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el_yoDi Barbara Drago
Nuovi inizi, metamorfosi, giochi di identità…
La coscienza dell’io, la definizione di un’identità stabile è oggi più che mai una questione insondabile dell’animo umano. Il contesto sociale in cui viviamo e l’impatto dei media rimandano sempre ad immagini contraddittorie di identità sfocate, che fanno prevalere una tensione costante tra l’essere ed il dover essere, tra ciò che è in noi e ciò che è fuori di noi.
Questo processo di scissione sembra essere accelerato nel mondo del web in cui navigando si finisce per perdersi in un mare di identità, di avatar, di profili con cui possiamo forgiare nuovi io, falsi io, ingannevoli io, o io migliori, io accattivanti…e la realtà?
Tanta parte di letteratura novecentesca e contemporanea si è posta questo interrogativo senza mai trovare un tema di sintesi nei meandri della duplicità, dell’ambivalenza, nella ricerca disperata di tanti protagonisti romanzeschi, che cercano di acquisire, senza esito, una forma stabile di individualità cadendo in giochi paradossali e storie limite che spiazzano ogni orizzonte d’attesa del lettore.
La storia atipica di Gantenbein, ci conduce in questa metamorfosi di un’identità che decide di andare alla ricerca di sé slegandosi da ogni modello, da ogni canone imposto per uscire dagli schemi ed immergersi nella dimensione della libertà con un nuovo punto di vista verso la vita ed il mondo. La storia o non storia di Gantenbein è narrata da Max Frisch, uno dei massimi scrittori della letteratura svizzera in lingua tedesca del ventesimo secolo, in “Il mio nome sia Gantenbein” [1].
Sia? È chiaro che già dal titolo il lettore si trova spiazzato, incerto sulla personalità del  protagonista. Oserei dire che sembra essere davanti ad un Mattia Pascal d’oltralpe che con le sue azioni distrugge ogni illusione fabulatoria lasciandoci nel “giuoco delle parti” di Felix Elderlin che si dà per scomparso in una morte accidentale e da quel momento “si immagina” una nuova vita da cieco, il cieco Theo Gantenbein.
“Mi immagino: La sua vita in quel momento mentre recita la parte del cieco anche a quattr’occhi, i suoi rapporti con la gente, che non sa che la vede, le sue possibilità sociali, le sue possibilità professionali in seguito al fatto che non dice mai cosa vede, una vita come una commedia, la sua libertà grazie ad un mistero e così via.
Il suo nome sia Gantenbein”.
Il “mi immagino” che si ripete innumerevoli volte nel romanzo, proietta in una dimensione incerta, irreale, la dimensione dove ogni uomo forgia il proprio “voler essere”. E allo stesso modo i personaggi che si avvicendano nella vita di Gantenbein possono sperimentare la loro di libertà perché
“la gente di fronte ad un cieco non baderà tanto a nascondersi, così che gli riuscirà di conoscerla meglio, e ne scaturirà un vero rapporto.
Quel suo incontro con Camilla Huber lo fortifica nella sua speranza di rendere gli uomini un po’ più liberi, più liberi dalla paura che li si veda mentire. Ma soprattutto, così spera Gantenbein, non ci si può vedere da se stessi, ecco cos’è: le storie esistono soltanto dall’esterno…Ogni uomo si inventa prima o poi una storia che ritiene la sua vita”.
Le vicende di Gantenbein ci lasciano cogliere la riflessione che Frisch conduce in chiave ironica tra l’essere e l’apparire delle personalità, si aprono molteplici e infinite possibilità, identità possibili da indossare come ruoli o mascheramenti. Frisch a tal proposito utilizza continue metafore teatrali. Si parla di attori ed attrici e della vita come arte della rappresentazione. Elderlin-Gantembein dirà “Io mi provo adesso le storie come abiti!”
Il percorso dell’io narrante, la sua ostinata e apparente cecità accompagna il lettore ad osservare il mondo da un punto di vista tutto nuovo, dove l’ordine è soltanto qualcosa che fa soccombere, un mondo libero che evita “Il sottile diminuire di ogni curiosità” di chi si nasconde “solamente dietro le necessità quotidiane”.
Una storia che confonde e stupisce, quella di Gantenbein, che aiuta a costruire una coscienza critica. Frisch infatti mette in guardia il lettore dall’accettare passivamente la finzione e la realtà. Bisogna essere in grado di staccarsi dalla realtà e ricercare in essa se stessi per interpretarla e trovare la propria strada, la propria identità piena ed armonica ma…tenere sempre alto l’ingegno…perché i nuovi inizi possono essere infiniti, l’uomo, l’umanità è potenzialità infinita.
[1] Titolo in lingua originale dell’opera: Mein Name sei Gantenbein (1934).

Barbara Drago

Funima International
Sant’Elpidio a Mare (Italia)
5 novembre 2010

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