutti sullo stesso piano.
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LA STAMPA 30 GENNAIO 2010
IL NECROLOGIO DI COPENHAGEN
International — È morto l'accordo di Copenhagen. Entro il 31 gennaio i Paesi partecipanti avrebbero dovuto comunicare i propri impegni di riduzione dei gas serra. In realtà hanno sostanzialmente mantenuto gli stessi resi noti prima del summit, che ci porteranno dritti a un aumento di temperatura stimabile in +3/3,5 °C. "Il Terzo Grado" illustra le conseguenze di questo suicidio planetario.
La comunicazione di impegni ambiziosi, entro il 31 gennaio, doveva essere il primo "punto d'azione" di un accordo non vincolante stilato da alcuni Paesi, e adottato da molti altri, durante il summit sul clima di Copenhagen dello scorso dicembre. Si è rivelato, invece, una presa in giro per prendere tempo. Solo un cinico esercizio di pubbliche relazioni per riciclare proposte vecchie, inutili e pericolose.
Se i grandi inquinatori del clima non sono riusciti a proporre niente di nuovo sulle emissioni, come possiamo credere che davvero entro il 2012 trovino i nuovi fondi promessi per sostenere i Paesi in via di sviluppo nel contenimento degli effetti del cambio climatico?!
L'accordo di Copenhagen si è dimostrato un pericoloso "green-washing" per spacciare come azione efficace la trita ripetizione di obiettivi che di fatto portano a una riduzione delle emissioni per i Paesi industrializzati solo dell'11-19% (6-14% senza crediti forestali). Per giungere all'obiettivo dei 2°C di aumento massimo, le riduzioni di emissioni di gas serra (rispetto al 1990) devono essere del 40% entro il 2020.
Anche i Paesi in via di sviluppo devono ridurre le emissioni del 15-30% rispetto al trend attuale, sempre al 2020. Un processo che deve essere sostenuto da nuovi investimenti, per un totale stimato in 140 miliardi di dollari l'anno, che consentano a questi Paesi di passare a tecnologie pulite e di resistere al meglio al disastro climatico.
Stando alle informazioni scientifiche disponibili - su cui si basa il nostro rapporto "Il Terzo Grado" - queste sono alcune delle previsioni sugli effetti del cambiamento climatico: + 3°C
- ci potrebbe essere un aumento del 20% nella mortalità collegata al caldo in alcuni Paesi dell'Ue dove si registrerebbe un aumento tra sei e otto volte del numero di giorni particolarmente caldi;
- gli impatti negativi sulla produzione agricola potrebbero portare alla fame 550 milioni di persone, con fino a 1,3 miliardi di persone in stato di malnutrizione; - si potrebbe verificare lo scioglimento quasi totale delle calotte in Groenlandia e nell'Antartide occidentale, oltre al superamento di molti altri "punti di non ritorno".
01 Febbraio 2010 - Greenpeace
FRANCIA: PRIMO LANCIO MISSILE NUCLEARE M51 DA SOTTOMARINO
Parigi, 27 gen - (Adnkronos) - Il ministero della Difesa francese ha annunciato oggi di aver effettuato con successo un test con missili balistici di nuova generazione, lanciati da un sottomarino a propulsione nucleare. Il test e' stato effettuato nelle acque della baia di Finisterre, nell'oceano Atlantico.
Il sottomarino "Le Terrible" ha lanciato un missile M51 di nuova generazione, capace di trasportare fino a sei testate nucleari. Il nuovo missile, alto 12 metri e pesante 50 tonnellate, e' piu' potente degli M45, attualmente utilizzati dai sottomarini della Re'publique, potendo superare i 20mila km/h e colpire bersagli fino a 8mila chilometri di distanza. Il ministero della Difesa ha sottolineato in un comunicato come il risultato del test e' "una tappa importante nella modernizzazione e nell'adattamento del dispositivo di dissuasione della Francia, nel rispetto degli impegni internazionali".
27/01/2010
HAITI, LA CAVOUR E DIFESA SPA: IL SILENZIO TOMBALE DEL MONDO POLITICO
Giorgio Beretta
Fonte: Unimondo - 20 gennaio 2010
Così è salpata. Gran ressa iera sera al Muggiano della Spezia per il varo della prima "missione operativa" della portaerei Cavour diretta ad Haiti. Silenzio tombale, invece, da parte del mondo politico sull'operazione "umanitaria" fatta con la nave da guerra ammiraglia della Marina militare. Il Partito Democratico è impegnato nella raccolta fondi per i terremotati, l'Italia dei Valori è alle prese col "processo breve" (nessuna notizia su Haiti sul sito) e anche per l'Unione di Centro il terremoto ad Haiti e l'invio della Cavour non rappresentano argomento di discussione politica.
Oltre a quella sollevata ieri da Unimondo, l'unica rimostranza nei confronti dell'invio della portaerei per soccorrere i terremotati di Haiti è quella della Tavola della Pace: "A che serve mandare una portaerei da 1300 milioni di euro ad Haiti?" - ha chiesto il coordinatore Flavio Lotti. Che ha sollevato poi una serie di domande importanti: "Con quale dirigente dell’Onu è stata presa questa decisione? Per eseguire quali ordini? Quanto ci costa inviare oltre l’atlantico una imponente macchina da guerra come la portaerei Cavour? Quanto tempo ci impiegherà ad arrivare? Per quanto tempo si fermerà ad Haiti? Quanto costerà il tutto? Con quali soldi si pagherà il conto? E ancora, da dove nasce la collaborazione con le forze armate brasiliane? Quali interessi nasconde?".
Domande cadute nel vuoto della politica italiana, ma che devono aver fatto fischiare le orecchie al ministro La Russa che al varo della "missione umanitaria" della nave da guerra si è premurato di precisare che "il costo complessivo della missione al momento non è quantificabile perchè dipenderà dalla sua durata", mentre - ha detto La Russa - "è stato invece quantificato il costo giornaliero che varia dai 100 ai 200 mila euro a secondo se la nave è ferma o in navigazione e a secondo della velocità". Il capo di Stato Maggiore della Marina, Paolo La Rosa, ha aggiunto che "il 40% delle spese riguarda il carburante". Ma soprattutto il ministro La Russa ci ha tenuto a sottolineare che "le aziende saranno in grado di coprire il 90% dei costi dell'operazione". "Si tratta - ha specificato La Russa di società come Finmeccanica, Fincantieri, Eni, molte delle quali che lavorano con il militare e che hanno realizzato questa nave".
Non possiamo lamentarci col ministro per mancanza di chiarezza. Anzi come ancor meglio ha specificato La Russa nelle interviste riprese dalle agenzie locali spezzine (si veda video 1 e video 2) "la missione ad Haiti si può svolgere grazie alle aziende che hanno contribuito, alleviando anzi quasi annullando la necessità di risorse aggiuntive". Secondo il ministro la portaerei Cavour sarebbe "una nave anche per fare la guerra" (e per che altro vien fabbricata una portaerei?), ma "grazie a Dio è impiegata per far la pace, in una missione di aiuto".
A parte quelle menzionate non è possibile rintracciare negli organi di stampa quali siano le altre ditte che hanno accettato di coprire i costi delle missione umanitaria ad Haiti: il sito del Ministero della Difesa - a parte la galleria fotogarfica - non riporta alcun comunicato stampa; quello della Marina militare riporta solo il discorso del capo di Stato Maggiore della Marina al varo della missione e nemmeno il giornale di Confindustria, il Sole 24 Ore, sa dirci quale siano tutte queste aziende.
Aziende che - considerata l'importanza della missione - avrebbero tutto l'interesse a pubblicizzare il loro decisivo contributo sui propri siti: e invece niente, non una parola nè sul sito di Finmeccanica, nè su quello di Fincantieri e nemmeno su quello dell'Eni. Un fatto ancor più strano se si pensa che Finmeccanica ha dallo scorso anno attivato la sezione "solidarietà" dove ci informa che "la solidarietà non ha confini. Non geografici, né politici, né religiosi. Non può permettersi approcci settoriali o limitazioni di campo": e quindi, immagino, nessun confine tra il fare cannoni (come Oto Melara, una sua controllata) e l'attività di "charity" (mai parola fu scelta meglio!). Ma le sponsorizzazioni della missione umanitaria le vedremo presto, statene certi.
I due colossi della produzione militare italiana (Finmeccanica e Fincantieri) - e quello dell'energia (l'Eni) non debbono comunque spiegare niente a nessuno. Sanno già che per loro ci sarà - prima o poi - una poltrona nel Consiglio di amministrazione di "Difesa Servizi s.p.a.", la holding prevista dall'ultima finanziaria con le quote interamente in mano al ministero della Difesa. E quella al varo ieri nell'indifferenza generale del mondo politico italiano era l'anteprima nazionale della nuova holding i cui compiti - spiega Gianluca Di Feo su L'Espresso - spaziano dal gestire i beni demaniali del ministero della Difesa, costruire centrali nucleari, inceneritori, creare eventuali siti di stoccaggio di scorie nucleari e quant’altro. Inoltre - sottolinea Di Feo - "la Spa si occuperà di 'sponsorizzazioni'". E quella dell'invio della portaerei Cavour ai terremotati di Haiti è - come ha spiegato il ministro La Russa - appunto la prima di queste "missioni sponsorizzate".
Ma perchè un'azienda italiana sarebbe interessata a investire soldi per sponsorizzare una missione al di là dell'Atlantico? Non bastano - per dirla con Di Feo - i "consigli per gli acquisti sulle fiancate della Cavour o sugli stendardi dei reparti che sfilano il 2 giugno in diretta tv"? No. Perchè le aziende militari italiane ormai sono globali e gli affari che contano non li fanno certo con i sempre più striminziti fondi messi a disposizione dal Governo per l'approvvigionamento del comparto militare o con la rivendita dei siti militari dismessi. I veri affari si fanno vendendo armamenti e battendo la concorrenza internazionale che è soprattutto quella delle altre aziende europee e americane del settore. E quale miglior occasione per pubblicizzare il "Made in Italy" militare se non l'invio di una portaerei nuova di zecca in un'area di crisi?
Sono cinico? Lascio a voi giudicare, il risultato lo vedremo nei prossimi mesi. Intanto, per parte mia ricordo che Alberto Sordi diresse di persona e interpretò quel magnifico film titolato "Finchè c'è guerra c'è speranza". Oggi le guerre non vanno di moda e chi le promuove finisce col trovarsi impantanato fino al collo in "missioni impossibili" (vedi gli Usa in Iraq e Afghanistan). E non danno certo tutta la visibilità - nazionale e internazionale - delle "missioni di pace" che son sempre meno indigeste all'opinione pubblica soprattutto se sono ben gestite mediaticamente. Molto meglio quindi dedicarsi a quest'ultime o per dirla col ministro La Russa - alle "missioni di aiuto". Insomma - parafrasando Sordi - finchè c'è crisi c'è speranza.
KHAMENEI: VERRÀ IL GIORNO DELLA DISTRUZIONE DI ISRAELE
La Guida Suprema dell’Iran sceglie bene il giorno e le parole: mentre il resto del mondo celebra la Giornata della Memoria, l’ayatollah Ali Khamenei ha detto che “un giorno verrà in cui le nazioni della regione (mediorientale, ndr) assisteranno alla distruzione del regime sionista”. “Il regime sionista - ha detto Khamenei, seguendo nella dichiarazione il leit motiv delle affermazioni del presidente iraniano Mahmoud Ahmandinejad che regolarmente si scaglia contro Israele - attraverso le pressioni, il blocco e il genocidio vuol fra sparire la Palestina dalle nazioni islamiche, ma non ci riuscirà”. “Sicuramente - ha aggiunto la Guida suprema - un giorno verrà in cui le nazioni della regione assisteranno alla distruzione del regime sionista. Quando e come questa distruzione avverrà, dipenderà dal modo in cui le nazioni islamiche”. Il regime teocratico di Teheran non perde occasione per inneggiare alla distruzione di Israele e anche ieri le posizioni estremiste, anche nel mondo arabo, di Ahmadinejad e Khamenei sono state stigmatizzate, tra gli altri da Elie Wiesel. Anche il centro Wiesenthal di Gerusalemme, per voce del direttore Ephraim Zuroff, ha indirettamente citato gli attacchi verbali di Teheran, citando le minacce “rappresentante dalle armi di distruzione di massa”, con riferimento ai piani nucleari dell’Iran degli ayatollah, percepite in Israele come una minaccia diretta allo Stato ebraico, proprio sull’onda dei ripetuti e sempre uguali anatemi antisonisti da Teheran. “Ogni male va fermato in tempo prima che esca dal guscio e metta in atto le sue minacce” e Israele è pronta a difendersi, ha detto il premier Beniamin Netanyahu alla cerimonia per i 65 anni della liberazione di Auschwitz. Questa è “la lezione più importante dell’Olocausto” ricevuta dal popolo ebraico e che tutti gli stati del mondo dovrebbero seguire, ha detto Netanyahu, in una risposta indiretta all’Iran.
IL FATTO QUOTIDIANO 28 GENNAIO 2010
CONFERENZA SULL’AFGHANISTAN. LONDRA, FUMO NEGLI OCCHI
Alla conferenza di Londra sull’Afghanistan si discute di pace e di negoziati con i talebani, ma intanto si continua a fare la guerra e a preparare nuove offensive
Mentre a Londra si aprivano i lavori della conferenza internazionale sull'Afghanistan - in cui per la prima volta si discuterà di trattative con i talebani - a Kabul un giovane imam, Mohammad Yunus, 36 anni, moriva al volante della sua auto, crivellata dai colpi di mitra sparati da un soldato statunitense dalla torretta del suo blindato, che evidentemente temeva fosse un kamikaze.
L'ennesimo "incidente", che ha immediatamente scatenato una rabbiosa protesta popolare davanti alla base militare Usa di Camp Phoenix. "Ci dispiace molto, ma sono cose che capitano. La famiglia sarà risarcita", è stato il commento ufficiale del comando Nato - che intanto prepara una nuova grande offensiva militare nella provincia meridionale di Helmand per "liberare" dai talebani il distretto di Garmsir: lo stesso dove pochi giorni fa l'esercito afgano aveva sparato sulla folla che protestava contro i violenti rastrellamenti dei marines nei villaggi della zona.
La contraddizione della conferenza di Londra sta tutta qui. Nella capitale britannica, gli Stati Uniti e i loro alleati si dicono pronti a negoziare con il nemico per trovare una soluzione politica al conflitto afgano. Ma in Afghanistan continuano a fare la guerra uccidendo indistintamente talebani e civili, anzi, pianificano un'escalation militare che farà del 2010 l'anno più sanguinoso dall'inizio del conflitto e che, secondo la logica del bastone e della carota, dovrebbe indebolire il nemico fino a costringerlo ad accettare la trattativa. Insomma: o ti arrendi o ti uccido: "Con chi non rinuncia alla violenza - ha spiegato il premier britannico, Gordon Brown - l'unica scelta è la soluzione militare".
Karzai ha annunciato di voler convocare una Loya Jirga (il tradizionale gran consiglio afgano cui partecipano tutti i leader tribali, religiosi, politici e militari del paese) alla quale verranno invitati i leader talebani per avviare un processo di pace, e ha presentato il suo "piano per la riconciliazione nazionale" che consiste in un fondo da almeno mezzo miliardo di dollari (da finanziare con fondi pubblici dei governi occidentali) con i quali "reintegrare" nella società i combattenti talebani comprando la loro resa. Ma il presidente afgano ha anche chiesto che alle truppe straniere di rimanere in Afghanistan "per cinque-dieci anni", fino a quando l'esercito afgano non sarà in grado di sbrigarsela da solo.
Clinton: "Nessuna exit strategy". L'altra parola d'ordine della conferenza di Londra, oltre a "riconciliazione" e "reintegrazione", è stata infatti "transizione", ovvero il graduale passaggio del testimone dalle truppe straniere alle forze afgane, a cui verrà progressivamente affidato il compito di combattere la resistenza armata talebana per conto e con la supervisione dell'Occidente. Un processo lungo e difficile, che implica la continuazione dell'occupazione militare molti anni a venire e che, anche dopo, presuppone una sorta di protettorato militare straniero sul paese. "Deve essere chiaro che la transizione non è un'exit strategy", ha tenuto a sottolineare il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton. Insomma, nessun disimpegno, nessun ritiro.
La risposta dei talebani. “E’ causa di grande dispiacere per noi vedere che gli invasori guidati dagli Usa continuano a seguire un approccio militare alla questione afgana”, si legge in un comunicato diffuso oggi dal Consiglio Supremo dei talebani. “Se vogliono risparmiare ulteriori perdite umane e finanziarie, gli invasori non devono perdere tempo a ingannare il loro popolo con piani e strategie illusorie, continuando a causare ulteriori sofferenze e problemi al nostro popolo. Devono accettare il completo ritiro delle loro forze dal nostro paese e liberare i detenuti dalle prigioni in Afghanistan, in Pakistan, a Guantanamo e altrove. (…) Il nemico non riuscirà a indebolirci con trucchi e stratagemmi. Già in passato hanno offerto denaro, lavoro e comodità ai mujaheddin che avessero abbandonato il jihad. Ma si sbagliano se pensano che essi abbiano imbracciato le armi per avere denaro e potere. Se i mujaheddin fossero mossi da obiettivi materiali, avrebbero accettato subito il dominio degli invasori, ottenendo una bella vita, denaro e potere. Ma l’Emirato Islamico non baratterà mai la nostra fede, la nostra coscienza, la nostra terra, il nostro pese per dei benefici materiali”.
Enrico Piovesana
28-1-10 Peace Reporter
IL COMANDANTE NATO MCCHRYSTAL: "BASTA COMBATTIMENTI"
KARZAI E GLI ALLEATI APRONO AI TALIBAN "DOBBIAMO AVVIARE UN DIALOGO DI PACE"
Afghanistan, a due giorni dalla Conferenza di Londra segnali distensivi da Usa e Gran Bretagna con i guerriglieri integralisti
Il comandante Nato McChrystal: "Basta combattimenti". Da Sarkozy stop all´invio di truppe
ROSALBA CASTELLETTI
A due giorni dalla conferenza internazionale di Londra sull´Afghanistan, i principali protagonisti del conflitto si muovono tutti verso la stessa direzione: l´auspicio che, sulla falsariga del vecchio adagio "Se non puoi annientare il tuo nemico, fattelo amico", dal vertice arrivi un segnale d´apertura verso i Taliban.
Combattere in Afghanistan non è bastato. Se c´è una speranza di sconfiggere i Taliban, non sta nelle armi, ma nel dialogo. Ne pare convinto Stanley McChrystal, comandante delle forze Nato nel Paese. «Come soldato ritengo che ci siano stati abbastanza combattimenti», ha detto al Financial Times. «Una soluzione politica è l´inevitabile esito. Ed è quello giusto». Quanto alla possibilità che questa soluzione contempli il coinvolgimento di leader Taliban nel governo, il generale non l´ha esclusa: «Ogni afgano può giocare un ruolo se si focalizza sul futuro e non sul passato». Anche David Petraeus, a capo del Comando centrale statunitense, parlando col Times si è detto favorevole a colloqui e alla reintegrazione dei Taliban. Reintegrazione che, a sua detta, avverrebbe già: «Ogni settimana vi sono ribelli che vogliono parlare. In alcuni casi, persino deporre le armi».
Un piano per convincere i guerriglieri alla resa in cambio di formazione, lavoro e garanzie di sicurezza sarebbe già sul tavolo della Conferenza. Costerebbe un miliardo di dollari: gli alleati che si rifiuteranno d´inviare nuove truppe, come Nicolas Sarkozy ieri ha annunciato farà la Francia, dovranno quindi sborsare più fondi. Il piano riguarderebbe però solo la base della gerarchia talebana e, per il capo uscente della missione Onu in Afghanistan Kai Eide, non è sufficiente. «Se vuoi risultati rilevanti, devi parlare con le persone rilevanti», sostiene dalle colonne del New York Times, e per farlo propone due mosse: primo, depennare dalla lista nera dei terroristi alcuni leader Taliban rimuovendo così gli ostacoli a una loro partecipazione ai negoziati; secondo, una revisione caso per caso dei detenuti nelle prigioni militari. Sul primo punto ha incassato in serata la conferma dell´appoggio del presidente afgano: «Farò una dichiarazione in tal senso a Londra», ha assicurato Ahmid Karzai da Istanbul. Restano tuttavia resistenze: nella black list figurano 144 leader Taliban, tra cui il Mullah Omar, e 257 esponenti di Al Qaeda. Se già porre fine a otto anni di guerra portando al potere alcuni leader Taliban pare un notevole cambio di rotta in una campagna nata proprio per punire il movimento complice di Osama bin Laden all´indomani dell´11 settembre, resta fuori discussione la rimozione di sanzioni contro i leader del movimento. E da più parti, non ultimo il generale David Richards a capo del contingente britannico, giungono inviti a negoziare sì, ma avendo ben chiaro cosa mettere sul tavolo e cosa no.
LA REPUBBLICA 26 GENNAIO 2010
LO SCANDALO DEI “RESTAVEK”, I PICCOLI SCHIAVI DELL’ISOLA. “RAPITI E VENDUTI”. È ALLARME ORFANI
Basta un certificato di nascita rimediato al mercato nero di Port-au-Prince e per i bimbi haitiani inizia l’incubo. Si chiamano Restavek (dal francese resta con) e sono i piccoli schiavi del nuovo cuore di tenebra caraibico, figli di disperati che vengono ceduti come domestici ai ricchi perché non possono essere mantenuti. Sono i tutto fare della casa, lavano, cucinano, servono a tavola, sono i primi a svegliarsi e gli ultimi ad andare a dormire: baby-schiavi.
Per le strade si riconoscono quando seminudi e scalzi accompagnano a scuola i figli dei loro padroni vestiti di tutto punto e con le scarpe tirate a lucido. Non hanno il diritto di parola, non celebrano festività, non possono avere un’educazione e consumano solo un pasto al giorno. Se commettono un errore vengono picchiati col «rigwas», un frustino flessibile con cui si richiamavano all’ordine gli schiavi dell’era coloniale. In molti casi sono vittime di abusi e di violenze sessuali.
Ad Haiti ci sono circa 225 mila Restavek, per l’80% bambine, preferite ai maschietti perché imparano a occuparsi prima della casa. Il fenomeno è a ciclo continuo perché da grandi i Restavek rimangono degli emarginati, poveri o delinquenti, pronti a cedere i loro figli. L’Unicef di Haiti ha denunciato già la sparizione di 15 bambini dagli ospedali. «I bambini sono una preda allettante per i trafficanti», dice Vincenzo Spadafora, presidente di Unicef Italia, per il quale «si rischia un indegno mercato dei bambini» e «occorre quindi procedere in questa prima fase di emergenza al compimento di tutte le procedure necessarie al ricongiungimento familiare, alla registrazione, alla protezione dei bambini non accompagnati, separati o orfani».
L’organizzazione «sospetta che i piccoli siano stati rapiti da criminali che alimentano una tratta di bambini che passa da Santo Domingo», spiega Jean-Claude Legrand, esperto per la tutela dei minori dell’agenzia Onu. In una conferenza stampa, Legrand ha ricordando che subito dopo il devastante terremoto era stato lanciato l’allarme su un possibile aumento di questi rapimenti, tesi ad alimentare un mercato delle adozioni illegali. La metà della popolazione di Haiti ha meno di 18 anni e, nel 2007, c’erano 380 mila orfani.
I governi si sono mobilitati per portare a termine i processi di adozione già adottati e sveltire quelli già avviati. Al vertice dei ministri della giustizia Ue di Toledo, per iniziativa dell’Italia, i 27 Paesi hanno concordato di varare un coordinamento europeo dell’assistenza ai piccoli haitiani. E il governo italiano ha annunciato un’iniziativa in tempi rapidi per «la semplificazione e l’accelerazione delle procedure» per le adozioni. L’ong «Terre des Hommes» indica il sostegno a distanza come lo strumento efficace per aiutare gli orfani.
«Il fenomeno dei Restavek rischia di triplicarsi dopo il terremoto», spiega Jean R. Cadet, protagonista con la sua fondazione di una battaglia senza precedenti per combattere il fenomeno. Lui stesso era un bimbo-schiavo vittima di abusi, nato dalla relazione clandestina di un uomo d’affari e della sua domestica, e ceduto a una prostituta per cui faceva da schiavo dentro casa. Ha vissuto tra Haiti e gli Stati Uniti, ma una volta che il governo americano ha costretto la sua padrona a mandarlo a scuola è stato sbattuto fuori di casa. Dopo diversi anni vissuti da sbandato si è arruolato nell’Esercito per tre anni, ha finito le superiori e frequentato l’università grazie alla borsa di studio ottenuta durante il servizio militare.
Oggi Jean è un insegnante e ha una famiglia: quel tragico capitolo della sua vita pensava di averlo definitivamente chiuso. «Sino a quando mio figlio mi ha chiesto perché non aveva mai conosciuto i suoi nonni paterni. Ho deciso di rispondergli con una lettera, una lettera che non riuscivo mai a finire di scrivere, dopo sei mesi avevo riempito sei quaderni. Mia moglie li ha letti e ha scoperto la mia vera storia di cui non le aveva mai parlato». Quegli appunti sono diventati un libro «Restavek From Haitian Slave Child to Middle Class», utilizzato in molti corsi universitari di storia e cultura caraibica.
Jean ha poi fondato la Restavek Foundation (restavekfreedom.org) e iniziando la battaglia contro la schiavitù dei bambini. Opera tra Cincinnati, Ohio, e Port-au-Prince dove il suo istituto ospita oltre 400 tra bambini e genitori poveri. Con una squadra di consulenti legali gira porta a porta per convincere le famiglie naturali a non «svendere» i propri bambini e ai padroni adottivi di mandare a scuola i bimbi. Spesso accoglie i più sfortunati nella sua fondazione o li inserisce in altri orfanotrofi: «Il centro di Carrefour è crollato completamente e i trecento bambini che ospitava sono morti». Ventiquattro ore dopo il sisma Cadet era già ad Haiti: «Questi bimbi hanno bisogno di noi, e stare tra loro mi da la forza per proseguire la nostra battaglia».
23-1-10 - La Stampa
TERREMOTO AD HAITI
SI TEMONO 500.000 VITTIME
SI È APERTA UNA SPACCATURA COME LA FAGLIA DI SANT’ANDREA
SISMA AD HAITI, PORT-AU-PRINCE NEL CAOS. NOTTE DA INCUBO E POCHI SOCCORSI
Al momento sarebbero ancora in migliaia sotto le macerie. Incertezza sul bilancio delle vittime
MILANO - Haiti ha vissuto una notte da incubo. La seconda, dopo il violento terremoto che ha quasi raso al suoloe Port-au-Prince e che potrebbe aver causato oltre centomila morti. In migliaia hanno aspettato il giorno in strada, trovando riparo nei giardini pubblici. Alcuni testimoni raccontano che i cadaveri giacciono ancora nelle strade. Nella capitale haitiana la situazione resta caotica: mentre proseguono, anche se a rilento, i soccorsi immediati possibili in loco e inizia a muoversi la macchina degli aiuti internazionali, non c’è ancora chiarezza sull’effettivo bilancio delle vittime. La mancanza di comunicazioni e di infrastrutture efficaci fa temere che con il passare delle ore il numero dei morti possa raggiungere l’ordine delle centinaia di migliaia: «Vi sono 500 mila vittime», ha detto mercoledì Youri Latortue, senatore haitiano, basando la sua stima sui danni provocati dal terremoto; in precedenza il premier Jean-Max Bellerive aveva parlato di oltre centomila morti. Intanto c'è ansia per la sorte degli italiani presenti in loco. «Mancano all'appello decine di connazionali» ha fatto sapere il ministro Frattini.
NUOVA SCOSSA - Paura nella mattinata per un nuova scossa nella zona colpita martedì dal violento sisma di magnitudo 7: l'istituto geofisico americano ha registrato giovedì mattina un terremoto di magnitudo 4,7 Richter a circa 50 km dalla capitale Port-au-Prince, ad una profondità di 10 km.
Haiti, la macchina dei soccorsi
IN MIGLIAIA SOTTO LE MACERIE - Al momento sarebbero ancora migliaia di persone sotto le macerie e decine di migliaia di feriti lasciati senza soccorsi; si teme anche per gli undicimila uomini della missione Onu, la Minustah, che garantisce l’ordine nel tormentato Paese: come tanti altri palazzi anche la sede della missione è andata distrutta e nel crollo è morto anche il responsabile, il tunisino Hedi Annabi. Ora sono 16 i morti accertati fra i funzionari dell’Onu e una cinquantina di feriti di cui alcuni in gravi condizioni: a questi vanno però aggiunti circa 150 dispersi. Inoltre, si contano oltre una ventina di morti fra i Caschi Blu: undici militari brasiliani, otto cinesi e tre giordani.
ALLARME TSUNAMI - Nella notte, ad accrescere l'angoscia dei sopravvissuti, la notizia infondata di un allarme tsunami: «Un mio amico mi ha chiamato poco fa dicendomi che l'acqua sta salendo. È vero?», ha scritto su Twitter Frederic Dupoux. Poche ore dopo la smentita: «Sono solo voci, la gente non capisce più cosa stia accadendo in realtà».
GLI AIUTI - Sull'isola nel frattempo arrivano i primi aiuti. Il governo di Barack Obama ha messo in moto navi da guerra, elicotteri, aerei da carico e portaerei oltre ad equipe civili e militari di risposta ai disastri, insieme a 2.000 marines che sono in cammino verso Haiti o sono già arrivati nel Paese caraibico. Ad Haiti sono già atterrati due aerei militari Hercules C-130 con una squadra di esperti per la valutazione del disastro, mentre un team delle forze speciali dell'aeronautica sta lavorando per ristabilire le comunicazioni all'aeroporto e dirige il traffico aereo. Obama ha promesso «aiuti rapidi e coordinati» nel disperato tentativo di salvare le vite; il segretario di Stato Hillary Clinton ha interrotto un previsto tour in Asia, ed è ritornata indietro dalle Hawaii; e il segretario alla Difesa Robert Gates ha cancellato un previsto viaggio in Australia e ha deciso di rimanere a Washington per coordinare gli aiuti.
14 gennaio 2010
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SISMA HAITI, "OLTRE 500MILA MORTI". LA CAPITALE È PRATICAMENTE DISTRUTTA
Migliaia i morti ad Haiti, dopo il devastante terremoto che ha colpito il Paese. I diplomatici americani sul posto "hanno visto numerosi corpi senza vita nelle strade e sui marciapiedi, persone colpite dai crolli degli edifici", ha dichiarato Philip Crowley, portavoce del Dipartimento di stato Usa. Il presidente di Haiti parla di catastrofe e dice: "Almeno 100mila persone hanno perso la vita".
La situazione in tempo reale
23.48 - Morto capo missione Onu
Il capo della missione Onu ad Haiti Minustah Hedi Annabi e tutte le persone che si trovavano con lui nell'edificio della missione sarebbero morti a causa del terremoto. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner.
23.40 - Giunte le prime squadre di soccorso Usa
Gli Stati Uniti hanno fatto entrare in azione a Port-au-Prince le prima squadre di soccorso medico. Lo ha reso noto la Casa Bianca.
23.10 - Aeroporto gestito dagli Usa
Gli Stati Uniti prenderanno il controllo dello spazio aereo di Haiti e gestiranno l'aeroporto di Port-au-Prince, per evitare che rimanga "una giungla", come lo aveva definito il responsabile per l'assistenza umanitaria Onu, John Holmes.
23.03 - Onu: "Almeno 14 morti"
Tra i civili dell'Onu ci sono stati almeno 14 morti e 56 feriti. Il bilancio è ancora provvisorio.
22.29 - Farnesina: "Rintracciati 70 italiani"
Sono circa 70 gli italiani che stanno bene tra quelli residenti ad Haiti. E' quanto si apprende alla Farnesina, dove però si precisa che non è chiaro il numero esatto dei cittadini italiani presenti al momento del terremoto, a fronte dei circa 190 italiani residenti ufficialmente nel Paese.
22.04 - "Italiani in hotel crollato"
"Dicono che il palazzo Onu della Minustah e l'hotel Montana siano crollati. So che all'hotel Montana abitavano degli italiani, ma non so quanti siano e se al momento del terremoto erano in casa. Stiamo cercando di sapere qual è stata la sorte dei dispersi". Chi parla è un avvocato italiano che lavora all'Onu ad Haiti. Tra gli edifici distrutti o gravemente danneggiati a causa del terremoto, c'è proprio l'Hotel Montana.
20.40 - Haiti,"attivo solo un ospedale"
L'ospedale da campo donato dall'Argentina è l'unica struttura ospedaliera funzionante ad Haiti dopo il sisma di magnitudo 7. Lo ha affermato Daniel Desimone, capo dell'ospedale, gestito dalla missione Onu. "Tutti gli altri sono crollati- ha detto Desimone. Siamo totalmente sopraffatti dal numero dei feriti". Subito dopo il sisma la struttura ha curato 800 feriti e nelle prime 12 ore sono state effettuate più di 100 interventi.
19.35 - Decollata la squadra di soccorso italiana
E' decollato dall'aeroporto di Ciampino, base del 31/o Stormo dell'Aeronautica, il Falcon con a bordo l'advanced team italiano che dovrà verificare le condizioni logistiche e di sicurezza ad Haiti per il successivo invio degli aiuti alle popolazioni colpite dal devastante terremoto. L'arrivo del Falcon a Port-au-Prince è previsto per giovedì mattina.
19.05 - Senatore haitiano: "500mila morti"
Il numero dei morti provocato dal sisma sull'isola caraibica di Haiti potrebbe "raggiungere le 500mila vittime". Lo ha affermato Youri Latortue, senatore haitiano, che ha stilato un bilancio sulla base dei danni provocati dal terremoto.
18.15 - Onu: "Colpiti 3 milioni di haitiani"
Tra i 3 e i 3,5 milioni di persone, oltre un terzo della popolazione totale, sono state colpite in un modo o in un altro dal terremoto di Haiti. Lo ha detto John Holmes, sottosegretario Onu agli affari umanitari a New York.
18.13 - "I morti sono almeno 100mila"
Il premier haitiano Jean Max Bellerive ha detto che il terremoto potrebbe avere causato centinaia di migliaia di morti. Il premier di Haiti ha fatto la sua catastrofica previsione, sul possibile bilancio del devastante terremoto, in un'intervista telefonica con la CNN. Alla richiesta di fare una stima delle dimensioni della tragedia il premier haitiano ha risposto che i morti "potrebbero essere oltre 100 mila".
17.50 - Vittima italiana, Farnesina sta verificando
Il ministero degli Esteri sta effettuando verifiche su voci relative a un connazionale morto nel terremoto che ha colpito Haiti. Lo ha indicato il capo dell'Unità di crisi della Farnesina, Fabrizio Romano: "Stiamo verificando con i nostri contatti speriamo non sia così".
17.40 - Pentagono mobilita navi da guerra
Il Pentagono ha annunciato che alcune navi militari Usa dislocate in basi lungo la costa atlantica hanno ricevuto l'ordine di prepararsi a partire alla volta di Haiti. Il Pentagono ha fatto inoltre sapere che aerei da trasporto C-130 saranno utilizzati nelle prossime ore per far giungere ad Haiti aiuti di emergenza.
17.20 - In salvo 60 italiani su 190
Il ministero degli Esteri ha potuto "al momento accertare che, su circa 190 residenti ad Haiti, 60 sono in salvo, e non sono stati coinvolti dal sisma". Lo ha chiarito il capo dell'unità di crisi della Farnesina, Fabrizio Romano, nella conferenza stampa di aggiornamento sul devastante terremoto che ieri pomeriggio ha devastato l'isola caraibica.
16.50 - Scuole piene di cadaveri
"Alcune scuole sono piene di cadaveri". Lo ha detto il presidente di Haiti, Renè Preval, in un'intervista al Herald Tribune, la prima concessa a un quotidiano dopo il terremoto che ha colpito il Paese. Preval ha riferito di "migliaia di morti", ma ha evitato di fornire cifre esatte. "Dobbiamo ancora valutare l'estensione della tragedia - ha detto -. Il Parlamento è crollato, il ministero dell'Economia è crollato. Sono crollati scuole e ospedali. Alcune scuole sono piene di cadaveri. La situazione è inimmaginabile". "E' una catastrofe - ha aggiunto sua moglie, Elisabeth Preval - per le vie della città si inciampa in corpi senza vita. Vi sono centinaia di persone sotto le macerie, l'ospedale generale è crollato. Abbiamo bisogno di aiuto".
16.25 - Obama: aiuti subito, pieno sostegno Usa alle vittime.
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha promesso aiuti immediati e coordinati per salvare le vite dei sopravissuti al devastante terremoto.
16.15 - Il presidente di Haiti: temiamo che i morti siano migliaia
René Préval, presidente di Haiti, teme che i morti per il terribile terremoto che ha colpito l'isola siano migliaia. Il Paese è "distrutto", è una "catastrofe", e crediamo che "migliaia di persone" possano essere morte, ha detto, parlando di "scene inimmaginabili". "Dobbiamo ancora valutare" il numero delle vittime, ha detto al Miami Herald, "il Parlamento è crollato, sono crollate diverse scuole e ospedali. Ci sono molte scuole con diverse persone morte sotto le macerie".
15.40 - Operativo l'aeroporto
Lo scalo aeroportuale di Port au Prince, risulta operativo. Lo ha comunicato l'Onu.
14 gennaio 2010
Aggiornamento in tempo reale: http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo471070.shtml?refresh_cens&fontsize=medium
ISTIGAZIONE A DELINQUERE
di Giorgio Bongiovanni
Questo editoriale, di cui mi assumo la piena responsabilità, non intende assolutamente offendere l'uomo Giorgio Napolitano, ne le intenzioni con cui, in probabile buona fede, ha indirizzato la sua lettera ad Anna Craxi, la vedova del segretario del PSI Bettino Craxi.
Il mio giudizio è asetticamente nel merito del suo significato istituzionale.
La mia fede cristiana mi impone di non giudicare la persona, ma bensì un atto che considero di particolare gravità.
Leggendo questa lettera non ho potuto fare a meno di provare la sensazione che le parole del Capo dello Stato possano risuonare alle orecchie di tutti i cittadini italiani e soprattutto di quei giovani che si affacciano ora al mondo della politica come una pericolosa istigazione a delinquere. Secondo la più alta carica dello Stato infatti dovrebbero sentirsi autorizzati a commettere ogni sorta di ruberia, di ladrocinio, di saccheggio ai danni dei propri concittadini, nella certezza che alla fine tutto, o in parte, sarà loro perdonato. Non solo. Che sarà addirittura esaltato il loro talento, se sapranno essere “grandi statisti” come lo è stato Craxi. E non importa se ha truffato, se ha attuato una politica nefasta, “la sua figura complessiva – come ha detto Napolitano – non può venir sacrificata”.
Di fronte a queste vergognose parole un Parlamento sano dovrebbe chiedere l'impeachment. L'immediato allontanamento di quel Presidente della Repubblica che calpestando gli stessi principi della Costituzione che è stato chiamato a proteggere e garantire istiga i futuri giovani ledears politici a delinquere.
Ciò che voglio credere è che questa istigazione sia incosciente. Che sia fatta, per quanto possibile, in buona fede. Perché solo una totale incoscienza può giustificare una simile ipocrisia e può aver spinto la mano di Napolitano a scrivere questa famigerata missiva.
Intanto però al Presidente dico che italiano non mi sento più. Che voglio essere esule di una patria che non mi appartiene. Anche se amo l'Italia, anche se amo la mia terra, la Sicilia, ma non mi sento rappresentato dal vertice delle nostre istituzioni.
L'anno scorso noi di ANTIMAFIADuemila abbiamo chiesto udienza al Presidente della Repubblica per condividere con lui i nostri progetti futuri, seppur modesti, a favore della legalità nella lotta contro tutte le mafie. La segreteria personale ci aveva risposto, chiedendoci di attendere ed assicurandoci che Napolitano era solidale con i nostri progetti. Dopo questa assurda lettera ritiriamo ufficialmente la nostra richiesta. Non vogliamo incontrare un Presidente che riabilita “la figura complessiva di Bettino Craxi”. Uno dei più grandi ladri e delinquenti che l'Italia abbia mai avuto.
Certo è che guardando allo sconfortante scenario mondiale comprendo che questo vertice si allinea perfettamente al potere che domina il mondo. E che passa attraverso la grande finanza, la grande economia così come è puntualmente spiegato nell'articolo scritto dal nostro amico Giulietto Chiesa, che appare qui in anteprima e che sarà pubblicato nel prossimo numero della rivista ANTIMAFIADuemila.
A leggere di questi temi viene certamente la pelle d'oca. Perché è chiaro che l'istinto a delinquere, a truffare, a rubare è nel Dna di tutti coloro che hanno nelle mani il mondo. E che hanno fatto dell'illegalità un valore e della legalità un disvalore.
Noi però ci sentiamo diversi.
Noi apparteniamo a quella schiera di “poveri illusi”, e non sono pochi, che vivono ancora di “concetti superati”. Che vorrebbero l'uguaglianza per tutti, i diritti per tutti, che non accettano le ingiustizie di un mondo in cui ogni 3 secondi un bambino muore di fame.
Un mondo che andrà verso l'autodistruzione se non si ritornerà, il più in fretta possibile, a una nuova questione morale. Senza se e senza ma.
19 Gennaio 2010
I PADRONI DEL MONDO SI ASSOLVONO
di Giulietto Chiesa
L'inchiesta sulla crisi finanziaria si arena fra i silenzi dei farabutti che hanno provocato il disastro.
Un funzionario tra quelli incaricati di trattare con loro qualche percento in meno delle loro prebende, si è lasciato scappare – essendo stato a contatto con loro - «è gente che pensa di vivere in un altro pianeta».
Chiedo scusa in anticipo: non sono un economista. Mi è già accaduto in passato di affrontare questioni economiche pur non essendo una specialista. L'ho fatto perché certe cose si vedono anche senza essere uno specialista e uno come me si chiede come sia possibile che la collettività non le veda o, vedendole, non si chieda cosa sta succedendo e cosa potrà succedere se non si pone rimedio. Io credo che non si vedano perché la società dello spettacolo in cui siamo a bagnomaria dalla nostra nascita ci impedisce ormai di capire. Fine della parentesi.
E veniamo al dunque. All'inizio di gennaio 2010, ormai due anni dopo l'esplosione della più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni, la “Commissione d'Inchiesta sulla Crisi finanziaria” (Financial Crisis Inquiry Commission) ha cominciato i suoi lavori dalle parti di Wall Street.
Lo scopo dell'iniziativa dovrebbe essere quello di capire perché è successo il disastro. Qualcosa di simile alla Commissione d'inchiesta che gli storici ricordano con il nome del suo presidente, Pecora, e che lavorò negli anni '30 per venire a capo del disastro di allora.
Ricordarlo non è cosa oziosa, perché meno di dieci anni dopo scoppiò la seconda guerra mondiale. Come chiameranno gli storici questa commissione non si sa. Battezziamola Commissione Obama, per comodità.
Cosa sta venendo fuori? Niente. Per spiegare meglio: i banchieri che sono stati chiamati a dare i loro pareri non hanno visto niente o sentito niente.
Paul Krugman, indignato quanto me, che economista non sono, cita in un articolo su «The New York Times» (14/01/2010) , la deposizione di Jamie Dimon, della JP Morgan Chase: «Non c'è da essere sorpresi, accade ogni cinque o sei anni».
Si è dimenticato che il governo americano, cioè i cittadini (ma anche noi europei) hanno dovuto sganciare diversi trilioni di dollari e euro per ripagare i disastri compiti da quelli come lui, e dai governanti che, pagati da quelli come lui, hanno rinunciato a ogni forma di controllo sull'operato di gente come lui. Che quest'anno non ha sicuramente guadagnato meno di dieci milioni di dollari.
Un altro convocato per esprimere pareri, Lloyd Blankfein della Goldman Sachs, ha parlato della crisi come di un uragano che ti capita addosso. Come fare? Non c'è che da pregare Iddio.
Se si riferisce a noi, ha ragione. Ma loro hanno creato la crisi con le loro mani. E hanno costretto il mondo a pagarla, con l'aiuto di Obama. Il quale fino ad ora non ha cambiato una virgola delle regole che questa nuova classe ha scritto, anzi ha cancellato.
Ladri astuti che possono far crollare il tempio se li si chiama a rendere conto.
E adesso poveri noi? Adesso è peggio. Circa 60 miliardi di dollari saranno pagati ai circa 100 mila banchieri americani in premi e prebende per questo appena defunto 2009 che è stato il collasso per i redditi di decine di milioni di persone in America e per centinaia di milioni in tutto il mondo.
La appena citata Goldman Sachs ha pagato ai suoi 28mila dipendenti rimasti, dopo averne licenziati altrettanti, la cifra di 16,7 miliardi di dollari, circa 595 mila dollari a testa. JP Morgan ha fatto più o meno lo stesso con i suoi restanti 25mila addetti, con 11,6 miliardi di dollari complessivi.
La crisi loro non l'hanno vista, e neppure sentita.
Ma c'è anche di meglio. Barack Obama, il riformatore, che ha elargito denaro pubblico per salvare i ladri privati, ha messo in piedi una commissione per verificare quanto continuano a rubare. Una commissione che negozia con loro l'entità dei prossimi furti. In questo caso si tratta specificamente delle sette corporation che sono state tenute in piedi direttamente con i soldi pubblici, cioè stampando altro denaro per ripianare le loro follie.
La commissione si chiama TARP (Troubled Asset Relief Program, cioè Programma per il Salvataggio degli Attivi in Difficoltà). Gli attivi erano in realtà molto passivi, ma lasciamo stare.
Il salvataggio è per i banchieri di sette società che hanno preso i soldi pubblici. E sono, per la curiosità di molti, Chrysler Financial, General Motors, American International Group (AIG), Bank of America, Chrysler, Citigroup, GMAC. Per non perderci nei dettagli, prendiamo soltanto i vertici AIG, che hanno appena pagato 168 milioni di dollari, inclusi i premi di produzione, a un pugno di impiegati della sezione della corporation che si occupava dei Derivati Finanziari, cioè proprio quella che, se non avesse la banca ricevuto un prestito di 180 miliardi di dollari dalla Federal Reserve, “avrebbe trascinato a fondo l'intera finanza mondiale”. («International Herald Tribune», 2-3/01/2010).
Qui sono in discussione, si fa per dire, i redditi individuali delle 25 persone che stanno al vertice di quelle istituzioni private. In tutto si tratta di un pugno di farabutti comprendente 136 nomi. I quali, incuranti di ogni cosa, resistono abbarbicati alle loro montagne di denaro. E, in caso qualcuno volesse farli scendere, anche solo di qualche gradino, minacciano ritorsioni, gridano che se ne andranno altrove, rifiutano ogni compromesso.
Pochi ma potentissimi. Sono loro i veri padroni del mondo. E lo prova il fatto che nessuno ha avuto il coraggio, fino ad ora, di pubblicare l'elenco dei loro nomi sulle prime pagine dei giornali americani. E penso che questi elenchi dovrebbero essere pubblicati sulle prime pagine dei giornali di ogni paese del mondo, perché – anche se non tutti sono stati salvati con iniezioni ricostituenti delle dimensioni stratosferiche di questi ladri americani – tutti si sono salvati con gli stessi meccanismi. Ciascuno a spese dei cittadini di riferimento. Altro che Madoff, il banchiere capro espiatorio che è stato dato in pasto alla curiosità mondiale. Vittima sacrificale, non dirò poveretto perché il termine non gli si addice comunque, perché tutti questi 163, insieme agli altri 99 mila, potessero restare tranquilli al vertice del mondo.
Un funzionario tra quelli incaricati di trattare con loro qualche percento in meno delle loro prebende, si è lasciato scappare – essendo stato a contatto con loro - «è gente che pensa di vivere in un altro pianeta».
Ma la verità è all'opposto: siamo noi che viviamo sul loro pianeta. Ospiti indesiderati. C'è spazio per noi solo in quanto consumatori temporanei dello spettacolo che ci offrono e per il quale dobbiamo pagare il biglietto d'ingresso.
19 Gennaio 2010
Fonte: www.antimafiaduemila.com
''NON VI CREDIAMO!''
UN GIORNALE ECONOMICO TEDESCO METTE IN DISCUSSIONE L'11/9
di Pino Cabras - 11 gennaio 2010
La rivista economica tedesca «Focus Money» (N. 2 / 2010), affronta una narrazione dettagliata sull’11/9 e mette radicalmente in discussione la versione ufficiale. Stiamo parlando del secondo settimanale economico della nazione economicamente più forte dell’Europa, un magazine edito da un colosso dell’editoria tedesca, il gruppo di Hubert Burda.
Il signor Burda è un insigne esponente della superclasse globale, un editore-intellettuale di primissimo piano nell’establishment germanico: è leader della VDZ, la “confindustria degli editori”, nonché cofondatore dell’analogo sindacato su scala europea, ma è anche membro del Consiglio del World Economic Forum e ha partecipato perfino a riunioni dell’esclusivo Club Bilderberg.
L’uscita di questo articolo è dunque degna di attenzione: è la prima volta che un giornale così ben inserito nel mainstream occidentale si cimenta nel raccontare in modo talmente critico i lati più scomodi dell’evento che ha dato l’impronta al secolo, l’11 settembre.
«Focus Money», espone la maggior parte degli argomenti e delle contraddizioni cruciali in cinque pagine patinate. Tra le altre questioni affrontate, l’articolo suppone che il crollo del World Trade Center possa essere stata una demolizione intenzionale.
Inoltre, l’articolo solleva seri dubbi circa la “follia” attribuita alle personalità critiche, che di solito vengono stigmatizzate come “teorici del complotto”. La rivista ricorda che «non si tratta solo di politici seri che non vogliono più credere alla versione ufficiale», bensì anche, «di migliaia di scienziati che mettono in discussione l’11/9».
L’autore dell’articolo è Oliver Janich. Lavora come giornalista d’inchiesta freelance per «Financial Times Deutschland», «Sueddeutsche Zeitung», «Euro&Finance» e ha una rubrica fissa per «Focus Money».
Nel suo blog Janich spiega che ha lottato molti anni per convincere la redazione della necessità di pubblicare queste cinque pagine. Si chiede sommessamente perché il mainstream resista, e prova a rispondere: non è necessaria una grande congiura dei media per impedire che si pubblichi questo tipo di storie, soprattutto per i grandi eventi. Ogni redattore, secondo Janich, ha il timore di incappare nella vergogna di ripetere l’infortunio dei falsi diari di Hitler, che nel 1983 danneggiò enormemente il settimanale «Stern». Janich descrive questa riluttanza dei colleghi, dovuta proprio alla grandezza dell’evento, finché, guardando ai fatti, i colleghi ammettono che è sbagliato non porsi dubbi. E così nasce anche l’articolo sull’11/9.
La prima pagina dell’articolo mostra le foto di personalità scettiche sull’«11/9 “ufficiale”», tra cui Charlie Sheen, Sharon Stone, Rosie O’Donnell, William Rodriguez (accanto a George W. Bush), l’ex governatore Jesse Ventura, Richard Gage, il giudice federale tedesco Dieter Deiseroth e molti altri.
Il resto dell’articolo è denso di accenni a molte informazioni. La prova di una demolizione controllata degli edifici, la critica della teoria dell’incendio, le domande sugli intercettori, sull’Edificio 7 del WTC e sul Pentagono. Si parla delle “manovre di volo impossibili,” delle dimissioni del senatore Max Cleland, che viene citato nel dire «È una truffa, uno scandalo nazionale», sdegnato dalla marea di menzogne alla Commissione, che hanno ostacolato le indagini. Si fa anche cenno alla misteriosa morte di Barry Jennings, un alto funzionario del Dipartimento dei Servizi di emergenza della città di New York. Era un testimone chiave dei fatti accaduti all’Edificio 7. Ancora ricoperto di polvere, Jennings aveva rilasciato un’intervista in diretta alla ABC e poi più avanti nel tempo per il documentario “Loose Change Final Cut” diretto da Dylan Avery.
Appena pochi mesi fa, ai primi di settembre, c’era stato già un articolo corretto e bilanciato sull’11/9 in un settimanale TV tedesco.
Le ragioni della pubblicazione dell’articolo di «Focus Money» sono da comprendere. Può darsi che la redazione abbia autonomamente deciso di pubblicare una storia in sé interessante, che ormai anche per una testata giornalistica di quella dimensione risulta difficile “regalare” ai media “alternativi”. E quindi potrebbe essere un caso legato a scelte commerciali contingenti.
Non si può ignorare però che la pubblicazione ricade in un momento in cui ha ripreso vigore tutta la retorica legata ad al-Qa’ida, sull’onda dello strano pseudo-attentato di Mutanda Boom sul volo Amsterdam-Detroit. Quella retorica è usata a piene mani dall’Amministrazione USA per sostenere un rinnovato sforzo bellico in Afghanistan. La Germania, troppo militarmente coinvolta in quell’area e assai riluttante a esporsi con ulteriori soldati, potrebbe essere interessata a iniziare a screditare il racconto di fondo, a partire proprio dall’11/9. Qualcosa di simile è accaduta in Giappone con il cambio della guardia nel governo, laddove il Partito Democratico giapponese sfida apertamente la versione ufficiale del governo USA sui fatti dell’11/9 e ne mette in discussione la capacità di giustificare l’intervento in Afghanistan.
Può quindi accadere che le redazioni si sentano più libere di riportare i dubbi che non avevano mai osato pubblicare prima, perché temevano la catena di domande radicali che si trascinavano con sé sulla struttura del potere. Anche in seno alle classi dirigenti forse si apre qualche dibattito sul destino del mondo e sulle soluzioni non solo militari.
Tratto da: megachip.it
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