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salvador_medina
 
HO SCRITTO IL 5 GENNAIO 2011:

HO RICEVUTO DAL MIO AMICO FRATERNO, IL GIUDICE JORGE FIGUEREDO, PUBBLICO MINISTERO IN UN TRIBUNALE DELLA REPUBBLICA DEL PARAGUAY, QUESTO STUPENDO ARTICOLO SUL GIORNALISTA E MARTIRE SALVADOR MEDINA, UCCISO DALLA MAFIA  IL 5 GENNAIO 2001.  
PER NOI É UN ONORE PUBBLICARLO.

                                             IN FEDE
                                GIORGIO BONGIOVANNI

 
Sant’Elpidio a Mare (Italia)
5 gennaio 2011

Il giornalista Salvador Medina assassinato dalla mafia.

RICORDANDO SALVADOR MEDINA:
VERO MARTIRE DEL GIORNALISMO PARAGUAIANO

A dieci anni dal suo assassinio
Di Jorge Figueredo - 3 Gennaio 2011

Il 5 gennaio 2011 ricorre il decimo anniversario dell'assassinio, per mano del crimine organizzato, di Salvador Medina Velázquez, un umile giornalista comunista - non nel senso politico del termine - bensì perché amava profondamente la gente e sognava un Paraguay ugualitario dove tutti possano avere accesso al necessario e  non vi sia la ricchezza in mano a pochi a danno della miseria della maggior parte della popolazione.   
Scrivendo su Salvador Medina non posso né voglio essere imparziale, parafrasando al noto giornalista e studioso della mafia italiano Joan Queralt “ci sono troppi morti nella cronaca paraguaiana della lotta contro la mafia, troppe vittime, troppa sofferenza, troppe speranze tradite, troppa impunità per vivere questo anniversario senza chiamare le cose per nome, identificare i veri colpevoli ed i loro complici" e cercare di non dimenticare come di solito facciamo noi paraguaiani, diventando con il nostro silenzio i boia dei martiri. Medina era un mio amico di gioventù, di quelli anni in cui sognavamo una Patria nuova, come dice una canzone "libera da condizionamenti stranieri e senza guerre tra fratelli". Sognavamo che al di sopra di tutto regnasse la giustizia sociale. Eravamo consapevoli che il cambiamento era possibile soltanto se noi giovani diventavamo protagonisti, iniziando il cambio da noi stessi, spogliandoci del nostro egoismo, smettendo di cercare solo la nostra comodità per pensare invece a quell'immensa maggioranza del paese paraguaiano sottomessa non soltanto alla miseria economica, ma anche all'ignoranza, grazie al fanatismo, al clientelismo politico e alla corruzione che si è istituzionalizzata nel Paese dando vita a tutta una cultura dell'illegalità che oggigiorno è addirittura legittimata dall'immensa maggioranza dei paraguaiani. Non voglio approfondire i dettagli di quell'atroce crimine che mise fine alla sua vita. L’autore materiale, Milciades Maylin, venne condannato a 25 anni di carcere. I mandanti esterni non furono nemmeno processati, perché legati al potere politico ed economico dominante che gestiva la mafia del traffico di legname e di marijuana nella comunità di Capiibary, Dipartimento di San Pedro, distante circa 250 km a nordest della capitale del Paese. Tuttavia voglio rivelare per le future generazioni chi è stato e continuerà ad essere Salvador Medina VELAZQUEZ, un vero martire del giornalismo paraguaiano che fino a questo momento non è stimato né ricordato come dovrebbe dai mezzi di comunicazione di massa, perché egli non faceva parte dei giornalisti che lavoravano per i mezzi di comunicazione commerciali come nemmeno Santiago Leguizamon, (anche lui assassinato dalla mafia). La caratteristica di Medina non era quella di un uomo in cerca di notorietà, guadagni o altri benefici attraverso la stampa; era un Don Chisciotte del giornalismo paraguaiano comunitario, alternativo che ha combattuto in solitario contro i mulini a vento di questo sistema capitalista criminale che tutto compra e tutto vende e che lo emarginò in vita. É noto che non lavorò mai come giornalista per i mass media commerciali e tanto meno, dopo il suo assassinio, hanno rivendicato le sue idee e il suo ideale di vita contro la mafia e al servizio della gente.   
Egli lavorò in una radio comunitaria di Capiibary, senza fini di lucro, chiamata Ñemity FM, che in spagnolo significa “seminare”. Da quel microfono denunciava i criminali del traffico di legname che devastavano impunemente quel poco che rimane dei nostri boschi. Denunciava i trafficanti di droga, causa di tante morti tanto in Paraguay come in altri Paesi. Entrambe le attività criminali sono state protagoniste fino ad oggi di molti omicidi che nelle cronache vengono riferiti semplicemente come "morti per regolamento di conti", quasi a voler giustificare questo tipo di omicidi senza mai giungere ai veri responsabili. Salvador, umilmente e quasi anonimamente, come un guerriero della giustizia, aveva abbracciato questo giornalismo di combattimento, di lotta per la verità e la giustizia, seminando non solo idee, - senza fare del mero proselitismo attraverso la radio, in cui molti attivisti sociali sono caduti dimenticando le proprie radici - bensì dando con la sua testimonianza di vita un esempio da seguire non solo per i veri giornalisti ma anche per qualunque cittadino del mondo che desideri porre fine a questo sistema criminale del quale tutti facciamo parte attiva o passiva, poiché usiamo o chiediamo denaro in prestito dalle banche, la cui fonte potrebbe essere legale o illegale. Rimane il fatto che tutti usiamo quel denaro definito da un santo "lo sterco del demonio", e come ha scritto anche il giornalista e stigmatizzato Giorgio Bongiovanni, “la sua abbondanza genera una tranquillità falsa nelle nostre vite e la sua assenza produce in noi preoccupazione, insicurezza, e malessere”.     
Salvador Medina non deve essere ricordato da morto o solo quando viene fatto qualche bel discorso occasionale ogni anno, per poi venire dimenticato il giorno dopo, ma dobbiamo essere consapevoli che lui è più vivo di noi che crediamo di essere cristiani o credenti e non mettiamo in pratica le opere che lui invece realizzò. Il miglior modo di rendergli omaggio è seguire i suoi passi, fare nostro il suo lascito; poiché lui era cosciente della realtà che ci circonda. Non è mai vissuto condizionato dall’illusione dei piaceri materiali effimeri che il mondo ci offre, non ebbe mai ferie nella sua missione, né grandi risparmi in banca, né acquistò mai una casa propria, non disponeva nemmeno di tempo per pensare a se stesso, come gli era dovuto per diritto naturale, perché non ebbe moglie né figli. Egli era un vero giusto, un rivoluzionario che desiderava in verità una nuova civiltà; motivo per cui donò la sua vita per amore disinteressato ed incondizionato a noi, per il bene dei nostri figli e nipoti. Come ha scritto il giornalista e stigmatizzato Giorgio Bongiovanni "i pilastri che reggono il solenne e imponente costrutto dell’amore, della pace e della giustizia sono il sacrificio, la rinuncia e il servizio. Questi sono i valori che incarnano i testimoni della verità, gli emuli di Gesù”. Senza dubbio Medina ha incarnato questi valori supremi, era un messaggero che attraverso il suo programma radio cercava di svegliare la coscienza della gente, strappandola all'ignoranza in cui vive. Il suo modo di fare giornalismo era una vera audacia in un Paese abituato ad una stampa e ad un giornalismo mercantilista, opportunista, manipolatore delle informazioni, legittimatore delle grandi disuguaglianze sociali ancora vigenti nel Paese, - che criminalizza le vittime e che difende come dei perseguitati i grandi delinquenti - che storicamente si è avvantaggiato economicamente grazie alle mafie e che sta promuovendo attualmente la possibilità di candidarsi a Presidente della Repubblica del Paraguay Horacio Cartes, un noto dirigente sportivo, miliardario, che secondo alcuni intellettuali paraguaiani, ha basato l'accumulo della sua fortuna su attività illecite legate al crimine organizzato.                     
A mio parere il più grande lascito di Salvador Medina e che è stata la causa del suo martirio in questo tormentato pianeta è che non si può cambiare niente nella società, nella famiglia, nei partiti politici, nelle religioni, nelle diverse organizzazioni civili, dentro se stessi, se non doniamo noi stessi per AMORE  al prossimo, alla Vita stessa.  
Per concludere, a dieci anni dalla scomparsa fisica dell'amico e compagno Salvador, è stata una costante nella mia vita sentire che lui non è  mai morto, ma vive nella voce e sulle gambe di giornalisti come Giorgio Bongiovanni, Giulietto Chiesa, Lorenzo Baldo, Anna Petrozzi, di magistrati come Juan Alberto Rambaldo, Pablo Eguren, Antonino di Matteo, Antonio Ingroia, Luca Tescaroli e cittadini come Salvatore Borsellino, Letizia Battaglia. Desidero dal più profondo del mio cuore riuscire a lavorare nel mio Paese a favore della giustizia e contro la mafia con la stessa forza, integrità ed onestà che aveva questo martire, benché mi senta un  granello di sabbia, ad imitazione di tutto ciò che questi grandi uomini realizzano ogni giorno.

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